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14 maggio 2021

Sudamericana

La newsletter sull’America Latina a cura di Camilla Desideri

Sciopero nazionale Le proteste in Colombia vanno avanti da giorni e non accennano a fermarsi. Tutto è cominciato il 28 aprile, quando alcune organizzazioni sociali di lavoratori, studenti e gruppi nativi hanno convocato un paro nacional, sciopero nazionale, contro la riforma fiscale del governo del presidente Iván Duque (centrodestra) che avrebbe colpito soprattutto il ceto medio già duramente messo alla prova da più di un anno di restrizioni per la pandemia. Dal 2020 a oggi la povertà ha raggiunto il 42 per cento e il tasso di disoccupazione è salito al 14,2 per cento, secondo i dati resi noti a maggio dal Dane, il dipartimento nazionale di statistica. Data questa situazione economica e sociale già precaria, era molto probabile che una riforma che tra le varie misure prevedeva anche l’aumento dell’iva mettesse in allarme la popolazione. Le manifestazioni sono state da subito molto partecipate anche se il paese sta affrontando la terza ondata della pandemia e in molte città è in vigore il coprifuoco.

Le ragioni dei manifestanti Dopo quattro giorni di proteste il 2 maggio il presidente Iván Duque ha annunciato il ritiro della riforma e ha accettato le dimissioni del ministro delle finanze, Alberto Carrasquilla. È stata una vittoria importante per i manifestanti, ma non è bastata a fermare la protesta. Le ragioni del malcontento e della rabbia dei colombiani sono infatti molto più profonde. La decisione del governo di militarizzare le strade, la repressione violenta delle proteste da parte della polizia – un problema ricorrente in America Latina – le profonde disuguaglianze del paese, una riforma della sanità contestata e la violenza continua contro gli attivisti sociali hanno spinto gli organizzatori del paro a non abbandonare la piazza. Molti manifestanti chiedono un sistema di tassazione più equo, che non favorisca solo i grandi oligopoli dello zucchero, delle banane e del settore minerario, e un’istruzione accessibile a tutti.

Polizia violenta Dall’inizio delle manifestazioni il 28 aprile fino al 9 maggio l’ong Temblores e l’istituto Indepaz hanno documentato 47 omicidi. In almen asi è stato possibile stabilire che le persone sono morte per mano della polizia. Tra gli abusi commessi ci sono state violenze sessuali, aggressioni fisiche e detenzioni arbitrarie. Le persone scomparse sarebbero centinaia. La maggior parte degli scontri sono avvenuti a Cali, terza città colombiana per numero di abitanti, centro di grande crescita economica ma anche specchio delle disuguaglianze del paese. Il dibattito sulla riforma della polizia non è nuovo ed è comprensibile in un paese che si è da poco lasciato alle spalle più di cinquant’anni di conflitto civile. La necessità di riformare la forza pubblica era già emersa nel novembre del 2019 quando, in occasione di una manifestazione antigovernativa pacifica a Bogotá, un proiettile sparato da un agente dell’Escuadrón móvil antidisturbios (Esmad) aveva ucciso Dilan Cruz, un ragazzo di 18 anni.

  • Per approfondire quello che sta succedendo in Colombia consiglio questo podcast (in spagnolo) di El Hilo, intitolato Colombia no duerme. Le giornaliste Diana Salinas e Sandra Borda, columnist del quotidiano El Tiempo e autrice di un libro sul movimento studentesco colombiano, analizzano le varie cause che hanno fatto esplodere il malcontento nel paese e le ripercussioni che queste giornate avranno per il governo di Duque.
  • Il governo parla di infiltrati dei gruppi criminali, terrorismo urbano e vandalismo per giustificare la repressione della polizia. Un lungo articolo della Liga contra el silencio spiega perché lo stato colombiano sta sbagliando nemico.

