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13 marzo 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

“Come ogni essere vivo, la scuola non soltanto cambia aspetto ogni anno, giorno e ora, ma è anche sottoposta a temporanee crisi, infortuni, malattie e cattivi stati d’animo. La scuola di Jasnaja Poljana quest’estate è passata attraverso una crisi di salute di questo tipo”. La diagnosi è di Lev Tolstoj, uno dei maestri di Jasnaja Poljana. Tolstoj ha anche fondato la scuola, nella tenuta che porta lo stesso nome, nel 1859. Quando scrive queste righe, un paio d’inverni dopo, la malattia è ormai alle spalle. 
 
Lo scrittore annotava tutto su dei quaderni, che funzionavano anche come rivista della scuola. Due mesi di quelle riflessioni sono raccolte nel libro Per una scuola viva, per una scuola vera (e/o 2020). Lette oggi, non tutte le conclusioni di Tolstoj sono condivisibili, e ci sono delle esagerazioni, per esempio sulle capacità innate, sui limiti di un adulto che pretende d’istruire un bambino (“o un insegnante è completamente libero e rispettoso della libertà dell’altro, oppure meglio una macchina, per mezzo della quale s’insegna ciò che è necessario”), sui danni dell’obbligatorietà. Ma ci sono anche dei meriti: i metodi non sono idealizzati, anzi, sono continuamente rivisti; vengono descritti tutti gli inciampi, i passi indietro e gli errori; si chiede a chi ha delle buone idee di farsi avanti; non si accettano soluzioni comode. Emerge l’idea che l’istruzione sia una faccenda complessa.

Tolstoj precisa di non voler offrire un modello a cui ispirarsi, ma di limitarsi a descrivere la sua scuola così com’è: gratuita e per i figli dei contadini, dei portieri, dei soldati e dei servitori. In tutto trenta, quaranta bambini (poche bambine), tra i sei e i dodici anni, e quattro maestri, che la domenica preparano insieme i programmi per la settimana. Gli alunni sono divisi in tre classi e restano a scuola fino alla sera. In inverno possono unirsi alcuni adulti, che sono quelli che fanno più fatica ad adattarsi alle regole di Jasnaja Poljana.

Studenti all’esterno della casa di Lev Tolstoj, 1931 circa. (Margaret Bourke-White, The Life picture collection via Getty Images)

Quali sono queste regole? Chiunque ha il diritto di non venire a scuola se non ha voglia e di non ascoltare il maestro se quello che dice è noioso. Non ci sono compiti da fare a casa, non bisogna portare libri né quaderni, non si deve portare nulla. Nessuno viene rimproverato se arriva in ritardo, nessuno viene premiato né punito. Ci si può sedere dove si vuole, sulle panche, sui tavoli, sul pavimento. Sulla poltrona, se si è fortunati. C’è un orario, “ma può capitare che ci si appassioni e che una lezione duri anche tre ore invece di una”. Fuori, tra il fango e la neve, ci sono le sbarre per la ginnastica e un banco da falegname.
 
Uno s’immagina il caos, ma per Tolstoj è solo “libero ordine”. Che nella pratica vuol dire provare i testi più diversi per imparare a leggere (anche se nessuno funziona), avvicinarsi alla geografia senza fretta. Per la storia significa partire dalla fine, non dall’inizio, e partecipare agli eventi, alle discussioni, leggere i giornali. Insegnare la storia e la geografia prima dell’università, dice Tolstoj, è solo dannoso. Imparare le lezioni a memoria, i voti, gli esami: altre torture inutili. Vale la pena di dedicare tempo all’arte e agli esperimenti, e prevederne altro per costruire storie e per la scrittura collettiva, due attività che entusiasmano i bambini (e offrono alcune tra le pagine più belle del libro).

I genitori degli alunni di Jasnaja Poljana cosa ne pensano? All’inizio l’indisciplina e l’assenza di punizioni li lasciano perplessi; per alcuni la ginnastica andrebbe evitata perché “fa strappare le pance da qualche parte”, ma alla fine i ragazzi imparano presto e va bene così. Per altri quello che proprio non va è lo spirito di uguaglianza della scuola (in Russia allora non era prevista nessuna istruzione pubblica per i figli dei contadini, mentre la servitù della gleba fu abolita solo nel 1861). Tolstoj non si cura molto di queste obiezioni e va avanti per la sua strada, anche sbagliando. 

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L’esperimento di Jasnaja Poljana attirò l’attenzione di molti, e arrivò a Mosca. Nel 1873 la commissione per l’alfabetizzazione chiese a Tolstoj di testare il suo sistema, e lo bocciò.
 
