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11 settembre 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

Kushandeep Singh è nato nel 1999 a Bibipur, un villaggio di mille abitanti nel Punjab, in India. Come quasi tutti a Bibipur, i Singh sono contadini: possiedono una fattoria con un piccolo appezzamento di terra, alcune mucche e delle bufale. Ma a differenza degli altri hanno deciso d’investire nell’istruzione di Kushandeep. Così, mentre la maggior parte dei bambini del villaggio andava alla scuola pubblica locale, il piccolo Singh ha frequentato un istituto privato in una città vicina, Patiala. Solo per la retta la famiglia spendeva un terzo del suo reddito. Il padre lo portava in città con un risciò che aveva noleggiato apposta, dando un passaggio anche ad altri studenti. Lungo il viaggio – un’ora all’andata e una al ritorno – le strade erano tappezzate di manifesti pubblicitari. Kushandeep li conosceva a memoria: all’inizio erano di ristoranti e negozi locali, poi di McDonald’s. Negli anni delle superiori, molti cartelloni hanno cominciato a promuovere un prodotto diverso. L’istruzione dopo il diploma. In Canada

Per molte famiglie era un’offerta allettante. Si trattava di mandare i figli a studiare in un paese di lingua inglese, sicuro e soprattutto con politiche tolleranti sull’immigrazione. Dato che Kushandeep andava bene a scuola e il suo inglese stava migliorando, i genitori hanno cominciato a considerare seriamente l’idea d’iscriverlo in un’università canadese. E hanno fatto quello che fanno tutti nel Punjab: si sono rivolti a un reclutatore.

Una fiera ad Amristar, nello stato indiano del Punjab, dedicata alla formazione in Canada, 16 settembre 2015 (Narinder Nanu, Afp)

Si stima che solo in India questi intermediari siano decine di migliaia, anche se non c’è modo di sapere la cifra esatta visto che il settore non è regolamentato. A Patiala i loro uffici sono ovunque. Sono loro che mettono in contatto studenti come Kushandeep con i community college (centri di formazione locali, che offrono corsi di due anni) e le università all’estero, compilano i documenti necessari e richiedono il visto. Di solito non sono pagati dalle famiglie ma dagli atenei, che spendono volentieri questi soldi nella prospettiva d’incassare le rette internazionali, quattro o cinque volte più alte di quelle ordinarie. In Canada, grazie anche a politiche federali che hanno incentivato molto questa strategia, nel 2019 gli universitari stranieri erano 642mila (erano circa 239mila del 2011); gli indiani rappresentavano il 34 per cento del totale e molti provenivano dalle campagne del Punjab. Secondo i comunicati stampa e i rapporti governativi, ogni anno le rette internazionali assicurano al Canada oltre 21 miliardi di dollari d’introiti, più del settore dei ricambi d’auto, più dell’industria del legno. 

Per stabilirsi nel paese un ragazzo o una ragazza prima deve procurarsi un visto per studiare, non importa in che college o università; dopo la laurea, ha bisogno di un permesso che consenta di vivere e lavorare lì per massimo tre anni; con quel permesso può fare domanda per la residenza permanente, che è concessa in base a un punteggio che tiene conto della sua conoscenza dell’inglese, dell’istruzione e delle esperienze professionali. Quando spiega questi passaggi, un reclutatore esperto fa sembrare tutto molto semplice. Non si sofferma sulla facoltà che conviene scegliere per avere abbastanza punti, né sulle probabilità reali di ottenere un permesso di lungo periodo. Il governo canadese non dice quanti studenti che fanno domanda per la residenza permanente poi la ricevono. Nel 2015, l’istituto canadese di statistica calcolava che potevano essere tra il 20 e il 27 per cento.

