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14 gennaio 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

Pechino, Cina, 19 novembre 2021 (Kevin Frayer, Getty Images)

I pericoli del rallentamento cinese
Il 17 gennaio l’istituto di statistica nazionale della Cina ha annunciato che nel quarto trimestre del 2021 il pil del paese asiatico è cresciuto del 4 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di una frenata rispetto al 4,9 per cento registrato nel terzo trimestre del 2021 e al 6,5 per cento dello stesso trimestre del 2020. In tutto il 2021, inoltre, il pil cinese è aumentato dell’8,1 per cento, ma gran parte della crescita è legata ai primi sei mesi dell’anno. In molti altri altri paesi, scrive il Financial Times, un dato del genere sarebbe considerato un ottimo risultato, ma non è così per la Cina. Inoltre, il rallentamento della potenza asiatica, che dà un contributo decisivo al pil globale, è un problema anche per il resto del mondo.

Secondo il quotidiano finanziario britannico, ci sono a grandi linee tre problemi. Da più di un anno Pechino prende sistematicamente di mira, attraverso indagini giudiziarie e regolamenti più rigidi, le aziende del commercio e della finanza online, i servizi d’istruzione online, il mondo dei videogiochi e quello dell’intrattenimento, settori percepiti come nocivi per la società e la morale ma in realtà estremamente vitali e innovativi, non solo dal punto di vista economico ma – cosa forse più rilevante e pericolosa agli occhi di un governo autoritario – dal punto di vista sociale. Il 19 gennaio, per esempio, la Cyberspace administration of China, l’autorità governativa che regolamenta internet, ha annunciato nuove regole che impongono alle principali compagnie online del paese di richiedere l’approvazione di Pechino prima di fare un investimento. Poi ci sono i gravi problemi del mercato immobiliare, che contribuisce a quasi un terzo del pil nazionale: basti pensare ai guai finanziari del colosso delle costruzioni Evergrande. Infine c’è la strategia “zero covid”, cioè l’idea di ridurre i contagi di covid-19 a zero attraverso lockdown totali o parziali non appena anche poche persone risultano infette. La battaglia per contenere il covid-19 si sta già ripercuotendo sulla catena delle forniture globali, minacciando la produzione di una grande varietà di merci, dagli smartphone ai mobili. Il lockdown imposto nella città di Xi’an ha fatto restare a casa circa tredici milioni di persone. Si trovano nella stessa situazione diversi centri della provincia di Henan, dove si trova il più grande impianto per la produzione di iPhone della Apple, gestito dalla taiwanese Foxconn, e gli importanti distretti manifatturieri di Zhongshan e Zhuhai.

Il New York Times aggiunge un quarto fattore: la demografia. “L’invecchiamento della popolazione”, scrive il quotidiano statunitense, “potrebbe diventare un peso per l’economia cinese e la sua forza lavoro. Secondo l’ufficio di statistica, nel 2021 il tasso di natalità è diminuito bruscamente ed è stato di poco superiore a quello di mortalità”. Ma la popolazione cinese presenta anche altri squilibri. Come spiega il Wall Street Journal, nel paese asiatico “ci sono troppi maschi. La combinazione della politica del figlio unico (abbandonata da poco) e di una tradizionale preferenza per i figli maschi ha distorto la proporzione tra uomini e donne. “Alla fine degli anni novanta in Cina il numero di maschi equivaleva grosso modo a quello delle femmine. Nel 2020 invece c’erano 111 maschi ogni cento femmine”. L’eccesso dei cosiddetti “rami secchi” è all’origine di problemi sociali (aumento della violenza sulle donne, dipendenza da alcol e droghe) e penalizza anche l’economia. Uno degli effetti negativi per l’economia riguarda i prezzi degli immobili: “Secondo uno studio realizzato nel 2017, i prezzi delle case sono nettamente più alti nelle città cinesi dove ci sono più uomini che donne”, dal momento che in Cina spesso ci si aspetta che un giovane uomo “che si rispetti” compri casa in vista di un futuro matrimonio.

Tecnologia

La Microsoft punta sul metaverso
Il 18 gennaio la Microsoft ha annunciato un accordo da 68,7 miliardi di dollari per comprare la Activision Blizzard, un'azienda statunitense che produce e distribuisce videogiochi. Si tratta della maggiore acquisizione nella storia dell’azienda fondata da Bill Gates e di un accordo destinato, se approvato dalle autorità antitrust (la conclusione dell’operazione è prevista per il prossimo anno), a trasformare il settore dei videogiochi, un’industria che ha un giro d’affari annuale di duecento miliardi di dollari. L’accordo posizionerà la Microsoft tra i leader mondiali dei produttori e distributori di videogiochi accanto alla Sony e alla Tencent. Finora l’azienda era nota per la sua console Xbox e per titoli come Doom e Minecraft. Con l’Activision Blizzard e i suoi titoli più famosi – per esempio, Candy Crush, Call of Duty e World of Warcraft – può legarsi a milioni di nuovi utenti.

Quest’acquisizione è importante anche per le prospettive future del settore tecnologico. “Durante la breve conferenza stampa tenuta subito dopo l’annuncio”, scrive il Wall Street Journal, “i dirigenti della Microsoft e della Activision hanno citato la parola ‘metaverso’ almeno una decina di volte”. Un chiaro segno, secondo gli analisti, che per la Microsoft rafforzare la sua posizione nel settore dei videogiochi “è un modo per entrare anche nel metaverso, l’insieme di mondi virtuali in cui in futuro, secondo la visione delle aziende tecnologiche, sarà possibile lavorare, giocare e socializzare”. Un’idea che ha guadagnato grande attenzione soprattutto da quando, pochi mesi fa, è diventata l’obiettivo principale di Facebook. “E i videogiochi”, conclude il quotidiano, “sono un esempio di come potrebbero funzionare questi mondi virtuali, in cui le persone spendono soldi in beni digitali e usano degli avatar per interagire”.