Centosessant’anni dopo, nell’estate del 2020, un altro insegnante, un preside, racconta la crisi della sua scuola, un istituto di una piccola città in Arizona, negli Stati Uniti. “Immaginatevi John Wayne a cavallo tra i cactus e cose del genere”. Quasi tutti gli studenti qui sono di origine ispanica e quasi tutti hanno diritto al pranzo gratuito, ma l’estate scorsa la scuola non riusciva a garantirglielo. La pandemia di covid-19 aveva fatto saltare tutto: la mensa, i trasporti, i programmi. Con i pasti in qualche modo si sono arrangiati, e nelle aule, visto che le barriere in plexiglass non arrivavano, se la sono cavata con le tende delle docce. “Ci dicono ‘Ok, l’estate è finita, è ora di tornare alla normalità’. Mi dispiace, ma tornare alla normalità è pura fantasia”. Anche quella condivisa dal preside Jeff Gregorich è una storia di tentativi.

Notizie

In Argentina si ricomincia Gli studenti argentini di ogni grado tornano tra i banchi per il nuovo anno scolastico, lasciandosene alle spalle uno vissuto quasi tutto a distanza. Ora le parole d’ordine sono: classi più piccole, lezioni accorciate, misurazione della temperatura all’ingresso, mascherina sempre e niente abbracci. La frequenza è obbligatoria, tranne per chi rientra nelle categorie a rischio. Funzionerà? 
 
Forse, ma non è questo il punto, scrive Manuel Becerra, insegnante, su Revista Anfibia. “Il dibattito pubblico sul diritto all’istruzione è guidato da un’idea di scuola che è lontanissima dalla scuola reale, ed è intervallato da critiche più o meno velate al lavoro degli insegnanti. Il risultato è un deserto di rumore, dove tutti urlano e nessuno parla”. Per quasi duecento anni l’istruzione ha ruotato intorno alla presenza in aula, continua Becerra, “è chiaro che tutti vogliamo disperatamente tornarci”. Tre le idee su cui si potrebbe puntare, secondo lui: sistema educativo federale, schema a “semafori” (che indica quando si può fare lezione in classe in modo sicuro) e regole.

Giornali a scuola Secondo uno studio dell’università di Stanford del 2019, la maggior parte degli studenti delle superiori non sa distinguere una notizia vera da una inventata; e gli altri non se la cavano meglio. Negli Stati Uniti per educare all’informazione sono nati corsi o programmi come il News literacy project. In Francia c’è Entre les lignes. Si tratta di un’associazione che da una decina d’anni lavora con le scuole francesi e riunisce circa duecento persone: giornalisti, photo editor, web editor (chi scrive, sistema e pubblica i contenuti online), fotoreporter, redattori in pensione. Due giornaliste, una di Le Monde e l’altra dell’Afp, hanno raccontato la loro esperienza con le terze medie di una scuola nella periferia di Lione. Due ore di laboratorio alla settimana per tre mesi, con 275 studenti e i loro insegnanti, e con un lockdown di mezzo. 
 
Il confronto non è stato morbido, ammettono, e su alcuni argomenti si sono un po’ arenate. Ma agli studenti è piaciuto scavare nelle notizie, soprattutto se vicine al loro mondo. Poi sta anche ai giornali offrire del materiale di discussione, raccontando quel mondo. 

Immagine tratta dal programma N*Gen (pvinternational)

Ci vuole ingegno Le maestre della Clarke junior school di Kampala, in Uganda, si sono inventate un programma tv sulla scienza e con l’aiuto di un’organizzazione non governativa sono riuscite a convincere delle emittenti a trasmetterlo, prima in Uganda e poi in altri paesi, non solo africani. Il programma si chiama N*Gen, che sta per engine ma anche per Next Generation Television, e si rivolge alle bambine e ai bambini dagli otto ai dodici anni. Gli episodi e alcune lezioni in pillole si possono vedere anche su YouTube (qui, per esempio, due bambini spiegano come costruire l’ultimo tratto dell’apparato digerente, mentre questa è la puntata sullo spazio).

E poi:

  • L’Unicef ha pubblicato un rapporto sui giorni di scuola persi globalmente nell’ultimo anno (in media sono stati 95). Save the Children ha raccolto un po’ di dati su Asia e Pacifico, insistendo anche sull’importanza dei vaccini, mentre una ricerca commissionata da un gruppo di enti e organizzazioni non profit statunitensi ha riunito le conclusioni di 130 studi sulla riapertura in sicurezza delle scuole.
  • In Giordania il sindacato degli insegnanti, la Jordanian teachers’ association (Jta) conta 140mila iscritti, ma rischia di perderli tutti.
  • Il Giappone ha un problema con i manuali di storia. Non vanno oltre il 1941.
  • Le prime mosse del nuovo rettore dell’università Boğaziç, a Istanbul, lasciano perplessi.
  • Più della metà degli statunitensi è a favore di restrizioni sul numero di studenti cinesi che possono essere ammessi nelle università americane (un terzo di tutti gli studenti internazionali immatricolati negli Stati Uniti vengono dalla Cina). Poi ci sono anche i professori cinesi.