Nell’inverno del 2017 Kushandeep è finito in un ateneo di cui non aveva mai sentito parlare, la Kwantlen polytechnic university (Kpu) a Surrey, un posto sperduto nella provincia della Columbia Britannica. Quell’anno la Kpu ha ammesso seimila studenti stranieri (erano 525 solo dieci anni prima), e ha registrato un utile di 22 milioni di dollari. L’agente a cui si era rivolto a Patiala gli aveva prospettato una vita comoda e piena di successi, ma quando Kushandeep è arrivato a Surrey faceva freddissimo, i suoi coinquilini non c’erano mai perché lavoravano di continuo e tutto costava troppo. Pagava 400 dollari al mese per un letto da dividere con uno dei suoi nuovi compagni di stanza, 50 dollari per l’abbonamento dell’autobus, 200 dollari per la spesa. Ha dovuto cercare un lavoro in fretta. La legge permette agli studenti di lavorare al massimo venti ore fuori del campus, che non bastano per coprire le spese. Così alla fine la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze accetta di essere pagata in nero e molto meno dello stipendio minimo. 

Alcuni hanno tenuto duro durante la pandemia, tanti altri hanno perso il lavoro e hanno dovuto abbandonare il college. Kushandeep, nonostante mille difficoltà, è riuscito a laurearsi e ha ottenuto il visto per tre anni. La sua storia e il sistema che ha trasformato le università del Canada, rendendole dipendenti dalle rette degli studenti stranieri e quindi dagli intermediari, è raccontata molto bene in un’inchiesta del mensile canadese The Walrus. Potete leggerla qui.

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In breve

  • Nelle Filippine le scuole sono chiuse da diciotto mesi e almeno 1,1 milioni di ragazze e ragazzi hanno abbandonato le loro classi. In Zimbabwe gli istituti stanno finalmente riaprendo dopo un anno d’interruzione, ma hanno alzato le rette e molte famiglie non hanno i soldi per pagarle. Anche in Burkina Faso riaprono le scuole: il governo ha investito molte risorse in un programma di lezioni trasmesse via radio, recuperando una tradizione che risale agli anni settanta. Il Guardian descrive com’è la situazione in questi paesi, dando voce ai bambini e ai loro genitori. Un articolo del País, invece, parla dei progressi fatti o dei ritardi accumulati per il rientro in classe in America Latina.
  • Negli Stati Uniti l’anno scolastico è cominciato in alcuni stati, in altri sta per partire. Oltre alle polemiche legate all’obbligo delle mascherine e ai vaccini, le scuole devono affrontare un altro problema: i trasporti. Secondo un sondaggio nazionale, la metà dei coordinatori degli scuolabus ha definito la carenza di autisti “grave” o “disperata”. Il comune di Pittsburgh ha avvisato le famiglie che ne mancavano 650 per il primo giorno di scuola, il 3 settembre. A fine agosto a Chicago settanta autisti, il 10 per cento di quelli assegnati al trasporto scolastico, si sono licenziati improvvisamente a causa del nuovo obbligo vaccinale contro il covid-19 previsto nel distretto. Il sito della radio pubblica Npr spiega, però, che la mancanza di autisti non è dovuta solo a scelte personali legate al vaccino: incidono anche la bassa retribuzione e la difficoltà di ottenere la patente richiesta, visto che molti uffici che la rilasciano nell’ultimo anno e mezzo sono rimasti chiusi o hanno ridotto i loro servizi. 
  • In Norvegia il modello dell’orario flessibile potrebbe essere applicato anche agli studenti. L’idea è preparare ragazze e ragazzi alle dinamiche del lavoro, e insieme evitare che quelli più in difficoltà abbandonino la scuola. Per il momento sono stati elaborati due piani. Nel primo, gli studenti hanno due ore alla settimana di “studio volontario”, che possono accumulare per recuperare le assenze o, se non hanno perso nessuna lezione, per prendersi un giorno di riposo (sono concessi al massimo tre giorni all’anno). Nel secondo piano le ore di “studio volontario” arrivano a quattro e permettono di adattare in parte gli orari delle lezioni a bisogni specifici. La sperimentazione dovrebbe partire il prossimo anno e coinvolgere sei scuole di Oslo, scrive il quotidiano Aftenposten.

Dagli archivi

Citati per la prima volta nel marzo 1977 in una circolare del ministero dell’istruzione, i “club della salute” cominciarono a spuntare nelle scuole secondarie francesi all’inizio degli anni ottanta. Il loro scopo era scoraggiare l’uso di sostanze, ma gli studenti li trasformarono pian piano in spazi in cui poter parlare di questioni di salute e igiene in generale. In questi club l’infermiera della scuola aveva un ruolo centrale. Ne parla un articolo del quotidiano Le Monde del 24 marzo 1980.

