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9 luglio 2021

Sudamericana

La newsletter sull’America Latina a cura di Camilla Desideri

Ucciso il presidente di Haiti “Intorno all’una della notte tra il 6 e il 7 luglio 2021 un gruppo di persone non identificate, tra cui alcune che parlavano inglese e spagnolo, ha attaccato la residenza privata del presidente della repubblica, uccidendolo” . Con questo breve comunicato il primo ministro haitiano uscente, Claude Joseph, ha dato la notizia dell’uccisione del presidente Jovenel Moïse a Port-au-Prince. Nell’attacco è stata ferita anche la moglie, che è stata trasferita in Florida. Le sue condizioni sono critiche ma stabili. Joseph, che ha definito l’omicidio un atto “disumano e barbaro”, ha invitato la popolazione a mantenere la calma assicurando che la polizia e le forze armate stanno lavorando per mantenere l’ordine. Nel paese è stato proclamato lo stato d’emergenza e l’aeroporto della capitale è stato chiuso. Il 7 luglio il direttore generale della polizia nazionale, Léon Charles, ha annunciato in un discorso trasmesso in tv che quattro mercenari del commando che ha attaccato il presidente “sono stati uccisi e altri due sono stati intercettati e sono sotto il nostro controllo”. Il giorno dopo, in conferenza stampa, ha detto che del commando facevano parte “26 colombiani, identificati dal loro passaporto, e due haitiani di origine statunitense”. Otto sospettati di aver ucciso il presidente sarebbero ancora in fuga, mentre gli altri sono stati arrestati.

Un mandato contestato Jovenel Moïse, 53 anni, veniva dal settore imprenditoriale bananiero e faceva parte del partito di destra Tèt Kale. Era stato eletto nell’ottobre del 2015, quando il predecessore Michel Martelly aveva terminato il suo mandato, ma il voto era stato annullato per presunte irregolarità. Alle elezioni del 2016 era stato rieletto entrando in carica solo il 7 febbraio 2017. Due giorni prima di essere ucciso, Moïse aveva nominato un nuovo primo ministro, il chirurgo Ariel Henry, 71 anni, per cercare di organizzare entro la fine dell’anno le elezioni legislative (rimandate dal 2019). Oggi Henry rivendica il suo diritto a formare un governo e nel paese si apre un vuoto di potere pericoloso, dal momento che il capo della corte suprema (che dovrebbe prendere l’interim in caso di vacanza di potere) è morto di covid-19 qualche settimana fa. Durante tutto il mandato di Moïse, la situazione ad Haiti, che occupa la metà occidentale dell’isola di Hispaniola, è stata difficile: ci sono state manifestazioni per chiedere la sua destituzione ed è stato accusato di corruzione e di usare modi autoritari. Inoltre la violenza nella capitale e in altre città è da tempo fuori controllo, con le gang criminali che hanno acquisito sempre più potere.

Povertà e disastri naturali Ma i problemi del paese, il più povero delle Americhe, hanno radici lontane. E negli ultimi anni il devastante terremoto del 2010 (che provocò più di 230mila vittime), l’epidemia di colera, il passaggio dell’uragano Sandy nel 2012 e dell’uragano Matthew nel 2016 e infine la pandemia di covid-19, hanno aggravato una situazione economica e sociale precaria, indebolendo ancora di più le istituzioni.

La rivista Nueva Sociedad consiglia una serie di articoli per capire il contesto della crisi haitiana. El hilo, un podcast in spagnolo che racconta l’attualità latinoamericana, ha intervistato il politologo Joseph Harold Pierre, che lavora all’università Notre Dame di Haiti, per far luce sulle cause che hanno portato all’omicidio del presidente.