Regno Unito

Amazon ritira l’ultimatum
Il 17 gennaio Amazon ha dichiarato che non bloccherà più i pagamenti con carte di credito Visa emesse nel Regno Unito. Il colosso statunitense del commercio on­line aveva annunciato la misura a partire dal 19 gennaio, sostenendo che la Visa aveva aumentato eccessivamente le provvigioni sui pagamenti effettuati nel Regno Unito. L’azienda fondata da Jeff Bezos sostiene che provvigioni più alte si traducono in prezzi maggiori per i clienti e che le nuove tecnologie non giustificano alcun aumento. La Visa risponde che le minacce di Amazon abbiano il solo effetto di ridurre la scelta dei consumatori. Ora le due aziende stanno trattando per arrivare a un compromesso. La posta in gioco è troppo alta per andare a uno scontro a oltranza, osserva la Neue Zürcher Zeitung: Amazon controlla un quarto del mercato del commercio online britannico, che è il più ricco d’Europa. La vicenda, aggiunge il quotidiano svizzero, dimostra inoltre che il potere di un’azienda dominante diminuisce se si scontra con un’altra potenza, che può essere un’autorità antitrust oppure, come in questo caso, un gigante dei pagamenti.

Dietro lo scontro tra Amazon e la Visa, tuttavia, potrebbe esserci molto di più, in particolare il futuro dell’industria dei pagamenti, sostiene il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. Il caso del Regno Unito è stato probabilmente una sorta di test per capire se un negozio online possa prima o poi fare a meno dei gestori delle carte di credito. La Visa e la Mastercard costituiscono di fatto un duopolio che controlla i pagamenti digitali, ma oggi molti cominciano a chiedersi se non ci siano tecnologie con le quali si possano gestire i trasferimenti di denaro direttamente da banca a banca, da conto a conto. “Per i circuiti delle carte di credito questo è uno scenario da incubo”. Non sorprende quindi il fatto che da tempo Amazon permette ai clienti di inserire il loro numero di conto sul suo sito e di pagare con un unico click attraverso il servizio Amazon Pay.

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Numeri

10,9

Quest’anno i paesi più poveri del mondo hanno debiti in scadenza per 10,9 miliardi di dollari. Molti di loro hanno respinto alcuni programmi d’aiuto internazionali preferendo rivolgersi ai mercati per finanziare la loro risposta alla pandemia, scrive il Financial Times. Tuttavia, i 42 paesi che hanno aderito a progetti come la Debt service suspension initiative, un programma per il rinvio delle scadenze dei debiti voluto dal G20 (il gruppo delle principali economie mondiali), da quest’anno devono ricominciare a pagare i pagamenti sospesi nel 2020 e nel 2021. I 74 paesi classificati a basso reddito dovranno rimborsare nel complesso 35 miliardi di dollari. Secondo la Banca mondiale si tratta di un aumento del 45 per cento rispetto al 2020. L’istituto prevede che quest’anno il 60 per cento dei paesi a basso reddito sarà costretto a ristrutturare il debito pubblico. Tra gli stati più in difficoltà ci sono lo Sri Lanka, che secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s rischia seriamente l’insolvenza, il Ghana, il Salvador e la Tunisia.

Stati Uniti

Un nuovo paradiso per le criptovalute
Puerto Rico, un territorio non incorporato degli Stati Uniti, è da tempo la meta di informatici e avventurieri che vogliono fare dell’isola caraibica un nuovo paradiso delle criptovalute. Nel 2021, scrive il Washington Post, sono quasi triplicati gli arrivi di persone che cercano di sfruttare le agevolazioni fiscali concesse dall’amministrazione locale a chi investe nelle tecnologie cripto e in altri settori. All’inizio i portoricani hanno accolto con un certo entusiasmo i nuovi arrivati, sperando che portassero benessere e lavoro su un territorio devastato nel 2017 dalle catastrofi naturali (l’uragano Maria uccise circa tremila persone e lasciò gran parte dei portoricani senza elettricità e acqua) e dal clamoroso crollo delle finanze pubbliche. Ma adesso, racconta il quotidiano statunitense, il clima sta cambiando. “Molti sostengono che i beneficiari delle generose agevolazioni fiscali non aiutano la comunità locale. Per questo Indipendencia, il partito della sinistra indipendente di Puerto Rico, ha chiesto che vengano cancellate”.

La legge denominata Act 22 offre a chi vive sull’isola per almeno 183 giorni all’anno l’esenzione dalle imposte sugli utili dei loro investimenti. L’agevolazione non si applica a chi nel passato ha vissuto a Puerto Rico per quindici anni, in sostanza a tutti i nativi. Secondo uno studio recente, tra il 2015 e il 2019 i benefici concessi dallo stato hanno contribuito a creare appena 4.400 nuovi posti di lavoro. I soldi degli investitori sono finiti per lo più nel settore immobiliare (lo studio parla di circa 1,3 miliardi di dollari), provocando tra l’altro un aumento dei prezzi delle case.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale In Giappone i prezzi crescono molto meno rispetto agli Stati Uniti o all’Unione europea. Perché gli abitanti del paese asiatico pensano che sia troppo rischioso spendere soldi e investire, scrive il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung.

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