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8 maggio 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

“Quando avevo sedici anni, alcune foto di me nuda fecero il giro della scuola. (…) Ricordo il sito in cui furono pubblicate. Ricordo l’intervista inventata, la pagina su GeenStijl e i commenti non richiesti sul mio seno, il viso, le cosce. Ricordo Sylvie che stampò quelle immagini per distribuirle in classe. E soprattutto ricordo che decisi di minimizzare tutto, seguendo la filosofia di mia madre: se gli presti attenzione, cresce”. Comincia così il lungo articolo di Jantine Jongebloed pubblicato a febbraio su Volkskrant Magazine, una rivista dei Paesi Bassi.
 
Jongebloed, una giornalista freelance, nell’estate del 2020, dopo una banale conversazione su WhatsApp con una vecchia amica di scuola, ha cominciato a farsi domande su quell’episodio avvenuto diciassette anni prima. Aveva provato vergogna? Rabbia? Com’erano potute finire delle immagini intime, scattate per il suo ragazzo di allora, su forum e siti scandalistici? Che storia si era raccontata in tutti questi anni? Corrispondeva al vero?
 
Nel 2004 era un’adolescente introversa ma schietta, sua madre era maestra elementare, suo padre era informatico e lei a casa aveva un computer tutto per sé. Con i compagni di classe si scambiava messaggi su Cu2 (una sorta di Facebook ante litteram, molto usato dagli adolescenti olandesi) e dopo la scuola passava ore nelle chat di Msn e Irc con il suo ragazzo e le amiche. Era anche attiva sul forum di scholieren.com, dove qualche centinaio di ragazze e ragazzi di tutto il paese condivideva amori, patimenti e qualsiasi altra cosa. WhatsApp e Facebook non esistevano ancora. Jongebloed racconta che mandare foto intime al suo ragazzo la divertiva, le piaceva scoprire i suoi desideri e il suo corpo. E anche condividere autoscatti audaci sui forum frequentati dai suoi coetanei non la preoccupava: per loro erano luoghi sicuri, si conoscevano tutti.

La copertina di Volkskrant Magazine dedicata all’articolo di Jantine Jongebloed, il 20 febbraio 2021 (Dr)

Poi un giorno di febbraio alcune foto inviate al suo ragazzo via email e altre condivise sui forum riempirono un sito di gossip, accompagnate da una finta intervista. E il giorno successivo erano sulla homepage di GeenStijl, un sito scandalistico conosciuto in tutto il paese. Non ci misero molto ad arrivare al liceo di Jongebloed: qualcuno aveva condiviso via email il link a quei siti, gli indirizzi messi in copia erano centinaia. 
 
L’articolo di Volkskrant alterna i ricordi dell’autrice con quelli dei compagni di classe, degli ex fidanzati, degli insegnanti contattati per ricostruire la vicenda. Ci sono Sylvie, la compagna che stampò quelle foto in formato A4 per appenderle nell’atrio della scuola come fossero dei poster; David, il suo ragazzo di allora; il vicepreside che aveva liquidato la vicenda in cinque minuti; alcuni utenti dei forum che frequentava da adolescente; la redazione di GeenStijl; la madre, oggi tutor di una scuola superiore, che si occupa regolarmente di scandali sessuali. 
 
Jongebloed precisa che quella vicenda non ha influenzato il suo modo di affrontare la sessualità, gli uomini o il suo corpo. Ma ha lasciato dei segni, lo ha capito da adulta. E forse un intervento diverso degli insegnanti della sua scuola, e soprattutto un corso sulla privacy online e sulla condivisione di contenuti intimi avrebbero risparmiato a lei e ad altri adolescenti dei momenti difficili.
 
In coda all’articolo, Volkskrant dà alcuni dati. Nel 2019, un giovane su cinque nei Paesi Bassi ha fatto sexting, si è scambiato cioè messaggi, foto o video sessualmente espliciti. Nel 12-15 per cento dei casi, chi era coinvolto ha subìto minacce e abusi: contenuti che dovevano restare privati sono stati inviati ad altre persone senza il suo consenso o sono stati pubblicati su siti web progettati per invogliare le persone a condividere, scaricare e commentare. La fondazione HelpWanted.nl, che si occupa di tutela dei minori, quell’anno ha ricevuto più di 2.400 segnalazioni. 

