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22 maggio 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

Adolfo Davis cominciò a scrivere lettere agli studi legali di Chicago nel 1999. Aveva 23 anni e da più di sei stava scontando una pena all’ergastolo senza condizionale per aver partecipato a una rapina in cui due persone erano rimaste uccise. Le prigioni dell’Illinois, negli Stati Uniti, erano piene di casi come il suo: neri che erano stati rinchiusi in carcere da adolescenti, e da giovani adulti avevano poche speranze di tornare liberi. 

Era più o meno così in tutto il paese. Una legge voluta nel 1986 dal presidente repubblicano Ronald Reagan aveva garantito fondi per costruire più carceri e aveva introdotto una pena minima obbligatoria da scontare in cella per lo spaccio di droga. E nel 1994 un’altra legge, promossa dal senatore Joe Biden e firmata dal presidente democratico Bill Clinton, rafforzava quella linea: insistere molto sulla funzione punitiva e poco o niente su quella rieducativa. Tra le altre cose, la norma rendeva automatico il carcere a vita per chi era riconosciuto colpevole di certi crimini e aveva già ricevuto due condanne, inaspriva le pene per i minori responsabili di più reati (chiamati super predator) e impediva a chi era incarcerato di accedere al Pell grant, un sussidio federale per gli studenti del college. 

Davis continuò a scrivere le sue lettere. I pochi avvocati che gli rispondevano spiegavano di non poterlo assistere. Passarono i mesi e gli anni. Finché nel 2009 lo contattò Patricia Soung, un’avvocata del Children and family justice center di Chicago: voleva aiutarlo. Tre anni dopo, nel 2012, una decisione della corte suprema stabiliva che è illegale punire un minore con il carcere a vita senza considerare il contesto in cui è cresciuto. Era una sentenza rivoluzionaria. Poteva essere applicata anche a chi era già stato condannato?

Una scena del documentario College behind bars di Lynn Novick, 2019 (Skiff mountain film)

Soung voleva usare il caso di Davis per creare un precedente, e nel 2014 lo ha portato davanti alla corte suprema dell’Illinois, che le ha riconosciuto il diritto di chiedere un nuovo processo. Così la storia di Davis è finita sui più importanti giornali del paese.

Era una storia che parlava anche di una madre con problemi di dipendenze, fame, risse con i compagni. Davis ne aveva fatte così tante da essere espulso da scuola senza aver mai imparato a leggere o scrivere. La prima volta che era finito in un istituto penale minorile, per aver rubato un panino, aveva nove anni. Nei quattro anni successivi ci sarebbe tornato altre dieci volte. Gli assistenti sociali si erano dimenticati di lui, al contrario di una gang della zona, che lo aveva ingaggiato per vendere droga agli angoli delle strade. La notte del 9 ottobre 1990, quella del duplice omicidio, doveva essere una resa dei conti. Davis era presente ma non aveva sparato. Era stato arrestato subito dopo e alla centrale di polizia aveva firmato una dichiarazione scritta dagli agenti, senza essere capace di leggerla e capirla. Aveva passato tre anni in carcere prima della condanna all’ergastolo, perché nessuno poteva pagargli la cauzione.

Il nuovo processo si è concluso nel 2015, con una nuova condanna all’ergastolo. Ma in seguito il suo avvocato e la procura hanno raggiunto un accordo per ridurre la pena, prima a sessant’anni di detenzione e poi a trenta. 

Adolfo Davis è uscito dal carcere il 21 marzo 2020, con una mascherina in mano. In prigione aveva sentito parlare del covid-19, ma non sapeva cosa immaginarsi. Alla rivista The Atavist, che gli ha dedicato il numero di aprile 2021, dice che trovare Chicago vuota l’ha aiutato a riabituarsi alla libertà e ad adattarsi a un mondo completamente trasformato. È tornato a vivere nel suo quartiere, nel South Side, e ha cominciato a lavorare per il Precious blood center, un doposcuola per bambini e adolescenti con storie molto simili alla sua.

