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21 aprile 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

Si discute sul nucleare iraniano Nonostante le tensioni tra Iran e Israele in seguito all’attacco alla centrale nucleare di Natanz l’11 aprile e alla decisione di Teheran di arricchire l’uranio al 60 per cento, i negoziati cominciati all’inizio del mese a Vienna tra l’Iran e le potenze internazionali per ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano, abbandonato nel 2018 dal presidente statunitense Donald Trump, vanno avanti. “Penso che ci sia davvero una reale volontà da parte di Iran e Stati Uniti di arrivare a un accordo”, ha detto il capo della diplomazia europea Josep Borrell il 19 aprile. Secondo alcuni rappresentanti sentiti dalle agenzie di stampa, i diplomatici avrebbero avviato la redazione di un testo per un’intesa provvisoria che possa dare il tempo alle parti di sciogliere i nodi più intricati e arrivare a un accordo di lungo termine.

Le carte in tavola Le grandi potenze sperano di concludere un accordo prima delle elezioni presidenziali che si svolgeranno in Iran il 18 giugno e che, secondo diversi osservatori, potrebbero cambiare le carte al tavolo dei negoziati. Come sottolinea un articolo del Financial Times, infatti, i riformisti temono che il voto possa essere dominato dagli integralisti e vedere la “più bassa affluenza nella storia recente del paese”. Un risultato del genere potrebbe ostacolare o anche bloccare i colloqui, dato che già dopo l’attacco alla centrale di Natanz i conservatori iraniani avevano invocato il ritiro dai negoziati.

Un’altra svolta Il dibattito sull’accordo nucleare “ha intensificato la lotta di potere a Teheran”, si legge ancora sul Financial Times, in un momento in cui “varie fazioni – integralisti, riformisti, Guardiani della rivoluzione, magistratura – sgomitano per aumentare la loro influenza nella battaglia per la successione che potrebbe seguire la morte del leader supremo, che ha 81 anni”. In questo clima, hanno osservato diversi esperti, Teheran cerca di agire su diversi fronti, da un lato rispondendo alle provocazioni, dall’altro proseguendo sulla strada della diplomazia, per assicurarsi il più ampio margine di manovra possibile nelle discussioni indirette con Washington. In questo contesto s’inserisce anche un altro elemento, che potrebbe cambiare la configurazione della regione: l’incontro che si è tenuto il 9 aprile a Baghdad (ma che è stato rivelato solo nei giorni scorsi) tra alcuni funzionari iraniani e sauditi. I rappresentanti dei due acerrimi nemici del Medio Oriente avrebbero avviato un dialogo in vista di una ripresa delle loro relazioni, interrotte nel gennaio del 2016.

Attualità

Gerusalemme, 18 aprile 2021 (Mostafa Alkharouf, Anadolu Agency/Getty Images)

Israele-Palestina Nella città vecchia di Gerusalemme il 18 aprile la polizia israeliana si è scontrata con centinaia di palestinesi che protestavano per il sesto giorno consecutivo contro la decisione del governo di allestire delle barriere per impedire alle persone di sedersi nella piazza della porta di Damasco, popolare luogo d’incontro durante il Ramadan. Secondo la polizia, le barriere servirebbero a migliorare il flusso dei pedoni nella città vecchia. Gli agenti hanno usato cannoni ad acqua, granate stordenti e cariche contro la folla, in gran parte nonviolenta, e quattro persone sono state ferite.

Siria Il 18 aprile il parlamento ha annunciato che le elezioni presidenziali si svolgeranno il 26 maggio. In assenza di avversari di rilievo e di una reale competizione elettorale, il presidente Bashar al Assad, al potere dal 2000, non avrà problemi a ottenere un quarto mandato. Le ultime presidenziali si sono svolte nel 2014, tre anni dopo l’inizio del conflitto. Il Guardian pubblica una gallery fotografica dei poster di Assad che troneggiano sulle rovine del paese.