Durante una protesta a Bogotá, in Colombia, 1 maggio 2021 (Luisa Gonzalez, Reuters/Contrasto)

Attualità

Brasile Il 6 maggio un’operazione della polizia contro il narcotraffico nella favela di Jacarezinho, nella zona nord di Rio de Janeiro, ha provocato 28 vittime, tra cui un agente. Secondo un gruppo di studio sull’illegalità dell’università federale Fluminense, si tratta dell’operazione più letale della storia recente della città. In un’analisi pubblicata sulla Folha de S.Paulo, la giornalista Paula Leite scrive che “queste vittime si aggiungono alle migliaia di morti che ogni anno perdono la vita a causa del modo in cui lo stato combatte il traffico di stupefacenti, dove incursioni con armi da fuoco, detenzioni e invasioni domiciliari sono la norma. Il profilo delle persone detenute o uccise è quasi sempre lo stesso: sono giovani, neri e poveri”. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto l’apertura di un’indagine indipendente e imparziale per far luce sull’accaduto, ammettendo la sua preoccupazione per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia.

  • Sul fronte politico sembra ormai molto probabile che l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, il leader del Partito dei lavoratori che all’inizio di marzo ha recuperato i suoi diritti politici (ne abbiamo parlato qui), abbia intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2022. In una serie di riunioni avvenute in un albergo di lusso a Brasília, Lula ha incontrato vari esponenti politici, rappresentanti di sinistra, di centro e di destra, con l’obiettivo di tessere una larga alleanza in grado di sconfiggere Jair Bolsonaro.

Messico La sera del 3 maggio a Città del Messico almeno 25 persone sono morte e più di settanta sono rimaste ferite quando un ponte della metropolitana ha ceduto al passaggio di un treno. Due vagoni della linea numero 12, inaugurata nell’ottobre del 2012 e lunga 24 chilometri, sono crollati travolgendo auto e pedoni nell’avenida Tláhuac, una delle principali strade della zona sudest della capitale messicana, dove quasi la metà degli abitanti vive in una situazione di povertà. Dopo il terremoto del settembre del 2017 in diverse occasioni gli abitanti della zona avevano denunciato le condizioni precarie delle infrastrutture e il deterioramento di alcuni tratti della metropolitana. In questo speciale, con molte mappe e infografiche, El País ricostruisce la dinamica dell’incidente e ragiona sulle cause che ci sono dietro al crollo. Secondo un’analisi di Pié de Página, un sito messicano indipendente, “fin dall’inizio la linea 12 è stata segnata da errori, scandali e corruzione”.

Diritti Il 28 aprile la corte costituzionale dell’Ecuador ha depenalizzato l’aborto nei casi in cui la gravidanza è il risultato di uno stupro. La sentenza è una speranza per migliaia di bambine e adolescenti del paese sudamericano, che ha una delle leggi più severe del continente sull’interruzione di gravidanza, e un piccolo successo per il movimento femminista. Ogni anno in Ecuador quasi tremila bambine minori di 14 anni diventano madri. La gravidanza e la maternità forzate, come si legge nella sentenza della corte, “annullano il diritto al libero sviluppo della personalità e all’autonomia riproduttiva delle donne. Inoltre obbligano molte bambine e ragazze in età scolare ad abbandonare gli studi e a cambiare progetto di vita”. Quest’articolo pubblicato sulla rivista messicana Letras Libres fa il punto, paese per paese, sulla battaglia per garantire a tutte le donne latinoamericane il diritto a un aborto gratuito e sicuro.

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Venezuela Il 4 maggio l’assemblea nazionale venezuelana, controllata dal presidente Nicolás Maduro, ha nominato due persone vicine all’opposizione – Enrique Márquez e Roberto Picón – nel Consiglio nazionale elettorale (Cne), un organismo responsabile di controllare l’intero processo elettorale nel paese. È la prima volta dal 2005 che l’opposizione ha due seggi all’interno del Cne. Questa decisione, insieme all’accordo firmato il 19 aprile da Caracas con il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite per cominciare a lavorare nel paese, sono segnali di apertura del governo socialista verso la nuova amministrazione statunitense di Joe Biden.