Per Rutgers, un centro internazionale dedicato alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi con sede a Utrecht, è fondamentale investire di più sull’educazione sessuale nelle scuole. Una sua ricerca di ampia scala tra gli studenti delle scuole superiori, mostra che l’80 per cento dei giovani olandesi non sa riconoscere quando un messaggio a contenuto erotico diventa un’offesa.

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Notizie

L’istruzione che manca Quarant’anni di guerre hanno reso l’Afghanistan uno dei paesi più poveri del mondo. Nell’indice di sviluppo umano, un indicatore usato dalle Nazioni Unite accanto al pil per valutare la qualità della vita di uno stato, è al 169° posto su 189. Oltre un terzo della popolazione vive a più di due ore da una struttura sanitaria e anche prima della pandemia circa 3,7 milioni di bambini e bambine, quasi la metà del totale, non erano iscritti a scuola.
 
L’Afghanistan è anche uno dei paesi con il più alto numero di persone con disabilità in rapporto alla popolazione. Secondo una ricerca dell’organizzazione internazionale Asia foundation, l’80 per cento degli adulti e il 17,3 per cento dei bambini e delle bambine hanno una disabilità motoria, sensoriale, intellettiva o psichica. L’incidenza delle forme gravi è passata dal 2,7 per cento del 2005 (anno a cui risalgono gli ultimi dati diffusi dal governo) al 13,9 per cento del 2019. 

Per i minori avere una disabilità vuol dire quasi sempre non poter ricevere un’istruzione: le scuole non sono attrezzate e non vogliono occuparsi di loro, mancano le infrastrutture e i mezzi di trasporto adatti (due terzi degli afgani con disabilità vivono nelle zone rurali), e spesso manca anche il sostegno delle famiglie. Nel 2003 il governo di transizione aveva elaborato un piano per la tutela delle persone con disabilità, e dieci anni dopo il parlamento votò una legge che vieta di discriminarle, affidando allo stato il compito di promuovere e farsi carico della loro inclusione. Ma non ci sono stati miglioramenti, anzi, in alcune aree la situazione è addirittura peggiorata.

Una scuola a Kabul sta provando a invertire la rotta. Si chiama Fatima Khalil school, in ricordo di un’attivista per i diritti umani uccisa dai taliban a giugno del 2020. È gratuita, include terapie e percorsi di riabilitazione e punta a far integrare negli istituti statali i minori che segue. È la prima scuola riconosciuta nel paese per persone con ogni tipo di disabilità. Ora ha 34 studenti, anche se conta di accoglierne altri nei prossimi mesi.

Il valore delle gite Benjamin Lelièvre, insegnante di tedesco in una scuola secondaria vicino a Parigi, spera ancora di portare a giugno i suoi studenti in gita a Friburgo, in Germania. Anche se l’esperienza del 2020 avrebbe dovuto convincerlo a rinunciare: “Avevamo organizzato uno scambio di classe a Geldern, vicino a Düsseldorf. Dieci giorni prima della partenza è stato cancellato per il covid-19”, racconta a Le Monde. 

Xavier Obert, direttore della Go & Live, un’azienda che organizza viaggi scolastici e vacanze studio, non è altrettanto ottimista. Ormai considera il 2021 un anno perso. Di solito impiega cinquanta persone solo per organizzare le gite, quest’anno l’ufficio è rimasto chiuso. “I presidi delle scuole avevano altre cose per la testa, e i genitori non avrebbero mandato volentieri i figli all’estero” anche se si fosse potuto, ammette Obert. “Eppure”, aggiunge, “qualunque adulto si emoziona ricordando le gite di classe o gli scambi con altre scuole”. 