Port-au-Prince, 7 luglio 2021. I resti della cattedrale distrutta dal terremoto del 2010 (Joseph Odelyn, Ap/Lapresse)

Attualità

Brasile Il 3 luglio, per la terza volta in poco più di un mese, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in oltre trecento città del paese per protestare contro il governo di Jair Bolsonaro e la sua gestione della pandemia. Oltre alla politica negazionista che ha portato il Brasile a superare il mezzo milione di vittime per covid-19 e al rifiuto d’imporre misure di restrizione per non fermare l’economia, questa volta al centro degli slogan dei manifestanti c’erano le nuove denunce di corruzione sulla campagna vaccinale. Il 26 giugno, durante i lavori della commissione d’inchiesta parlamentare sulla gestione della crisi sanitaria, è emersa la testimonianza di un dipendente del ministero della salute che accusa direttamente Bolsonaro di essere al centro di una frode sui vaccini. Il governo avrebbe comprato in sovrapprezzo venti milioni di dosi del vaccino Covaxin, prodotto dall’azienda indiana Bharat Biotech, e alcuni funzionari avrebbero intascato tangenti per l’acquisto. Il presidente ha negato qualsiasi irregolarità, accusando l’opposizione di fabbricare ad arte accuse contro di lui per portare avanti la richiesta di impeachment. Il fatto che sul fronte interno Bolsonaro sia sempre più sotto pressione e che la sua popolarità sia in calo potrebbe avere anche qualche risvolto positivo. In un’analisi pubblicata su Americas Quarterly, l’analista Oliver Stuenkel ipotizza che il leader brasiliano potrebbe essere più disposto ad accettare la pressione internazionale per fermare la deforestazione in Amazzonia. Del 23 giugno è la notizia delle dimissioni del ministro dell’ambiente Ricardo Salles, accusato di aver favorito i produttori di legname.

Honduras Il 5 luglio un tribunale dell’Honduras ha dichiarato David Castillo Mejía responsabile di aver pianificato l’omicidio dell’attivista ambientale Berta Cáceres, uccisa la notte tra il 2 e il 3 marzo 2016 nella sua casa a La Esperanza, nel dipartimento di Intibucá, in Honduras. Castillo era un dirigente dell’azienda Desarrollos Energéticos (Desa) e un ex ufficiale dell’intelligence honduregna addestrato negli Stati Uniti. Nel 2018 era stato arrestato all’aeroporto di San Pedro Sula mentre cercava di lasciare il paese. Dopo un processo durato 49 giorni, il tribunale di Tegucigalpa ha stabilito che Castillo ha pagato delle persone e usato i suoi contatti nel settore militare per controllare i movimenti di Cáceres per anni. E che ha coordinato, organizzato e ottenuto il denaro per mettere a punto l’omicidio dell’attivista, uccisa per aver guidato la campagna contro la diga provocando danni economici alla Desa. L’azienda era a capo di un progetto per la costruzione della diga di Agua Zarca sul fiume Gualcarque, contro cui si batteva Cáceres, perché lo considerava una minaccia per l’ambiente e per le terre degli indigeni lenca. Finora per l’uccisione dell’attivista, che nel 2015 aveva vinto il premio Goldman per l’ambiente, erano state condannate sette persone, ma è la prima volta che il cerchio si stringe intorno ai vertici della Desa. Il processo, a lungo rimandato, era cominciato nell’ottobre del 2018 ma senza gli avvocati dei parenti di Cáceres e di Gustavo Castro, testimone diretto dell’omicidio.

Un primo passo Per la figlia di Cáceres, Bertha Isabel Zúñiga Cáceres, e il Consiglio delle organizzazioni popolari dell’Honduras (Copinh) che presiede, la sentenza “è una vittoria popolare e un passo per fermare l’impunità”. Inoltre, è un segnale del fatto che le strutture del potere non sono riuscite a corrompere il sistema giudiziario honduregno. Zúñiga, però, ha sottolineato che questa condanna è solo una prima vittoria: la causa andrà avanti fino a quando si risalirà ai mandanti intellettuali dell’omicidio di Cáceres e si arriverà agli Atala Zablah, una ricchissima famiglia dell’Honduras proprietaria della Desa.
 

  • Due podcast per chi vuole approfondire la storia e le lotte di Berta Cáceres: Berta y el río ricostruisce l’impegno di Cáceres attraverso la testimonianza di Berta Zúniga, sua seconda figlia. Blood river, sette puntate in cui il giornalista statunitense Monte Reel racconta le lunghe indagini per far luce sull’omicidio dell’attivista.