In prima persona

Lucia Vignolo, Anna Apicella, Andrea Chiotti, Edoardo Scarzella e Alessandra Nardin sono un gruppo di amici di Alba, un comune in provincia di Cuneo. Questo è il loro primo anno da universitari.

Tutti Avevamo delle aspettative, forse è stato questo il problema: c’immaginavamo l’università in un certo modo e vedere che tutto continuava più o meno come gli ultimi mesi di liceo è stata un po’ una delusione. Alba è piccola, qui ci conosciamo tutti. Trasferirsi in un’altra città, più grande, doveva essere un modo per diventare indipendenti, incontrare persone diverse, mettersi finalmente alla prova come adulti.
Lucia In realtà io ora sono a Torino, ma non cambia molto, le lezioni sono solo online.
Anna Io aspetto di capire come va per decidere.
Andrea Io mi sarei anche trasferito, ma affittare una stanza è un impegno e non me la sento. Lavoravo in un ristorante per pagarmi l’università, ed era perfetto: facevi le tue ore, potevi conciliarlo con lo studio, non t’impegnava troppo. Ora i ristoranti stanno come stanno e niente, sono rimasto a casa. Per quasi due mesi ho fatto lezioni in dipartimento, che è un po’ fuori Torino, a Grugliasco (sono iscritto a tecnologie alimentari e lì c’è il polo di agraria). Per arrivarci prendo l’autobus, parto alle 6 per essere lì alle 8.15. Da Torino ci vorrebbe circa mezz’ora, è sempre un viaggio ma non c’è confronto! Nel secondo semestre ho lezione tutti i pomeriggi, speriamo non sia una mazzata.
Edoardo Io ho scelto filosofia a Bologna in parte per andarmene dalla provincia, ma Bologna ancora non l’ho vista. All’inizio i corsi erano in modalità mista, solo che ci sono stati dei problemi con le prenotazioni dei posti in aula e quindi ho aspettato. Poi con la seconda ondata il Piemonte è diventato zona rossa quasi subito e sono rimasto bloccato qui. Alla fine ho fatto una scelta drastica, e mi sono sistemato in montagna, a Claviere, da solo.
Tutti Comunque non è solo il fatto di spostarsi in un’altra città. Frequentare l’università vuol dire avere una certa normalità. È un passaggio difficile e stimolante insieme, ma visto che per ora lo scambio è solo virtuale forse percepiamo più la difficoltà e meno gli stimoli.
Anna Io faccio chimica, al corso siamo tanti, è cominciato il secondo semestre e ancora non conosco chi studia con me. Non so come sia un laboratorio, non so cosa voglia dire preparare un esame in facoltà.
Alessandra Neanch’io ho mai incontrato le altre persone del corso (studio giurisprudenza), giusto qualche messaggio. Tutto mi sembra lontano.
Edoardo Io sono contento della facoltà, adoro studiare filosofia. Ma se dovessi avere bisogno degli appunti di una lezione che ho perso non saprei a chi chiederli.
Lucia A infermieristica pediatrica invece siamo pochissimi, tipo 25. Questo in effetti ha aiutato. Ma mi manca l’interazione con i professori, a volte quando sono davanti allo schermo faccio fatica a distinguere le lezioni online dal materiale che caricano sulle piattaforme.
Andrea Non provi quell’agitazione, l’adrenalina di quando entri in aula per un esame. È abbastanza monotono.
Anna Poi non c’è solo lo studio. Ci sono le pause tra una lezione e l’altra, le serate con i coinquilini o con persone che fino a cinque minuti prima non conoscevi. Il cinema, i concerti… quanto mi mancano i concerti.

Consigli

  • Per sei mesi i giornalisti del New York Times hanno seguito a distanza le vicende di una scuola superiore di Odessa, in Texas, e della sua Broncho marching band. Il risultato è un audiodocumentario in quattro puntate, di cui è appena uscita la prima (è in inglese, con la trascrizione del testo). Di Odessa parla anche un articolo uscito su The Sunday Long Read che racconta una vicenda di più di quarant’anni fa. C’entrano sempre la scuola, e il football.
  • Las niñas (Schoolgirls) della regista Pilar Palomero ha trionfato il 6 marzo ai premi Goya, il più importante riconoscimento del cinema spagnolo. In attesa che sia distribuito in Italia, potete scoprire chi sono las seños (le signorine). Lo spiega un podcast, in spagnolo. 

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