Iraq Cinque razzi hanno colpito il 18 aprile una base aerea che ospita soldati statunitensi a Balad, a nord di Baghdad, ferendo cinque persone. L’attacco non è stato rivendicato, ma Washington accusa i gruppi armati iracheni vicini all’Iran. Un altro attacco aveva colpito una base statunitense all’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno, il 14 aprile. Da quando Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca a fine gennaio sono stai realizzati una ventina di attacchi contro gli statunitensi in Iraq.

Egitto Più di venti persone sono morte e quasi cento sono state ferite in un incidente ferroviario a nord del Cairo il 18 aprile. Le cause sono ancora sconosciute, ma è stata aperta un’indagine e due giorni dopo il capo dell’autorità nazionale delle ferrovie è stato licenziato. Si tratta del terzo incidente ferroviario in un mese: il 15 aprile quindici persone erano state ferite nel deragliamento di un treno nella provincia di Sharqiya, mentre il 26 marzo c’erano stati diciannove morti in uno scontro tra due treni nella provincia di Sohag.

Israele Dal 18 aprile l’uso delle mascherine nei luoghi pubblici all’aperto non è più obbligatorio. Da dicembre quasi cinque milioni d’israeliani (il 53 per cento della popolazione) hanno ricevuto le due dosi di vaccino e dal picco di diecimila casi quotidiani di gennaio, i contagi oggi sono circa duecento al giorno. L’intensa campagna di vaccinazione è stata possibile grazie a un accordo tra Israele e il gigante farmaceutico tedesco Pfizer: in cambio dell’accesso rapido a migliaia di dosi, Israele ha fornito all’azienda i dati reali sugli effetti della vaccinazione.

Diritti umani Il premio Václav Havel 2020, attribuito dal Consiglio d’Europa a chi si distingue per le azioni in difesa dei diritti umani, è stato assegnato il 19 aprile all’attivista e femminista saudita Loujain al Hathloul, rilasciata il 10 febbraio dopo tre anni di detenzione. Il premio, creato nel 2013 e intitolato al politico, drammaturgo e dissidente ceco, consiste in 60mila euro e di solito è assegnato in autunno a Strasburgo, ma l’edizione del 2020 era stata rinviata a causa della pandemia.

Una buona notizia

Il progetto vincitore per la ricostruzione della moschea Al Nuri a Mosul, in Iraq. (Salah El Din Samir Hareedy & team)

La ricostruzione della moschea di Mosul
Un gruppo di otto architetti egiziani ha vinto una competizione internazionale per ricostruire la grande moschea di Al Nuri a Mosul, in Iraq, distrutta insieme al suo famoso minareto pendente dal gruppo Stato islamico (Is) nel giugno del 2017. L’annuncio è stato dato il 15 aprile dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, che a novembre aveva lanciato il concorso, nell’ambito del progetto “Fare rivivere lo spirito di Mosul”, che ha l’obiettivo di ricostruire la seconda città dell’Iraq. La competizione, a cui hanno risposto 123 candidati, è stata organizzata insieme alle autorità irachene e al Fondo sunnita iracheno, con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti.

Nel giugno del 2014 Abu Bakr al Baghdadi, allora leader del gruppo jihadista, proclamò la nascita del califfato dello Stato islamico proprio da questa moschea del dodicesimo secolo. Tre anni dopo, mentre le truppe governative avanzavano verso la città, i jihadisti avevano fatto saltare in aria la moschea, uno dei monumenti emblematici di Mosul. Nella battaglia per la riconquista la città fu ridotta in macerie, migliaia di civili persero la vita e più di 900mila persone furono costrette a fuggire.

I lavori di ricostruzione cominceranno alla fine dell’autunno, e avranno l’obiettivo di ricreare la storica sala delle preghiere, sfruttando la luce naturale e ampliando gli spazi per le donne e i dignitari. Il complesso, il più grande luogo pubblico nella città vecchia di Mosul, sarà integrato con gli ambienti urbani circostanti attraverso spazi aperti.

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Focus

Le sfide del movimento femminista egiziano
Negli ultimi due mesi i social network egiziani sono stati inondati da testimonianze, denunce e rivendicazioni di migliaia di donne con l’hashtag #Guardianshipismyright. Questo attivismo riflette da un lato i passi avanti di un nuovo movimento femminista, diffuso soprattutto tra le giovani e alimentato da una campagna #MeToo cresciuta a partire dall’estate scorsa, e dall’altro i passi indietro di un governo che cerca di limitare l’autonomia delle donne.