Capucine, una ragazza iscritta al primo anno di sociologia, s’illumina quando parla dei viaggi fatti con la scuola. È convinta che quelle esperienze abbiano inciso sulla sua crescita. Insegnano a confrontarsi con altre persone, fanno conoscere culture diverse, formano dei ricordi condivisi dalla classe e modificano il rapporto con i professori. Sono anche le prime fughe dai genitori, le prime prove di autonomia, spiega.

Copyright Jon Klassen © 2021 The Rock from the Sky by Jon Klassen, reproduced by kind permission of Walker Books Ltd

Rocce che cadono The rock from the sky è un libro che parla, almeno in parte, di una roccia. È composto da cinque storie, in cui interagiscono tre personaggi: una tartaruga il cui posto preferito è accanto a un fiore rosa, proprio dove sta per cadere un masso gigante; un armadillo che non sa se fare compagnia alla tartaruga, perché ha “un cattivo presentimento”; e un serpente che si unisce all’armadillo. Questi animali non fanno molto, e anche la loro conversazione è comicamente piatta. Per fortuna, nessuno viene schiacciato dal masso. Quando la tartaruga, incuriosita, ci sale e poi precipita finendo a pancia in su, non accetta l’aiuto dell’armadillo per girarsi. Questo è il loro dialogo: 
“Ci stavi salendo sopra?”.
“No”.
“Sei caduta?”.
“No”.
Nella terza storia i personaggi s’immaginano un futuro di foreste rigogliose e torri con occhi giganti, nella quarta l’armadillo e il serpente si riposano godendosi il tramonto, ed evitando la tartaruga. Che così nell’ultima storia cerca un altro posto per sé. Senza svelarvi la fine, vi dico solo che c’entra una seconda roccia.

The rock from the sky è scritto e illustrato da Jon Klassen, un artista canadese che nel 2013 ha vinto la medaglia Caldecott con Questo non è il mio cappello (Zoolibri 2017). Ed è un libro per i bambini e le bambine della scuola per l’infanzia. Ma anche se evoca classiche storie di amicizia, non è solare. Affronta uno spettro di emozioni complicate come la gelosia, la vendetta e il giudizio, e soprattutto il tema dell’incertezza. “M’interessava trovare il modo di parlare di cose che non riusciamo a spiegarci, e che forse non hanno una spiegazione”, ha confidato Klassen alla rivista canadese The Walrus. “Penso che i bambini si sentano spesso così: stare in un mondo in cui capiscono di non capire”. La tartaruga, l’armadillo e il serpente non sanno da dove venga quel sasso e perché sia finito lì, ormai fa parte della loro giornata. “Ora sanno che le rocce cadono dal cielo, ma non smettono di discutere sul tramonto, e continuano a farsi i loro sonnellini e a lavorare su rapporti che non funzionano. Non perdono la calma, non passano il resto del libro a interrogarsi su quel masso. Ci si appoggiano per farsi un riposino”.

Se Samuel Beckett avesse scritto un libro per bambini, avrebbe potuto essere questo. “Fa tornare alla mente la roccia nel paesaggio di Aspettando Godot”, riflette Sarah Boxer, autrice di graphic novel, sul New York Times. “O la roccia che Sisifo spinge ogni giorno solo per vederla rotolare giù, o ancora la roccia a cui Prometeo è incatenato mentre il suo fegato viene mangiato da un’aquila. Insomma, roba da bambini”. I sassi, continua Boxer, “anche nei libri per l’infanzia, per esempio in Silvestro e il sassolino magico di William Steig (Rizzoli 2017), preannunciano cose brutte: la disperazione, l’incapacità di muoversi, la reclusione. Ma in questo bellissimo, scarno, divertente libro di Jon Klassen il sasso segnala qualcosa di diverso: il destino. Evviva”.