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In breve

Chi è il browser? Anche Renaldo Hudson partecipa alle attività del Precious blood a Chicago. Hudson è tornato in libertà nel settembre 2020, a 57 anni e dopo 37 vissuti in una cella. Ammette di essersi sentito travolto. A causa del covid-19 non poteva andare fisicamente alla motorizzazione, all’ufficio dei servizi sociali o all’agenzia di collocamento, doveva fare tutto online, ma gli mancavano le basi. “Per chi mi stava intorno era tutto semplicissimo: ‘Ascolta, vai sul browser e apri questo’. E io: ‘Chi è il browser?’”, racconta alla Nbc. Nell’ultimo anno, per rendere le prigioni meno affollate e ridurre i contagi, una ventina di stati americani hanno rilasciato i detenuti vicini alla fine della pena, quelli più anziani o malati. Quasi nessuno sapeva accendere un computer, mandare un’email, allegare un documento. Un aiuto è arrivato dalle organizzazioni non governative e dalle biblioteche pubbliche, ma anche dai bambini e dalle bambini: “I miei nipoti, i più piccoli, sono stati ottimi insegnanti”, confida Hudson.

Trent’anni di lezioni Nel 1990, quando Adolfo Davis fu arrestato l’ultima volta, Beatriz Medicci aveva 22 anni e si era appena diplomata. Anche lei quell’anno entrò in un carcere, il Comcar (oggi Santiago Vázquez) di Montevideo, in Uruguay. Ma non era lì per scontare una pena. Aveva risposto all’annuncio pubblicato sul giornale da due genitori che cercavano una persona disposta a fare lezioni al figlio, detenuto. Quell’esperienza le piacque, tanto da continuarla. Insegna al carcere di Montevideo da trent’anni. Sul sito la diaria, Medicci descrive un ecosistema in cui convivono problemi e determinazione.

Finalmente al college Quando a dicembre del 2020 ha approvato il piano da 1.400 miliardi di dollari per contrastare gli effetti della pandemia, il congresso degli Stati Uniti ha anche deciso di eliminare il divieto per i detenuti di accedere al Pell grant di cui ho parlato prima. Una scelta che inciderà sulla vita di 500mila persone attualmente in prigione. “La partecipazione ai programmi d’istruzione in carcere riduce del 43 per cento il tasso di recidiva, migliora le prospettive di lavoro una volta fuori e dà anche ai figli dei detenuti più possibilità di frequentare il college”, spiega sul sito The Conversation Andrea Cantora, responsabile di uno di questi programmi.

Danza a parole “Il mio assolo comincia con le braccia tese in alto, cerco di toccare le travi del tetto. Sono in punta di piedi e allungo la testa verso il cielo”. Terry Sakamoto Jr. sta immaginando un pezzo che ha chiamato The mountain, la montagna. Ha scritto la coreografia dalla sua branda, mentre era in isolamento per covid-19 in una prigione della California. Fino al marzo 2020, ogni lunedì sera partecipava a un laboratorio di danza chiamato Dancing through prison walls, tenuto da Suchi Branfman, coreografa ed educatrice. Poi è stato tutto interrotto per la pandemia. Gli allievi hanno ricevuto alcune indicazioni su come continuare il laboratorio, scrivendo i movimenti invece di farli. L’esperimento va avanti da allora. “Anche se non è un modo comune di fare danza, questo tipo di lavoro ha una lunga storia”, precisa Branfman in un articolo sulla rivista The Nation. “Scrivere la danza  in realtà è liberatorio. Non ci sono limiti tecnici, legati al corpo o alla gravità. Tutto è possibile”.
 


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In prima persona

Gina Colussi, docente d’italiano e storia nel carcere di Rebibbia, a Roma, dal 2011 al 2019. Ha avuto come studenti detenuti comuni, delle sezioni di alta sicurezza e sex offender, e detenute comuni

Una stanza della biblioteca del carcere di Rebibbia, Roma, 2011 (Eleonora Calvelli, Luz)

I mezzi d’informazione lo citano periodicamente, Rebibbia. E chi legge o ascolta se lo raffigura in base alla sua esperienza. A me questo nome evoca volti, mimiche facciali, inflessioni dialettali, accenti stranieri che sono quelli delle mie alunne e dei miei alunni detenuti. Le immagini mi portano nelle aule, scorrono nella mia mente e non ci sono foto a fissarle perché in carcere, pur con le dovute eccezioni, non è permesso fare foto.

