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11 marzo 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

Mosca, Russia, 8 marzo 2022 (Pavel Pavlov, Anadolu Agency/Getty Images)

L’occidente inasprisce le sanzioni
L’8 marzo il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha vietato l’importazione di petrolio e altre fonti d’energia dalla Russia come ulteriore sanzione contro l’aggressione del Cremlino all’Ucraina. La Casa Bianca ha dato 45 giorni di tempo alle aziende statunitensi per uscire dai contratti che le legano ai fornitori russi. Il provvedimento, inoltre, vieta nuovi investimenti nel settore energetico russo e blocca ogni forma di finanziamento ad aziende straniere che investono nell’energia. Attualmente proviene dalla Russia circa l’8 per cento delle importazioni statunitensi di greggio e di prodotti raffinati, pari a circa 672mila barili al giorno. Biden finora aveva esitato a bloccare le importazioni, nel timore che la sanzione facesse aumentare ulteriormente i prezzi del carburante e in generale l’inflazione, che intanto a febbraio è arrivata al 7,9 per cento. L’8 marzo il prezzo del greggio Brent è salito a 133 dollari al barile, prima di stabilizzarsi intorno ai 128 dollari.

Nello stesso giorno dell’annuncio di Biden, il colosso energetico Shell ha dichiarato l’intenzione di “mettere fine progressivamente al suo coinvolgimento nel settore russo degli idrocarburi, inclusi il greggio, i prodotti petroliferi, il gas e il gas naturale liquefatto”. Un primo passo immediato, invece, è il blocco di ogni acquisto di greggio russo e la chiusura delle stazioni di servizio e della fornitura di carburante per aerei e di oli lubrificanti in Russia. Annunci simili sono arrivati dalla Bp e dalla Exxon Mobil.

Anche gli alleati occidentali degli Stati Uniti hanno deciso nuove sanzioni. L’8 marzo il premier britannico Boris Johnson ha dichiarato che il Regno Unito bloccherà le importazioni di petrolio russo entro la fine del 2022. Il governo di Londra, inoltre, studierà una soluzione per eliminare totalmente anche quelle di gas. Il 9 marzo il Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli stati membri dell'Unione europea (Coreper, un organo che prepara i lavori del Consiglio europeo) ha approvato nuove sanzioni contro i leader e gli oligarchi russi e i loro familiari. Altre misure riguardano il settore del trasporto marittimo, l’adeguamento dell’elenco di beni e tecnologie che non possono essere esportati e infine l’esclusione di tre banche bielorusse dal Swift, il sistema di messaggistica usato per comunicare i dettagli dei pagamenti transfrontalieri tra le banche.

L’Unione europea, tuttavia, non ha ancora deciso se limitare o bloccare del tutto le sue importazioni energetiche dalla Russia. La posizione di Bruxelles è più difficile rispetto a quella di Washington e Londra a causa della sciagurata politica condotta negli ultimi anni, in particolare dalla Germania e dall’Italia, che ha prodotto un’eccessiva dipendenza da un unico fornitore, cioè dal regime di Vladimir Putin. Il 9 marzo, in occasione del question time alla camera dei deputati, il presidente del consiglio Mario Draghi ha sottolineato che “la quota di gas russo è aumentata molto negli ultimi dieci, quindici anni. Quello che è veramente straordinario è che è aumentata fortemente anche dopo l’invasione della Crimea; questo dimostra una sottovalutazione del problema energetico, ma anche una sottovalutazione di politica estera”. L’Unione europea importa dalla Russia il 40 per cento del suo gas e il 27 per cento del petrolio, mentre il Regno Unito si assicura in questo modo solo il 4 per cento del gas e l’8 per cento del petrolio. Bruxelles è di fatto più ricattabile: non a caso il 7 marzo il vicepremier russo Aleksandr Novak ha minacciato di bloccare le forniture attraverso il gasdotto Nord Stream 1, attraverso il quale passa fino al 40 per cento del gas comprato dall’Unione europea. La rinuncia al gas e al petrolio priverebbe Mosca di entrate per centinaia di milioni di euro al giorno, ma porrebbe i paesi europei davanti a sfide enormi, scrive il quotidiano tedesco Die Tageszeitung: l’alternativa sarebbe l’importazione da altri paesi in forma di gas naturale liquefatto, ma per il momento non ci sono impianti di rigassificazione sufficienti; bisognerà inoltre potenziare gli investimenti nelle fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica. Tutto questo, però, non può avvenire in poco tempo: costringerà le famiglie e le aziende a fare i conti con prezzi dell’energia stabilmente più alti e in generale con lo spettro della recessione.