In una scuola pubblica di Vanves, Francia, 195​3 (Georges Dudognon, Adoc-photos/Contrasto)

Come affrontare le ossessioni? Quali sono i pericoli del fumo e dell’alcol? Perché le ragazze non hanno i baffi? Cos’è l’amore? Sono le tipiche domande che si sentono nei nuovi “club della salute” che si stanno moltiplicando nel paese. Aperti agli alunni e agli insegnanti, nelle intenzioni ufficiali dovrebbero “sviluppare nei giovani il senso di responsabilità di fronte ai problemi della vita, alla luce delle ultime conoscenze scientifiche”, anche se l’obiettivo reale è la lotta alle droghe. La circolare del ministero dell’istruzione, che ha istituito i club, specifica: “L’attività d’informazione sarà continua e tenace, la discrezione non sarà sinonimo d’inefficienza”. 

All’inizio presidi e insegnanti sono stati titubanti, mentre i ragazzi e le ragazze hanno accolto bene la novità. Anzi, l’hanno adattata alle loro esigenze, chiarendo quali argomenti li interessavano: per esempio, la contraccezione, l’educazione sessuale, la salute alimentare, la depressione. Alla fine hanno ribattezzato questi spazi “club della vita vera”.

Il più delle volte l’attività è gestita, con la supervisione del preside e del medico dell’istituto, da un’infermiera scolastica, che assume la funzione di educatrice sanitaria. In genere l’infermiera riceve testi e materiale audiovisivo dal comitato sanitario regionale, dagli insegnanti, dai laboratori o da altre organizzazioni. Per i più timidi c’è anche una cassetta delle lettere. Le ragazze e i ragazzi sono coinvolti quasi subito e spesso l’attività informativa esce dal club e dalla scuola per coinvolgere tutta la città. Per esempio, le superiori di Saint-Exupéry a Saint-Dizier hanno realizzato una grande campagna contro l’abuso di alcol, distribuendo volantini e appendendo manifesti per le strade. L’istituto tecnico di Dreux ha organizzato insieme al comune una mostra dedicata alla prevenzione degli infortuni sul lavoro, intitolata Infermeria a porte aperte.

Come luoghi d’informazione e di discussione, ma anche d’apprendimento e d’incontro tra insegnanti, sanitari e studenti, questi club della salute possono avere un peso importante nella prevenzione e nella formazione. “Le infermiere e gli infermieri delle scuole pubbliche sono pronti a svolgere questo ruolo”, scrive Monique Jannot, segretario del sindacato affiliato alla Federazione nazionale dell’educazione (un’organizzazione attiva fino al 2000, ndr). Il ministero dell’istruzione valuta positivamente l’iniziativa. Con un aumento dei finanziamenti pubblici, i club della salute potrebbero moltiplicarsi.

Consigli

  • Da leggere Su Internazionale di questa settimana, in un articolo dedicato alle nuove riviste letterarie africane, si cita un racconto sulla scuola. Il testo, che s’intitola “The giver of nicknames”, è scritto da Rémy Ngamije e ruota intorno a un gruppo di studenti di un istituto d’élite della Namibia. A giugno è stato selezionato per il premio Caine, che ogni anno è assegnato al miglior racconto di un autore africano in lingua inglese. Si può leggere sul sito della rivista Lolwe.
  • Da vedere The Chair – La direttrice è una miniserie di Netflix che ha per protagonista Ji-Yoon Kim, una donna di origini coreane nominata capa del dipartimento d’inglese della Pembroke university, un ateneo statunitense immaginario. Il sito The Ringer ripercorre l’esperienza universitaria di una delle due sceneggiatrici, Annie Julia Wyman, mentre sul sito di Internazionale Francesca Coin riflette sui meriti e i limiti della serie.
  • Appuntamenti Se il prossimo fine settimana siete a Reggio Emilia per il festival di Internazionale Kids ci vediamo sabato alle 10 per parlare di periferie, recupero degli spazi della scuola e buon uso del digitale.

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