Sette cancelli, per alcune sezioni anche di più, devono essere aperti prima che gli insegnanti possano entrare in aula. Il primo è quello d’ingresso, dove si depositano i cellulari e sono ispezionate le cartelle di lavoro, che l’istituto esige siano trasparenti. Uno spazio verde sempre molto curato separa l’ingresso principale da quello vero e proprio della struttura, che è azionato elettronicamente mentre quelli interni sono aperti dalle guardie carcerarie facendo girare delle enormi chiavi nelle serrature. Una volta dentro comincia, al reparto maschile perché in quello femminile la struttura è diversa, una lunga serie di ampissimi corridoi su cui affacciano gli uffici e la mitica biblioteca Papillon, dove si tiene anche il corso base di biblioteconomia per la formazione dell’operatore di biblioteca in carcere.

Lungo i corridoi incontro spesso degli alunni addetti alle pulizie. 
“Professoressa buongiorno, martedì mi porta quegli appunti su Dante?”.
“Sì, ricordati però di farmi leggere la fiaba che devi spedire a tua figlia, m’interessa e non si sa mai che sia scappato qualche errore… ci facciamo una brutta figura”.
“Va bene la finisco stasera, ciao prof”.

Mi sistemo nell’aula e aspetto gli studenti mentre la voce della guardia li chiama dall’altoparlante. Arrivano in ordine sparso o a piccoli gruppi. Poi apro il registro e faccio l’appello. Le giustificazioni delle assenze vanno riportate su uno spazio apposito e sono le più diverse (la demotivazione può diventare un macigno in certe giornate in cui si ricevono brutte notizie da casa o l’udienza non è andata bene o mancano i soldi per la famiglia e gli avvocati). Spesso i loro silenzi parlano e fanno rumore, e allora provo a coprirli con la mia voce, del resto gli insegnanti devono essere anche un po’ attori, no? 

La lezione dura cinquanta, sessanta minuti, in cui rientrano la sigaretta fumata davanti alla finestra e il caffè che sono i detenuti a fare nella loro cella e a portare bollente e profumato all’insegnante. Dopo poche settimane sanno bene chi di noi lo preferisce amaro. Il rito del caffè è un momento sacro per costruire il “fare scuola”, soprattutto nelle sezioni che ospitano i detenuti in regime di alta sicurezza (i condannati per sequestro di persona, associazione mafiosa o finalizzata al traffico di droga) o i sex offender (autori di reati sessuali), dove la sorveglianza è proporzionale al numero di cancelli che si chiudono e aprono. C’è un ergastolano che chiamerò Giuseppe. Ha uno stile inconfondibile e personalissimo nell’apparecchiare il vassoietto su cui troneggia il bicchierino di plastica (per gustare il caffè nella tazzina bisogna essere fuori del carcere, come narra bene De Gregori in Canta canta). Questo rituale costa ai detenuti. Costa nel senso letterale della parola, perché in carcere tutto si paga, e molto. Nell’offrire il caffè c’è la regalità del gesto generoso verso l’ospite.

Il livello di attenzione durante la lezione dipende dagli stati d’animo che ogni studente si porta in aula, e in un’aula carceraria le emozioni sono amplificate. Non parlo dello strato più profondo della psiche, che il carcere tende per prassi a cancellare, come nega la fisicità e la sessualità, ma di quelle emozioni legate agli eventi quotidiani che noi diamo per scontati. Lavorare o studiare permette ai detenuti di tornare su antichi sentieri percorsi quando erano liberi, rapporti fatti d’interazione e curiosità fuori dalla routine.