  • Un altro segnale di apertura è arrivato il 12 maggio, quando il presidente Nicolás Maduro si è detto disponibile a dialogare con il leader dell’opposizione Juan Guaidó, che nel 2019 si è proclamato presidente ad interim del paese, e con i rappresentanti dell’opposizione per cercare una soluzione negoziata alla crisi politica del Venezuela. Ma a condizione che il dialogo avvenga sotto la supervisione dell’Unione europea e del governo norvegese, che ha già tentato una mediazione in varie occasioni.

Cile Il 15 e il 16 maggio comincia nel paese sudamericano il lungo cammino elettorale che si concluderà con le presidenziali in programma il prossimo 21 novembre. Cilene e cileni sono chiamati a eleggere i 155 membri della convenzione costituente che dovrà scrivere una nuova costituzione (ne avevamo parlato qui). Quella attuale risale alla dittatura militare del generale Augusto Pinochet. La possibilità di redigere una nuova carta magna è il risultato delle manifestazioni del 2019, il cosiddetto estallido social cileno, che si sono interrotte a causa della pandemia di covid-19. Si voterà anche per scegliere governatori, sindaci e consiglieri comunali. Anche se la pandemia non dà tregua in Cile – le vittime di covid-19 sono più di 27mila – il governo ha fatto sapere che la situazione epidemiologica è migliorata e la votazione sarà sicura.


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Il viaggio zapatista

Il 3 maggio, cinquecento anni dopo che lo spagnolo Hernán Cortés e i suoi uomini conquistarono il Messico, una piccola delegazione dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) si è imbarcata da Isla Mujeres, nello stato di Quintana Roo, per attraversare l’Atlantico, raggiungere l’Europa e “invadere” la Spagna. Il gruppo si chiama Escuadrón 421 perché è formato da sette persone tutte di origine maya, quatto donne, due uomini e una persona che non s’identifica in nessuno dei due generi. Tra loro c’è anche Lupita, giovane leader della comunità tzotzil sopravvissuta al massacro di Acteal, di cui abbiamo parlato in questo video. L’arrivo in Europa è previsto a metà giugno. L’Ezln, che nel 1994 si sollevò contro il governo del presidente Carlos Salinas de Gortari e denunciò le condizioni di vita di gran parte della popolazione nativa, spiega in un comunicato che la traversata “racchiude molte sfide ma non ha niente a che vedere con il rimprovero”. Lo stesso giorno della partenza della delegazione zapatista, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha tenuto un discorso a Felipe Carrillo Puerto e si è scusato con la popolazione maya per gli abusi subiti nel corso della storia, durante i tre secoli di dominazione coloniale e nei due secoli successivi all’indipendenza del Messico. López Obrador si è soffermato sulle stragi compiute durante la “guerra delle caste” (1847-1901), che cominciò con la rivolta dei maya nella penisola dello Yucatán. Fuori dal museo in cui ha parlato Obrador, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere al presidente l’accesso alla sanità e più opportunità per i giovani. Tra i progetti del governo contestati dai nativi messicani, c’è quello del Tren Maya, 1.500 chilometri di ferrovia che dovrebbero attraversare cinque stati, aree archeologiche e foreste.

Un gruppo di persone sostiene la delegazione zapatista a Isla Mujeres, 2 maggio 2021 (Alfredo Estrella, Afp)