E poi:

  • Un terzo delle scuole dell’infanzia pubbliche inglesi ha dovuto tagliare il personale e i servizi a causa della pandemia, che ha fatto diminuire le entrate e alzare i costi, scrive il Guardian. Queste scuole, che accolgono bambini e bambine fino ai cinque anni, spesso includono forme di assistenza specifiche, per esempio per le disabilità, che non sono previste nel settore privato. In Inghilterra gli asili pubblici sono solo 389, e si occupano di 40mila bambini. 
  • Tarada, guffa, kelek, meshouf, kaiya e zaima: sono tutte antiche imbarcazioni usate in Iraq. Presto saranno materia d’esame in varie università del paese, racconta il sito Al Fanar Media.
  • Il 27 aprile il parlamento dell’Ungheria ha approvato una legge che affida la gestione di altre undici università pubbliche a fondazioni private. Ogni fondazione ha ricevuto 600 miliardi di fiorini (1,67 miliardi di euro) come capitale di partenza, e in più può vendere o affittare i beni immobili che appartengono all’università. Nei consigli di amministrazione di queste fondazioni, spiega il sito Balkan Insight, siedono politici di Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Orbán, o suoi sostenitori, compresi alcuni ministri. Solo cinque università, continuano ad avere una gestione pubblica, e si trovano tutte a Budapest.

In prima persona

Luigi Sepe, insegnante di sostegno all'istituto tecnico e al professionale di Seriate, in provincia di Bergamo

“Bisogna aspettare quindici minuti”, ci dicono. L’atmosfera è leggera, informale, nonostante la solennità del momento: i listoni di finto parquet a terra, la radio che manda i successi dell’estate, una suora seduta su una sedia che fa un cruciverba. Nella sala vaccinazione sono l’unico uomo. Per scoprire il braccio sinistro sono costretto a togliermi la camicia. Mentre la sbottono l’infermiera mi guarda impensierita, poi, gettando un occhio alle signore in attesa dietro di me, mi fa segno di fermarmi. Mi porta in un’altra sala dove, mi dice, posso spogliarmi liberamente. Tengo il braccio disteso verso il basso, il torace è scoperto ma non fa freddo. È primavera, in fondo. È un attimo, neanche vedo la siringa. Neanche sento la puntura. Esco con la camicia ancora sbottonata e aspetto in prima fila il certificato di vaccinazione. Un’altra infermiera, da dietro il pc, mi avverte: “È alla rovescia”. “Cosa?”, chiedo io, ancora frastornato dall’evento. “La camicia, l’ha abbottonata alla rovescia”. “Ah, non fa nulla!”, rispondo imbarazzato. Ma lei insiste: “Forse se la mette nei pantaloni si nota di meno”. Adesso sono completamente rivestito. Maglione e piumino, nonostante la primavera. Siedo nell’ultima fila, in fondo alla sala. La musica alla radio mi fa pensare a qualcosa d’impreciso e lontano. “Dovete aspettare quindici minuti”, ci ripetono gli operatori. Ogni tanto, sento un lieve pizzicore al braccio sinistro, la mano mi brucia. Quando comincia a tremare, smetto di prendere appunti. Ancora cinque minuti e, forse, avrò dato il mio contributo alla fine di tutto questo. Ancora quattro, e potrò andarmene contento incontro a questa giornata di sole.

Consigli

  • Nel primo numero di questa newsletter avevo segnalato un audiodocumentario a episodi del New York Times sulle vicende di una scuola superiore di Odessa, in Texas, e della sua Broncho marching band. Il 30 aprile è uscito il quarto e ultimo episodio, che si concentra sulla salute mentale degli studenti. Lo potete ascoltare qui.
  • Su Internazionale di questa settimana trovate un approfondimento del País sulla pausa forzata delle lezioni in America Latina, dal Brasile all’Equador, dal Perù alla Bolivia. E un articolo dell’Economist su una decisione della corte suprema statunitense che potrebbe incidere sulla libertà d’espressione degli studenti, in classe e fuori.
  • Sul sito la psicologa Adriana Belotti parla di norme ministeriali e metodologie inclusive applicate in Italia nei mesi della pandemia, mentre Christian Raimo affronta il tema dei fondi per la scuola, coprogettazione tra scuole e terzo settore e patti di comunità.

 

La copertina

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