Due attività molto amate dagli studenti sono la lettura dei classici e la scrittura, autobiografica e non. Anche a me piacciono: i classici offrono un modo unico per costruire insieme la lezione, che diventa un farsi e disfarsi. La letteratura non ha il potere di modificare la realtà e nemmeno la nostra vita ma è una via privilegiata, almeno nella mia esperienza, per attraversarla. E in un istituto di pena la vita ha bisogno di essere attraversata, serve scavalcare i suoi muri. 

A volte siamo così immersi nella lezione che perdiamo la cognizione del tempo. Il crepuscolo diventa sera, soprattutto in inverno, quando il freddo pungente penetra attraverso i muri, le luci si accendono e la guardia viene ad avvertire che l’ora è passata da un bel po’. “Continuiamo domani, arrivederci ragazzi”, mi affretto a dire (anche se ragazzi proprio non sono, in certi reparti l’età media supera i cinquant’anni).

Sono bei mesi quelli dedicati alla pittura di Caravaggio, in particolare all’opera Il sacrificio di Isacco. Gli studenti sono molto presi. In effetti chi meglio di loro può capire la drammaticità di quei dipinti, in cui il vero soggetto è la lotta tra luce e ombra? Commentano, fanno domande, approfondiscono per conto loro e con i pochi strumenti che hanno a disposizione (nelle aule ci sono dei computer da cui si può accedere ai siti di Wikipedia e Treccani). Scrivono testi che contengono pezzi delle loro vite. Finito un ciclo, l’ultimo giorno di scuola, un alunno mi dice: "Professoressa, quando esco voglio andare a vedere Caravaggio”. Durante l’estate quasi ogni giorno mi risuonerà in testa la sua voce resa roca dal fumo, mentre me lo immagino entrare tutto assorto nella chiesa di San Luigi dei francesi, a Roma. 

Qualche volta mi piace interrompere la rigida geometria dell’aula e allora ci disponiamo in cerchio, come per alimentare una circolarità del sapere. In carcere ci sono gerarchie rigide tra i detenuti e le tensioni riempiono l’aria, quindi in aula vale la pena di provare a far nascere relazioni o almeno ad immaginarle possibili. Perché di spazi ce ne sono, per esempio il teatro. Negli anni il regista Fabio Cavalli ha portato a Rebibbia più di ventimila spettatori, mentre i fratelli Taviani e la compagnia dei detenuti hanno vinto l’Orso d’oro a Berlino. 

La scuola è per tutti, dice la costituzione, e tutti possono farne parte. Lo scrivo perché conosco ergastolani (fine pena: mai) che hanno vissuto tutto il percorso scolastico in carcere, dalle medie all’università. Uno di loro aspetta che finisca la lezione e, con giusto orgoglio, mi sottopone alcune parti della sua tesi per farmele correggere. Per lui lo studio, insieme agli affetti, è diventato la più profonda e autentica motivazione ad alzarsi dalla branda ogni mattina. Prima della pandemia, verrò a sapere, ha ottenuto la seconda laurea.

Consigli

Un po’ di podcast (tutti in inglese):

  • Throw the book at them. Agli adolescenti detenuti nel carcere di New Orleans, uno dei più violenti degli Stati Uniti, viene ripetuto che “l’istruzione è la chiave che gli aprirà le porte”. Ma che senso ha studiare algebra se si hanno davanti 25 anni di prigione? Di This american life, in collaborazione con il sito The Marshall Project.
  • Suave. La lunga amicizia tra un uomo condannato all’ergastolo quand’era ancora minorenne e una giornalista. Dell’organizzazione americana non profit Futuro Media Group, sette episodi.
  • Ear hustle: la vita nella prigione di San Quentin, in California, attraverso le voci dei carcerati. Questo podcast è nato nel 2017 ed è ormai alla settima stagione (i due conduttori principali sono stati ospiti del festival di Ferrara nel 2019). Si collega a un altro progetto, l’Empowerment avenue writer’s cohort, che punta a far lavorare insieme detenuti e giornalisti, a coppie. Ne parla bene un approfondimento della Columbia Journalism Review.

La copertina

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