Tegucigalpa, 5 luglio 2021 (Delmer Membreno, Picture alliance/Getty Images)

Cuba Il 23 giugno l’assemblea generale delle Nazioni Unite si è espressa contro l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba e ha invitato Washington a sospendere questa misura coercitiva unilaterale. La risoluzione ha ottenuto 184 voti favorevoli, due contrari (di Stati Uniti e Israele) e tre astensioni (Colombia, Emirati Arabi Uniti e Ucraina). Nel dibattito che ha preceduto la votazione, il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha affermato che il bloqueo, com’è chiamato l’embargo, rappresenta una violazione flagrante e sistematica dei diritti umani e che, in base alla convenzione di Ginevra del 1948, costituisce un atto di genocidio. È dal 1992 che l’Onu si esprime per l’abolizione dell’embargo economico contro L’Avana. Lo stesso giorno, davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York, un gruppo di oppositori cubani ha organizzato una protesta per chiedere la liberazione dei prigionieri politici. “Il messaggio di oggi è molto semplice, si tratta di giustizia elementare: libertà per i prigionieri politici”, ha dichiarato all’agenzia Efe il giornalista e scrittore Carlos Manuel Álvarez. È giusto che l’embargo si critichi negli organismi internazionali, ha aggiunto definendolo una politica illegale e ingiusta, “ma non può servire come giustificazione per privare i cubani delle loro libertà”, prima fra tutte quella di potersi esprimere.

  • Il governo cubano commette violazioni sistematiche dei diritti umani contro artisti e giornalisti indipendenti, ha segnalato il 30 giugno l’ong Human rights watch (Hrw), pubblicando un rapporto e un video sulla situazione nel paese. “Cantare una canzone che non piace alle autorità o riportare le notizie in modo indipendente sono motivi sufficienti per essere arrestati a Cuba”, ha dichiarato José Manuel Vivanco, direttore per le Americhe di Hrw. “Questi abusi non sono eventi isolati, ma sembrano far parte di un piano per mettere a tacere alcune voci critiche”.

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Colombia La commissione della verità il 23 giugno ha organizzato un incontro tra le persone vittime di sequestro da parte della guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), durante i più di cinquant’anni di conflitto civile, e i loro rapitori. Tra i presenti c’erano Íngrid Betancourt, ex candidata alla presidenza della Colombia nel 2002 e rimasta nelle mani delle Farc per sei anni, e Rodrigo Londoño detto Timochenko, il comandante guerrigliero che nel 2016 ha firmato gli accordi di pace con il governo di Juan Manuel Santos. Nel difficile cammino che il paese ha cominciato a intraprendere verso la pace, alcuni ex combattenti hanno ammesso di provare a vergogna per i crimini commessi e per aver usato l’arma del sequestro. Ma non hanno chiesto perdono alle vittime e ai loro familiari, suscitando lo sdegno dei presenti. Lo ha esplicitato Betancourt quando ha preso la parola: “Mi sorprende che noi, da questa parte, stiamo tutti piangendo, mentre dal vostro lato (riferendosi agli ex combattenti) non è stata versata una lacrima”. Poi ha sottolineato con enfasi che “la guerra è un fallimento, è servita solo a lasciare tutto immutato e a rimandare il futuro dei nostri giovani”.

Perù Migliaia di persone hanno manifestato il 6 luglio a Lima per protestare contro l’incertezza del risultato delle elezioni presidenziali del 6 giugno. A più di un mese dal secondo turno delle presidenziali, infatti, ancora non è stato proclamato il vincitore anche se il nuovo presidente dovrebbe insediarsi il prossimo 28 luglio. Il candidato di sinistra, Pedro Castillo, che ha ricevuto il sostegno soprattutto delle zone rurali del paese, ha ottenuto 44mila voti in più di Keiko Fujimori, la candidata della destra che ha contestato il risultato senza fornire prove e ha chiesto un riconteggio parziale dei voti. Le autorità elettorali hanno assicurato che entro la metà di luglio sarà reso noto il risultato ufficiale.