Focus

“Nella notte tra il 1 e il 2 maggio, nella prima sessione legislativa dopo aver vinto le elezioni del 28 febbraio 2021 e aver conquistato la maggioranza assoluta in parlamento, i deputati del partito Nuevas Ideas del presidente del Salvador Nayib Bukele hanno violato la costituzione per consegnare tutto il potere al loro leader”, scrive il giornalista salvadoregno Óscar Martínez sul New York Times. Senza rispettare le regole democratiche del paese, alcune conquistate dopo dodici anni di guerra civile (che durò dal 1980 al 1990 causando più di 75mila vittime), il parlamento ha destituito i cinque magistrati della sala costituzionale della corte suprema e il procuratore generale, due organismi indipendenti che finora erano stati fondamentali per arginare le derive autoritarie di Bukele. “Lo dirò in maniera più semplice”, continua Martínez. “Il 1 maggio, mentre cenavo, il Salvador era un democrazia imperfetta dove c’era un sistema di contrappeso tra i vari poteri; il 2 maggio ho fatto colazione in una dittatura in erba”. Il sito El Faro riporta le molte dichiarazioni di condanna da parte della comunità internazionale, tra cui quelle della vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, che si è detta profondamente preoccupata per la situazione della democrazia nel paese centroamericano. Mentre su Twitter Bukele ha scritto che la maggioranza dei salvadoregni “ha votato in elezioni libere a favore del cambio che stiamo vivendo”. Tutto quello che sta succedendo, ha detto il presidente, è un prodotto delle elezioni e comunque non riguarda la comunità internazionale. Se ancora c’era qualche dubbio sulla natura autoritaria di Bukele, è stato dissipato: “La storia racconterà che nel 2021 in un paese dell’America Latina, ancora una volta, il potere è finito nella mani di un uomo solo”, conclude Martínez.

Consigli

  • Girl from Rio, il nuovo singolo di Anitta, ha avuto più di tredici milioni di visualizzazioni in una settimana su You Tube. È un mix di pop funk carioca con rivisitazione bossanova/lounge di Garota de Ipanema, di Antônio Carlos Jobim. Al secolo Larissa de Macedo Machado, nata nel 1993 nel popolare quartiere Honório Gurgel di Rio de Janeiro, oggi Anitta è senza dubbio la maggiore popstar brasiliana. Il video, diretto dal carioca Giovanni Bianco, ex art director di Vogue Italia, sovrappone la patinata cartolina vintage alla spiaggia affollata del suburbio. Come già in Vai Malandra, la cantante prosegue il sovvertimento dei cliché sul corpo femminile, che è anche riappropriazione culturale e razziale, giocando, non senza ironia, con sensualità e kitsch. È il consiglio di ascolto di Alberto Riva, giornalista e scrittore.
 
  • Colapso è una serie di Dromómanos (un progetto giornalistico creato nel 2011 da Alejandra Sánchez Inzunza e da José Luis Pardo per indagare la violenza in America Latina) sulla crisi climatica e ambientale. Ci sono storie, ritratti, mappe e uno speciale sugli uragani. Dal 2000 a oggi 34 milioni di persone sono state colpite dagli effetti delle tormente tropicali e degli uragani in America Latina e nei Caraibi. I paesi più colpiti sono stati Cuba, Messico e Haiti, con numeri terribili: 110 tormente, cinquemila vittime e danni calcolati in più di 30 miliardi di dollari. Nel 2020, mentre milioni di persone nel mondo hanno rispettato l’indicazione dei governi di restare in casa per la pandemia di covid-19, migliaia di guatemaltechi e honduregni hanno perso la loro abitazione a causa degli uragani Eta e Iota.
 
  • Nos queremos vivas è la nuova canzone della rapper guatemalteca Rebeca Lane, un grido per fermare i femminicidi nella regione. Le protagoniste del video, ha spiegato Lane su Twitter, “sono bambine che difendono il territorio, che partecipano alle manifestazioni, che stanno trasformando il mondo. Bambine senza paura di giocare e di costruire legami le une con le altre”.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale Un’analisi della rivista di studi latinoamericani Nueva Sociedad sulle cause che hanno innescato la protesta colombiana, un commento dal quotidiano El Espectador sulla strategia del governo di Bogotá e un reportage del País da Cali, epicentro delle manifestazioni e della repressione della polizia.

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Il festival di Internazionale torna il 15 e 16 maggio con quattro dibattiti in streaming. Qui il programma completo.

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