Copy
Pubblicità
5 maggio 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

Giulio Regeni, il processo e il depistaggio L’udienza preliminare del processo contro quattro esponenti dei servizi segreti egiziani accusati dell’omicidio di Giulio Regeni fissata per il 29 aprile è stata rimandata al 25 maggio perché uno dei legali d’ufficio degli imputati è in isolamento per il covid-19. Alla vigilia del giorno in cui era stata fissata l’udienza è stato pubblicato su YouTube un video di 50 minuti, intitolato The story of Regeni, a cui è stata associata anche una pagina Facebook (entrambi sono stati rimossi). Si presentava come “il primo documentario” che rivela “gli ultimi momenti del ricercatore italiano nella capitale egiziana”. In realtà si tratta di un tentativo per screditare Regeni, scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato dopo nove giorni con evidenti segni di tortura sul corpo, e di scagionare il regime egiziano da ogni responsabilità per la sua morte.

Nel video, i cui autori sono ignoti, le attività di ricerca di Regeni sono presentate come sospette e s’insinua che lui fosse vicino ai servizi segreti occidentali e ai Fratelli musulmani. Di “ennesimo inaccettabile tentativo di depistaggio” parla in una nota Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Regeni.

In vista del processo, la famiglia Regeni ha esortato nuovi potenziali testimoni a farsi avanti e a parlare. Il 22 aprile Al Araby Tv ha mandato in onda un documentario (in arabo) in cui presenta due nuovi testimoni, che confermano che Regeni è stato detenuto, interrogato e torturato da personale militare egiziano. Intanto il 28 aprile la Rete italiana pace e disarmo ha rivelato che nel 2020, per il secondo anno consecutivo, l’Egitto è “il principale acquirente di sistemi d’arma esportati dalle aziende italiane a produzione militare”, nonostante “le pesanti violazioni dei diritti umani” e la “mancanza di collaborazione” nei casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki.

Attualità

Durante le celebrazioni per la festa di Sham el Nessim, a Qanater al Khayreya, 3 maggio 2021 (Khaled Desouki, Afp)

Festività Il 3 maggio gli egiziani di tutte le religioni e di tutte le provenienze hanno celebrato la festa di Sham el Nessim, che significa “respirare la brezza fresca”. La ricorrenza, che si celebra ogni anno all’indomani della Pasqua copta, simbolizza l’inizio della primavera e il rinnovamento. Le persone la festeggiano dipingendo uova sode e organizzando picnic per mangiare pesce sotto sale e lattuga. Le origini della festa risalgono al 2.700 aC, quando gli antichi egizi offrivano cibo alle divinità in occasione dell’arrivo della primavera. In seguito all’introduzione della cristianità in Egitto nel primo secolo dC, la celebrazione fu associata alla Pasqua copta.

Israele Nella notte tra il 29 e il 30 aprile almeno 44 persone sono morte e più di 150 sono rimaste ferite nella calca durante la festività ebraica di Lag baomer sul monte Meron, nel nord del paese. Le autorità avevano autorizzato la presenza di diecimila persone, ma secondo i mezzi d’informazione israeliani ce n’erano molte di più. Decine di migliaia di ebrei ortodossi fanno un pellegrinaggio al monte Meron ogni anno per celebrare la festa religiosa con falò, preghiere e danze.

Palestina Il 30 aprile il presidente palestinese Abu Mazen ha rinviato le elezioni legislative del 22 maggio, che sarebbero state le prime nei Territori palestinesi da quindici anni, motivando la decisione con la necessità di garantire la partecipazione anche agli abitanti di Gerusalemme Est, occupata da Israele. Il partito islamico Hamas ha contestato il rinvio. Non è stata fissata una nuova data. Secondo molti osservatori, Abu Mazen teme di non essere riconfermato dal voto e la sua decisione rafforzerà le divisioni tra i palestinesi.

Cultura Il noto sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas il 2 maggio ha rifiutato un premio letterario degli Emirati Arabi Uniti a causa della situazione dei diritti umani nel paese del Golfo. Habermas, 91 anni, inizialmente aveva accettato lo Sheikh Zayed book award, ma ha cambiato idea dopo aver compreso “la stretta connessione dell’istituto che conferisce il premio ad Abu Dhabi con il sistema politico in vigore”, ha chiarito in una nota. Il premio è dedicato a Sheikh Zayed bin Sultan al Nahyan, il primo presidente degli Emirati, che regnò per più di trent’anni e morì nel 2004 a 86 anni.