Il Cile cambia

Elisa Loncón a Santiago del Cile, 4 luglio 2021 (Marcelo Hernandez, Getty Images )

Il 4 luglio si sono aperti i lavori dell’assemblea costituente cilena, che avrà il compito di riscrivere la carta fondamentale del paese risalente all’epoca della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). A presiedere i lavori dell’assemblea è stata eletta al secondo tentativo, con 96 voti favorevoli su 155, Elisa Loncón, 58 anni, nativa mapuche, attivista, linguista e originaria della regione dell’Araucanía. È un segnale politico verso le donne e il movimento femminista, che ha avuto un ruolo fondamentale nella protesta sociale cominciata nell’ottobre del 2019 e sfociata nel voto per la costituente lo scorso maggio. Ma soprattutto è un’apertura verso i popoli originari, solitamente esclusi dalle grandi decisioni dello stato e che dalla fondazione della repubblica reclamano il diritto sulla loro terra, nel sud del paese. Loncón, che occupa uno dei diciassette seggi riservati alle popolazioni native, si è presentata con una bandiera mapuche in mano. Quando ha preso il microfono, le prime parole che ha pronunciato sono state in mapudungún, la lingua dei mapuche, l’etnia maggioritaria in Cile. Il castigliano è arrivato solo dopo. Loncón ha salutato tutto il paese, “dal nord fino alla Patagonia, dal mare alla cordigliera fino alle isole, tutto il popolo cileno che ci sta ascoltando”. Poi ha sottolineato che il suo saluto era rivolto alle donne, “che hanno camminato contro ogni sistema di dominazione”, e ha promesso che la nuova costituzione trasformerà il Cile, facendolo diventare interculturale e plurinazionale, un paese che curi la natura, la madre terra, e non inquini le sue acque. L’assemblea avrà nove mesi di tempo (più altri tre mesi in caso di necessità) per scrivere la nuova costituzione, che poi dovrà essere sottoposta a referendum.

Consigli

  • Un ciclo di podcast sul giornalismo latinoamericano con le voci delle donne che raccontano la regione. Si chiama En primera persona ed è stato lanciato alla metà di giugno dalla fondazione Gabo insieme a Google news initiative, e prodotto da Podium podcast. La scrittrice argentina Leila Guerriero parla di reportage e di come selezionare una storia; si discute di giornalismo d’inchiesta attraverso le testimonianze della cilena Mónica González e della colombiana María Teresa Ronderos, ma anche di fotogiornalismo con la messicana Graciela Iturbide e di come si fa radio in America Latina con Carolina Guerrero e Yolanda Ruiz. “Vogliamo che questo podcast sia un’ispirazione per chi si sta formando per diventare giornalista nella regione, in particolare per le donne. E che metta in luce non solo il lavoro rigoroso e impegnato svolto da queste croniste per costruire società più informate, ma anche gli ostacoli che hanno dovuto affrontare in una professione tradizionalmente dominata dagli uomini”, ha detto Karen de la Hoz della fondazione Gabo.
 
  • La magia, il mistero, ma anche le paure, i sogni e la forza del popolo yanomami sono gli ingredienti del documentario The last forest (A última floresta), presentato al festival di Berlino 2021. Diretto dal regista e sceneggiatore di São Paulo Luiz Bolognesi, noto per il suo lavoro pluriennale sulla realtà dei popoli amazzonici, il film è stato scritto insieme a Davi Kopenawa, uno dei leader della comunità, sciamano, che guida gli spettatori alla scoperta di un mondo incantato, di saggezza antica e, purtroppo, di lotta per la sopravvivenza. Gli yanomami erano già presenti nella foresta cinquecento anni prima che gli uomini bianchi si affacciassero alle soglie dei loro villaggi. Oggi, ancora orgogliosamente isolati, coltivano le loro tradizioni che il film racconta con sguardo discreto. È il consiglio di Alberto Riva, giornalista e scrittore.

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Questa settimana su Internazionale

Sul sito Un commento di Pierre Haski sulle manifestazioni in Brasile contro il governo di Jair Bolsonaro e la corruzione. E un’analisi, sempre di Pierre Haski, sul vuoto di potere ad Haiti dopo l’uccisione del presidente Jovenel Moïse.
Sul settimanale Un’inchiesta del New York Times ricostruisce le cause e i problemi strutturali che la sera del 3 maggio hanno provocato il crollo di un tratto della linea 12 della metropolitana di Città del Messico. E ne analizza le probabili ripercussioni politiche. Un reportage di Carlos Salinas Maldonado, uscito sul quotidiano El País, sulla recente ondata di repressione del governo del Nicaragua e sulla situazione dei prigionieri politici. E poi, da Mediapart, un ritratto di Irací Hassler, la nuova sindaca di Santiago del Cile.

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