L’Unione europea, comunque, non sembra scoraggiata. Al vertice tenuto il 10 e 11 marzo a Versailles, in Francia, i capi di stato e di governo europei si sono impegnati a ridurre le importazioni energetiche già a partire da quest’anno. “Un obiettivo ambizioso e costoso, molto costoso”, commenta la Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Ma è anche un segnale importante: l’Unione europea non ha più intenzione di farsi ricattare”.

Materie prime

Chi sfugge alle restrizioni
Oltre ai colossi energetici Gazprom e Rosneft, c’è un’altra azienda russa probabilmente troppo grande e troppo importante per essere colpita direttamente dalle sanzioni occidentali: la Mmc Norilsk Nickel (Nornickel). Come scrive il Wall Street Journal, grazie ai suoi giacimenti siberiani quest’azienda mineraria assicura metalli fondamentali per la transizione digitale ed energetica. Il caso della Nor­nickel, continua il quotidiano, evidenzia “il dilemma dei governi, che vogliono punire la Russia per l’invasione dell’Ucraina e allo stesso tempo conservare l’accesso a importanti materie prime”. La Nornickel contribuisce al 5 per cento della produzione annuale di nichel, un componente chiave delle batterie dei veicoli elettrici, e al 40 per cento di quella del palladio, usato per la fabbricazione dei catalizzatori e dei semiconduttori. L’azienda russa, inoltre, fornisce altri metalli importanti per la transizione energetica, come il cobalto e il rame.

Questi prodotti hanno registrato rialzi simili a quelli del petrolio e del gas, generati dalla paura che il Cremlino blocchi le forniture: il 7 marzo il prezzo del nichel è aumentato del 40 per cento (rispetto al 1 gennaio è salito del 93 per cento); quello del palladio, invece, è aumentato del 73 per cento rispetto a un anno fa. “Se in seguito alle sanzioni non potremo comprare il palladio, sono prevedibili conseguenze negative a livello globale”, ha dichiarato al Wall Street Journal Gabriele Randlshofer, direttore generale dell’International platinum group metals association, un gruppo commerciale che comprende compratori e fornitori di palladio.

Russia

Scaffali vuoti e file sovietiche
Come si vive in Russia dopo le sanzioni occidentali? Un’idea la dà Novaja Gazeta, uno dei pochi mezzi d’informazione russi indipendenti ancora attivi. Il modo più semplice è immaginare di fare acquisti in un grande centro commerciale. A quel punto si scopre che la carta di credito e altri mezzi di pagamento elettronico sono stati bloccati e che al bancomat ci sono file lunghissime che ricordano i tempi dell’Unione Sovietica, e comunque si può prelevare solo una somma limitata di contanti. Molti negozi, soprattutto quelli occidentali, hanno chiuso. E in quelli aperti i prezzi sono aumentati vertiginosamente (dopo l’invasione il rublo si è svalutato del 50 per cento) e si vedono già scaffali vuoti. In questi giorni, racconta il settimanale tedesco Die Zeit, “a Mosca migliaia di persone hanno preso d’assalto i negozi dei marchi occidentali: Lou­is Vuit­ton, Fen­di, Guc­ci, Her­mès, Pra­da, Cha­nel. Dopo aver fatto lunghe file, hanno preso tutto il possibile, pagando in contanti o con le carte di credito delle banche russe che ancora funzionano”. Sono andati a ruba anche i generi alimentari e i medicinali.

In un’economia che riserva le ricchezze ricavate dalla vendita delle materie prime agli oligarchi, alle aziende di stato e alle strategie belliche ed espansionistiche del Cremlino, gli effetti delle sanzioni per ora si riversano sui cittadini comuni, soprattutto su quelli – la maggior parte – già esclusi dal benessere russo. Nessuno è in grado di dire se questo indebolirà il regime di Putin, che intanto decide misure sempre più severe. Il 9 marzo la banca centrale russa ha proibito l’uso dei rubli per comprare dollari o altre valute straniere pregiate nei prossimi sei mesi. Dai conti su cui sono depositate somme in valute straniere, inoltre, non si possono ritirare più di diecimila dollari. E intanto l’agenzia di rating Fitch sostiene che è “imminente” un’insolvenza del governo russo sui suoi debiti.