Diplomazia Il 4 maggio sono ripresi nella cittadina libanese di Naqura i negoziati tra Libano e Israele sulla delimitazione della loro frontiera marittima. È il quinto round dei colloqui, che erano stati sospesi lo scorso dicembre e sono sponsorizzati dalle Nazioni Unite, con la mediazione degli Stati Uniti. In un commento sul quotidiano libanese L’Orient-Le Jour Anthony Samrani sottolinea che “la gestione del dossier della frontiera marittima è un condensato di tutto quello che non va nella vita politica libanese”.

Iraq Tra il 28 aprile e il 1 maggio in quattro attacchi jihadisti intorno a Baghdad sono morte diciotto persone, per lo più militari. Il 2 maggio due razzi hanno colpito l’aeroporto di Baghdad, che ospita le truppe statunitensi schierate nell’ambito della coalizione contro il gruppo Stato islamico. Il giorno dopo altri tre razzi hanno colpito una base aerea a nord della capitale, anche questa sede di truppe statunitensi.

Pubblicità

Diritti

Contro giornalisti e attivisti nel Kurdistan iracheno
Una nota pubblicata dall’ong Human rights watch il 22 aprile denuncia lo svolgimento di “processi profondamente iniqui” contro giornalisti e attivisti nel Kurdistan iracheno. La regione autonoma del nord dell’Iraq, ricca di petrolio, è composta da tre province controllate da due clan familiari, i Barzani a Erbil e Dohuk e i Talabani a Sulaymaniya, che si accusano a vicenda di tradire la causa curda.

Il 16 febbraio in un processo “segnato da gravi violazioni degli standard di equità e imparzialità e da alti livelli d’interferenza politica” sono stati condannati a sei anni di carcere per “attentato alla sicurezza del Kurdistan” tre giornalisti (Ayaz Karam Brushki, Kohidar Mohammed Zebari e Sherwan Ameen Sherwani) e due attivisti (Shivan Saed Omar Brushki e Harwian Issa Ahmed), che avevano criticato le azioni del governo e chiesto riforme.

Secondo Karzan Fadhel, avvocato e capo dell’ong Democracy and human rights development center di Sulaymaniya, attualmente ci sono 74 detenuti politici a Erbil e Dohuk. Sono tutti oppositori o manifestanti accusati indiscriminatamente di “attentato alla sicurezza” o “terrorismo”.

Focus

Jaffa, 1 maggio 1921
Prima ancora della nascita dello stato d’Israele (avvenuta nel 1948), le violenze scoppiate a Jaffa cento anni fa tra ebrei e arabi contengono tutti gli elementi delle ostilità che sarebbero esplose in seguito. E ci ricordano quanto intricato e profondamente radicato sia questo conflitto, in giorni segnati dalle tensioni a Gerusalemme e da attacchi e rappresaglie nella Cisgiordania occupata.

Come scrivono lo storico Mark LeVine e l’ex ambasciatore svedese Mathias Mossberg in un articolo su Al Jazeera, all’inizio del novecento Jaffa era diventata la capitale economica e culturale della Palestina araba, mentre la vicina Tel Aviv, dove nel 1909 era stato creato il primo quartiere ebraico, era il fulcro della comunità ebraica locale. Il 1 maggio 1921 un gruppo di ebrei marxisti che manifestavano in solidarietà con il movimento dei lavoratori marciò nel quartiere misto sul lungomare tra le due città, dove si scontrò con i gendarmi britannici, che volevano disperderlo. Temendo un assalto, gli abitanti arabi attaccarono per primi e nelle violenze che si diffusero per tutta Jaffa morirono 47 ebrei e 48 palestinesi.

Invece di cercare di mitigare la rabbia crescente della popolazione indigena, i leader sionisti approfittarono dell’incidente per promuovere un’immigrazione illimitata verso la Palestina. Migliaia di abitanti ebrei di Jaffa emigrarono a Tel Aviv, che da allora fu riconosciuta come una città separata. I sentimenti nazionalistici si rafforzarono da entrambe le parti. Nei decenni successivi Jaffa, oggi un quartiere povero ma gentrifricato, e Tel Aviv, fulcro del moderno Israele, continuarono a scontrarsi. Ma in diverse occasioni riuscirono anche a cooperare, per esempio quando i leader ebrei e palestinesi si unirono per installare l’illuminazione stradale a Jaffa. Le tensioni tra le due città sono un “microcosmo” del più ampio conflitto israelopalestinese, ma anche un promemoria per immaginare un futuro diverso.

