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28 gennaio 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

Washington, Stati Uniti, 11 gennaio 2022. Jerome Powell, il presidente della Federal reserve (Graeme Jennings, Reuters/Contrasto)

La fine del denaro a basso costo
Il 26 gennaio la Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) ha annunciato che dalla metà di marzo comincerà ad aumentare il costo del denaro nel tentativo di contenere il ritorno dell’inflazione. A dicembre l’indice è arrivato al 7 per cento, il dato più alto degli ultimi quarant’anni negli Stati Uniti. Jerome Powell, il presidente della Fed, ha dichiarato che l’istituto è pronto al primo aumento nella riunione del 15 e 16 marzo e ha aggiunto che potrebbero seguirne altri a un ritmo più sostenuto rispetto a quello tenuto negli ultimi dieci anni. Il capo della Fed, tuttavia, non ha specificato quanti e quali saranno gli aumenti, sottolineando che “in questo momento fare una politica monetaria appropriata richiede umiltà, perché l’economia si evolve in modi inattesi”. Basti pensare a fattori come gli sviluppi imprevisti della pandemia, le tensioni tra Cina e Stati Uniti e la situazione in Ucraina. La Fed ha inoltre confermato che a marzo terminerà il suo programma di acquisto di titoli, ma deve ancora decidere quando e come ridurre il suo enorme portafoglio, che vale novemila miliardi di dollari ed è più che raddoppiato dopo l’esplosione della pandemia.

La decisione della Fed arriva mentre gli ultimi dati indicano un’economia statunitense in ottime condizioni: nel 2021 il pil nazionale dovrebbe essere cresciuto del 5,7 per cento (il dato più alto dal 1984), mentre la disoccupazione è al 3,9 per cento. L’ideale quindi per cominciare a ritirare le politiche espansive messe in atto negli ultimi due anni. In realtà, spiega la Neue Zürcher Zeitung, Powell teme che l’inflazione possa finire fuori controllo e che l’enorme mole di liquidità in circolazione provochi un brusco crollo dei mercati finanziari. “Ma gli effetti della politica monetaria”, osserva il quotidiano svizzero, “non sono mai immediati”. La paura di molti esperti è che la Fed abbia tardato a imprimere questa svolta (a dicembre aveva annunciato il rialzo del costo del denaro dopo marzo e per massimo tre volte in tutto il 2022, mentre in precedenza aveva escluso aumenti prima del 2024). Per questo in futuro potrebbe essere costretta a prendere misure più drastiche, e quindi più penalizzanti per l’economia, per tenere sotto controllo la situazione.

El Salvador

Una scommessa troppo rischiosa
Il 26 gennaio il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha invitato il Salvador a ritirare lo status di valuta legale al bitcoin a causa degli elevati rischi che la criptovaluta comporta per la sua stabilità finanziaria. Tra l’istituto e il paese latinoamericano sono in corso da tempo negoziati per un prestito di 1,3 miliardi di dollari che metta in sicurezza i dissestati conti pubblici salvadoregni. A settembre del 2021 il Salvador è diventato il primo paese al mondo ad adottare il bitcoin come valuta legale valida per tutti i pagamenti. Molti economisti hanno subito messo in evidenza che così il paese si esponeva a enormi rischi, soprattutto perché il bitcoin è un investimento altamente speculativo e volatile. Proprio per questo già a luglio del 2021 l’agenzia di rating Moody’s aveva deciso di declassare il giudizio di affidabilità sul debito pubblico del Salvador. Il presidente Nayib Bukele, tuttavia, ha continuato per la sua strada. A novembre, per esempio, ha annunciato l’emissione di titoli di stato per il valore di un miliardo di dollari: vuole usare metà della somma per comprare bitcoin e il resto per finanziare progetti legati alla criptovaluta.

Il problema del Salvador è il legame tra le sue finanze e un investimento capace di oscillazioni fortissime in poco tempo. Una condizione in grado d’infliggere forti perdite a uno stato che attualmente possiede quasi 1.400 bitcoin ed è governato, come dice Bloomberg Businessweek “dall’unico presidente al mondo che usa fondi pubblici per scommettere sulle criptovalute dal suo telefono”. L’ultima dimostrazione è arrivata in questi giorni. Il 24 gennaio il valore del bitcoin è crollato a quasi 33mila dollari, un calo di più del 50 per cento rispetto al picco storico toccato a novembre 2021, cioè 68.992 dollari, scrive Le Monde. “Chi vedeva nella criptovaluta un rifugio sicuro contro l’inflazione ora ha capito che le cose non stanno così”, commenta il quotidiano francese. “Il rialzo dei prezzi in tutto il mondo e la previsione di un aumento del costo del denaro fatta dalla Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) tengono i capitali lontano dagli investimenti più rischiosi”. Dopo l’esplosione della pandemia il bitcoin ha beneficiato della liquidità che ha invaso i mercati. Prima del dicembre 2020 non aveva mai superato la soglia dei ventimila dollari.