A gennaio il governo ha approvato un disegno di legge sullo statuto personale in base al quale le donne dovranno ricevere il permesso di un guardiano maschio (padre, fratello o marito) per sposarsi, registrare la nascita dei figli e viaggiare all’estero. Inoltre i padri avranno la priorità sulla custodia dei figli e potranno impedire alle mogli di muoversi con loro. Secondo Nehad Abu el Kosman, direttrice dell’Egyptian center for women’s rights, la legge è “repressiva” e “patriarcale” e “ci riporta indietro di duecento anni”. Attualmente il disegno di legge è in fase di revisione e deve ancora essere presentato in parlamento per essere ratificato.

Tradizionalmente riluttanti a denunciare stupri e molestie, le egiziane stanno cominciando ad alzare la voce. Ma molte si chiedono come affrontare le sfide per rendere il movimento femminista più strutturato, unito ed efficace, per andare oltre la denuncia della violenza sessuale e provocare un vero cambiamento sociale.

“Far sentire la propria voce è uno strumento, ma cosa succede dopo?”, si chiede Mozn Hassan, fondatrice dell’organizzazione Nazra for feminist studies, in un’intervista a France24. Le stesse considerazioni le fa la giornalista esperta di questioni di genere Yasmin el Rifae in una riflessione sul sito egiziano Mada Masr: “In seguito alle testimonianze condivise fin dall’estate scorsa, in molti hanno parlato di una rivoluzione femminile. Ma non abbiamo affrontato i problemi più generali che rendono la violenza sessuale così prevalente”. Hassan sottolinea che per un progresso sostanziale c’è bisogno di un “cambiamento strutturale”, che a sua volta implica l’esistenza di una società civile libera, completamente assente in un paese repressivo come l’Egitto. Secondo El Rifae è ora che il movimento affronti alcune questioni per proseguire sulla strada di una più grande liberazione, soprattutto: “Cosa vogliamo, oltre alla fine degli stupri?”.

Consigli

Da leggere Il 15 aprile è uscito per la casa editrice La nave di Teseo Un dettaglio minore, di Adania Shibli (traduzione di Monica Ruocco). Una storia che si sviluppa su due narrazioni, tra passato e presente, attraverso due donne la cui esistenza è segnata dall’annullamento e dalla privazione di sé nella Palestina occupata.

Da ascoltare Un podcast sulla lotta curda per l’autodeterminazione in Iran dal magazine audiovisivo indipendente Status. Il commentatore politico ed esperto di Medio Oriente Shahram Aghamir intervista Sardar Saadi, ricercatore specializzato in cultura e politica curda, antropologia politica e giustizia sociale.

Da vedere Abla Fahita è la marionetta la più famosa del mondo arabo e, secondo la giornalista e ricercatrice Catherine Cornet, “l’ultima diva egiziana”. Diventata famosa nel 2010 su YouTube, ha partecipato come ospite al programma satirico egiziano El Bernameg e dal 2015 ha un suo programma tutti i venerdì sera su un canale privato egiziano. Con i suoi bigodini in testa, il suo modo molto personale di criticare il regime e di discutere temi sociali, come il sesso, con un linguaggio fiorito, Abla Fahita si è anche fatta molti nemici tra i conservatori. La sua carriera in costante ascesa è ora incoronata della serie Drama Queen, prodotta da Netflix, dove la marionetta diva è accusata di omicidio e lancia un’inchiesta in un losco cabaret del Cairo.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito Zuhair al Jezairy sulla nuova ondata di attacchi delle milizie filo-iraniane contro la presenza di Stati Uniti e Turchia in Iraq.

Sul settimanale Un’analisi del settimanale The Economist sulle tensioni tra Israele e Iran. Un articolo di Newlines Magazine sui canti ritrovati dei marinai e dei cercatori di perle nel golfo Persico. Nelle pagine di cultura come l’industria cinematografica è diventata uno strumento di propaganda in Egitto.

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