Da mangiare

Damasco, 28 aprile 2021 (Louai Beshara, Afp)

Il dolce per tutti
Rivoluzione, guerra, repressione, crisi economica. Nonostante le difficoltà che hanno dovuto affrontare negli ultimi dieci anni, i siriani di Damasco non hanno mai rinunciato al naaem, un dolce tradizionale che si vende per strada, chiamato anche “pane del Ramadan” perché si consuma tipicamente quando si rompe il digiuno durante il mese sacro. Una crêpe dolce e croccante, il naaem si prepara immergendo un pezzetto d’impasto nell’olio bollente. Quando diventa largo e croccante si tira fuori e si condisce con datteri o melassa di uva.

Dato che costa 2.500 lire siriane (meno di un euro), questo dessert è uno dei pochi che gli abitanti della capitale si possono ancora permettere. A causa dell’aumento dei prezzi e del crollo del valore della moneta locale, molti piatti tradizionali dell’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, sono scomparsi dalle tavole dei siriani. Carne rossa, brodo di pollo e dolci tradizionali come i barazek, biscotti al miele ricoperti di sesamo e pistacchio, o i baklava, composti da pasta fillo ricoperta da sciroppo di zucchero, miele e frutta secca, sono ormai un miraggio per molti abitanti di Damasco, nota come “la città della pasticceria araba”. Il naaem però è ancora alla portata di tutti e, con il suo gusto semplice e sfizioso, continua a fare felici grandi e bambini.

Consigli

Da vedere Su TikTok sono diventati molto popolari i video di alcune lavoratrici domestiche straniere nei paesi del Golfo, che con ironia e leggerezza denunciano la loro condizione di sfruttamento. Tra loro c’è Brenda Dama, 26 anni, che dal Kenya è andata in Arabia Saudita nel 2019 per lavorare come domestica in una famiglia locale. I suoi video, tra cui uno in cui fa una parodia della canzone Renee del duo indie rock statunitense Sales, hanno totalizzato 900mila visualizzazioni e quasi seimila commenti. Nieza Tunacao invece ha 27 anni e nel 2018 ha lasciato le Filippine per andare a lavorare in Kuwait. Ha creato una serie intitolata Ofw Diaries (un’abbreviazione per indicare i lavoratori provenienti dalle Filippine) in cui parla dei problemi che deve affrontare ogni giorno, con cui ha raggiunto 1,2 milioni di follower. Le ricche monarchie del golfo Persico dipendono dai lavoratori provenienti dall’Africa, dall’Asia e dai paesi arabi più poveri, che però spesso subiscono abusi e sfruttamento. Le donne sono particolarmente vulnerabili.

Da leggere È uscito per Carbonio Editore Il randagio e altri racconti dello scrittore, critico letterario e traduttore iraniano Sadeq Hedayat (1903 - 1951), considerato il padre della letteratura persiana moderna. La traduzione è di Anna Vanzan, iranista e islamologa scomparsa a dicembre del 2020, che ha anche scelto i dieci racconti mai pubblicati finora in Italia, scritti tra il 1930 e il 1942 e tratti da diverse raccolte.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito Zuhair al Jezairy rivela la negligenza e la corruzione dietro l’incendio all’ospedale di Baghdad. Catherine Cornet denuncia l’estremismo e l’apartheid che colpiscono i palestinesi.

Sul settimanale Un articolo di Haaretz sul razzismo e la violenza a Gerusalemme.

Compra questo numero o abbonati
per ricevere Internazionale
ogni settimana a casa tua.


Per suggerimenti e segnalazioni scrivi a mediorientale@internazionale.it

Qui ci sono le altre newsletter di Internazionale.

Sostieni Internazionale. Aiutaci a tenere questa newsletter e il sito di Internazionale liberi e accessibili a tutti, garantendo un’informazione di qualità.

Visita lo shop di Internazionale.