Germania

Gli stranieri guadagnano meno
Uno degli obiettivi fissati dal nuovo governo tedesco c’è quello di risolvere la carenza di manodopera in alcuni settori chiave dell’economia nazionale, attirando ogni anno in Germania circa 400mila lavoratori qualificati. Tra le misure decise dall’esecutivo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz ci sono un sistema a punti che privilegi gli immigrati più istruiti e l’aumento del salario minimo fino a dodici euro all’ora. Secondo l’Institut der deutschen Wirtschaft, quest’anno la forza lavoro tedesca si ridurrà di 300mila unità, man mano che i più anziani vanno in pensione e i giovani che entrano nel mondo del lavoro diminuiscono. La cifra rischia di superare la soglia delle 650mila persone entro il 2029.

Probabilmente in futuro gli immigrati più qualificati troveranno ottime occasioni di lavoro in Germania, ma nel paese non tutti gli stranieri ricevono un trattamento equo. Secondo uno studio del Rwi - Leibniz-Institut für Wirtschaftsforschung, i tedeschi hanno un salario superiore in media del 13 per cento rispetto a quello degli immigrati. Negli ultimi trent’anni, inoltre, il divario è raddoppiato. Questa disparità, scrive la Süddeutsche Zeitung, ha molte cause. Può essere spiegata per esempio con le barriere linguistiche e i differenti livelli d’istruzione: i lavoratori locali si specializzano in mansioni ben pagate che richiedono grandi capacità comunicative e prevedono un alto grado d’interazione; gli immigrati invece si concentrano sui lavori manuali pagati di meno. Ci sono però anche forme di discriminazione: “Con un nome straniero è più difficile essere invitati a un colloquio per un posto di lavoro”, e spesso i titoli di studio e le qualifiche straniere non vengono accettati dalle aziende locali.

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Numeri

70%

Buona parte del mondo non se la passa bene con la corruzione. Almeno secondo gli ultimi dati dell’indice elaborato dall’ong Transparency International. L’Indice di percezione della corruzione, basato sulle stime di esperti e i dati di istituzioni come la Banca mondiale, assegna a ogni paese un valore compreso tra 0 (il massimo della corruzione) e 100 (una situazione ideale). Nella classifica presentata il 25 gennaio quasi il 70 per cento dei paesi ha un valore inferiore a 50. “I paesi poveri”, scrive l’Economist, “fanno peggio di quelli ricchi, in parte perché la povertà peggiora la corruzione, ma anche perché è la corruzione a far crescere la povertà”.

La regione messa peggio è l’Africa subsahariana, con un valore medio pari a 33. L’Europa occidentale è a 66, l’Italia a 56. Nel corso del 2021 i crolli più netti nella classifica hanno riguardato i paesi che hanno soppresso le libertà civili e la stampa con la scusa di rallentare i contagi di covid-19. Rispetto al 2020, per esempio, la Bielorussia ha perso sei punti. I punteggi bassi sono legati al comportamento dei governi locali, ma spesso nei paesi poveri la corruzione è alimentata da aziende che hanno sede nei paesi ricchi. Transparency International, infatti, pubblica un altro rapporto che si concentra sui paesi le cui aziende corrompono politici e funzionari stranieri. In cima ci sono paesi, come il Regno Unito e la Svizzera, che al loro interno non sono considerati particolarmente corrotti.

Stati Uniti

Un settore in difficoltà
Il settore alimentare statunitense attraversa un momento difficile perché l’ondata di contagi dovuta alla variante omicron del virus sars-cov-2 tiene lontano dalle fabbriche e dai negozi molti lavoratori, lasciando addirittura qualche vuoto negli scaffali, scrive il Wall Street Journal. “In Arizona un decimo dei dipendenti degli impianti di produzione e di distribuzione di una grande azienda alimentare è in malattia”. Si tratta della Church Brothers Farms, che confeziona verdure e le vende a negozi e ristoranti. Il suo presidente, Steve Church, ha dichiarato che finora l’azienda è riuscita a evadere tutti gli ordini, ma questo ha comportato maggiori carichi di lavoro per gli operai rimasti. Nel Massachusetts, invece, “i contagi hanno rallentato l’arrivo dei prodotti ittici nei supermercati e nei ristoranti”. Il quotidiano spiega che secondo i dirigenti e gli esperti del settore la situazione potrebbe continuare così per settimane, anche se l’ondata di contagi dovesse rallentare.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale Grazie ai dati raccolti negli ultimi due anni, alcuni studi cominciano a smentire l’idea che l’automazione provochi sempre una riduzione dei posti di lavoro per gli esseri umani, scrive l’Economist.

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