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Numeri

54,4%

In Turchia l’inflazione ha raggiunto il picco più alto degli ultimi vent’anni. A febbraio l’indice dei prezzi è arrivato al 54,4 per cento rispetto allo stesso mese del 2021, in seguito all’ulteriore svalutazione della moneta nazionale, la lira, che nel 2021 ha perso il 50 per cento, e all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia. Lo scorso mese, in particolare, il rincaro dei prodotti alimentari è stato del 64,5 per cento, mentre i trasporti sono aumentati del 75,8 per cento.

Il crollo finanziario sta facendo crescere il malcontento tra i cittadini. Secondo un sondaggio della società di ricerche MetroPoll, tre quarti dei turchi sono convinti che il governo gestisca male l’economia, anche se nel 2021 il pil nazionale è cresciuto del 9 per cento. Secondo altri sondaggi, infatti, il principale problema dei turchi in questo momento è il costo della vita. Gli esperti suggeriscono da tempo di aumentare i tassi d’interesse per contenere l’inflazione, ma il presidente Recep Tayyip Erdoğan, che si definisce “un nemico dei tassi d’interesse”, continua a ignorare gli esperti. Nell’ultimo anno Erdoğan ha di fatto costretto la banca centrale ad abbassare a più riprese il costo del denaro, scommettendo sul fatto che, soprattutto in vista delle elezioni del 2023, una lira debole rafforzi le esportazioni e sostenga la crescita economica.

Stati Uniti

La Casa Bianca s’interessa alle criptovalute
Il 9 marzo il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo che impone una profonda revisione della politica della Casa Bianca sulle criptovalute. L’obiettivo, spiega il Washington Post, è assicurare al paese un ruolo di leader nel settore (che a livello mondiale vale circa 1.850 miliardi di dollari) e allo stesso tempo ridurre i rischi per i cittadini e per il sistema finanziario. Il provvedimento, inoltre, prevede la necessità di studiare lo sviluppo di una valuta digitale da parte della banca centrale degli Stati Uniti, la Federal reserve (Fed), affiancando esperimenti simili già in corso in più di cento paesi, tra cui la Cina e la Russia.

L’attenzione della Casa Bianca per le criptovalute, sottolinea il Financial Times, è stata accentuata anche dall’aggressione russa dell’Ucraina. Fin dall’inizio del conflitto il governo di Kiev ha organizzato una raccolta fondi per finanziare la resistenza ucraina attraverso donazioni in criptovalute, e finora ha messo insieme più di cento milioni di dollari, più della somma messa inizialmente a disposizione dall’Unione europea. Allo stesso tempo le autorità statunitensi temono che la Russia sfrutti le monete digitali per aggirare le sanzioni finanziarie. La guerra in Ucraina, spiega il quotidiano britannico, potrebbe diventare un fattore in grado di accelerare la crescita delle criptovalute, perché è il primo grande evento in cui questa tecnologia svolge un ruolo importante, tra l’altro in una zona del mondo che con i suoi informatici ha contribuito non poco allo sviluppo del settore. Sullo sfondo c’è inoltre la preoccupazione che in futuro fuori dall’occidente il dollaro perda il suo ruolo di principale valuta di riserva globale. “È improbabile che questo avvenga in poco tempo”, scrive il Financial Times. “Com’è altrettanto improbabile che a breve arrivi il dollaro digitale”. Ma è evidente che gli Stati Uniti vogliono far rientrare lo sviluppo del mondo cripto in un quadro regolamentare ben definito. “Tutto questo farà inorridire i libertari, ma oggi i principali protagonisti del settore cripto vogliono entrare nell’establishment e sono ansiosi di fare una buona impressione. In questo senso l’esplosione della filantropia cripto per l’Ucraina ha un forte valore simbolico. Consideratelo un altro esempio di come una guerra possa produrre effetti collaterali inattesi. Non solo in politica, ma anche nella finanza”.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale

  • Ogni anno estraiamo dal sottosuolo miliardi di tonnellate di materiali, che in gran parte poi buttiamo via. Un sistema insostenibile. Serve una vera economia circolare basata su nuovi modi di produrre le cose, scrive New Scientist.
  • Discriminazioni, ostacoli linguistici e tecnologici. Secondo la Süddeutsche Zeitung, in Germania gli immigrati hanno in media paghe più basse dei lavoratori tedeschi. E negli ultimi anni il divario è aumentato.

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