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19 maggio 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, il 16 maggio 2021 (Said Khatib, Afp)

Ancora una guerra a Gaza Chiunque è nato a Gaza e ha 14 anni è alla sua quarta guerra. Durante la prima aveva un anno. L’operazione Piombo fuso è stata lanciata da Israele nel 2008: un attacco via aria, mare e terra durato 22 giorni. Israele sosteneva di agire per legittima difesa dopo che Hamas, l’organizzazione politica e militare che aveva preso il controllo della Striscia nel 2007, aveva lanciato dei razzi sul suo territorio. A Gaza i morti sono stati 1.147, tra cui 313 bambini, e i feriti più di 5.500. In Israele i morti sono stati 13.

A cinque anni la seconda guerra. Nel novembre del 2012 Israele ha lanciato l’operazione Pilastro di difesa, durata otto giorni. È cominciata con l’omicidio di Ahmed Jabari, comandante dell’ala militare di Hamas e accusato di essere responsabile di “tutte le attività terroristiche contro Israele da Gaza”. In risposta Hamas ha sparato centinaia di razzi verso il sud d’Israele, a cui sono seguiti i pesanti bombardamenti dell’esercito israeliano. Sono morti 167 palestinesi, di cui 87 civili, e sei israeliani (due soldati e quattro civili).

La terza guerra a sette anni. L’operazione Margine di protezione ha infuriato sulla Striscia tra l’8 luglio e il 27 agosto 2014, dopo che Hamas aveva lanciato dei razzi verso Israele in un’escalation di violenza seguita al rapimento e all’uccisione di tre giovani israeliani e di un palestinese. È stata l’azione militare più letale dal 1967: i morti palestinesi sono stati 2.100 (1.400 civili, tra cui 495 bambini e 253 donne), i morti israeliani 66 soldati e sette civili.

E ora a 14 anni, la quarta, chiamata Guardiani del muro, in linea con una tradizione di nomi che contribuiscono a creare una narrazione per giustificare il terrore e la distruzione con un linguaggio di autodifesa.

E in tutti questi anni, un’altra guerra, silenziosa, continua, che non finisce sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo: il blocco terrestre, aereo e marittimo imposto da Israele sulla Striscia dal 2007. Quello che porta Ismail, lo pseudonimo di un giornalista di 27 anni che vive a Gaza, a scrivere sul sito +972 Magazine che nella Striscia ci sono due tipi di morte, “immediata e lenta”: “Qui sanguiniamo, in ogni caso. Sanguiniamo in silenzio, sempre. A prescindere da questa o quella guerra”. Ismail racconta che sua madre vuole che tutti i suoi figli siano in casa perché almeno “se moriamo, moriamo tutti insieme”.

L’operazione israeliana nella Striscia è entrata nella seconda settimana. Il 16 maggio è stato il giorno più sanguinoso, con almeno 42 palestinesi uccisi. Al 19 maggio il bilancio delle vittime nella Striscia è 219 morti, tra cui 63 bambini, e più di 1.400 feriti. Più di 72mila palestinesi sono fuggiti dalle loro case. Il lancio di razzi dalla Striscia verso Israele, il più intenso mai registrato, ha causato dodici morti, tra cui un bambino, e 294 feriti. Il 16 maggio Reporters sans frontières (Rsf) ha presentato una denuncia alla Corte penale internazionale contro la distruzione dell’edificio che ospita i mezzi d’informazione palestinesi e internazionali a Gaza, avvenuta il giorno prima. Secondo l’ong nell’ultima settimana l’aviazione israeliana ha colpito la sede di 23 organi di stampa nella Striscia.

Le ostilità proseguono anche in Israele e in Palestina. I giovani palestinesi si sono mobilitati in molte città della Cisgiordania, come Hebron, Ramallah, Betlemme e Nablus, mentre nelle città miste israeliane proseguono le tensioni tra le comunità arabe ed ebraiche.

Intanto crescono le richieste di una tregua da parte della comunità internazionale. Il 17 maggio il presidente statunitense Joe Biden si è espresso a favore di un cessate il fuoco in un colloquio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Anche il presidente francese Emmanuel Macron e quello egiziano Abdel Fattah al Sisi lavorano per una mediazione e il 18 maggio si sono sentiti con il re di Giordania Abdallah II. Un altro canale è aperto, con il sostegno dell’Onu, attraverso il Qatar e l’Egitto. Mentre si attende il risultato delle azioni diplomatiche e si spera in una riduzione delle operazioni militari, ecco alcune segnalazioni:


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Attualità

Festività I musulmani di tutto il mondo hanno celebrato l’Aid al fitr, la festa che segna la fine del mese sacro di Ramadan, a partire dal 12 o dal 13 maggio a seconda dell’avvistamento della luna nuova. I festeggiamenti per l’interruzione del digiuno durano tre giorni e tradizionalmente sono caratterizzati da incontri con familiari e amici per mangiare e scambiarsi regali e da preghiere collettive. Quest’anno però sono stati ridimensionati dalla pandemia di covid-19 a dal conflitto tra israeliani e palestinesi. Una fotogallery dell’Atlantic.

Egitto La giustizia egiziana ha archiviato per “mancanza di prove” un caso che la scorsa estate aveva contribuito ad affermare il #MeToo nel paese. Dopo nove mesi d’indagine i quattro uomini sospettati di aver commesso uno stupro di gruppo al Fairmont hotel del Cairo nel 2014 sono stati rilasciati. Provenienti da famiglie ricche e potenti della capitale, erano stati accusati di aver drogato una donna a una festa e di aver abusato di lei in una stanza dell’albergo mentre era priva di sensi. Il caso era stato denunciato dall’account Instagram @assaultpolice, creato dalla studente di 22 anni Nadeen Ashraf per spingere le donne a parlare delle molestie e delle violenze subite. Il profilo ha lanciato una campagna contro l’archiviazione.

Iran Il 15 maggio sono state depositate le ultime candidature alla successione del riformatore moderato Hassan Rohani nelle elezioni presidenziali del 18 giugno. Tra i favoriti ci sono l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, capo dell’autorità giudiziaria, e il conservatore moderato Ali Larijani, ex presidente del parlamento. Entrambi hanno legami stretti con la guida suprema Ali Khamenei. Rohani non può correre per un terzo mandato consecutivo. Le candidature di più di altre trecento persone devono essere approvate dal Consiglio dei guardiani, un organismo composto da sei teologi e sei giuristi.

Libano Il 14 maggio il Libano ha perso quasi un quarto del suo approvvigionamento di elettricità, in seguito alla decisione dell’azienda turca Karpowership d’interrompere la produzione per il mancato pagamento da parte di Beirut di più di cento milioni di dollari negli ultimi 18 mesi. Le interruzioni di corrente sono già regolari e molti libanesi fanno affidamento su generatori privati, ma ora il rischio è un blackout totale. Il Libano è nel pieno di una crisi economica e politica, ed è senza un governo da nove mesi, da quando il precedente esecutivo si è dimesso dopo la devastante esplosione al porto di Beirut il 4 agosto.

Golfo Persico Il 17 maggio Dubai ha attenuato le restrizioni contro la pandemia di covid-19. Gli alberghi potranno operare nel pieno delle capacità e i concerti e gli eventi sportivi saranno aperti alle persone che sono state vaccinate. Lo stesso giorno l’Arabia Saudita ha tolto il divieto che da marzo del 2020 impediva ai suoi cittadini di andare all’estero senza il permesso delle autorità. Ora potranno farlo i sauditi che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino, quelli che sono guariti dal covid-19 nei sei mesi precedenti e i minori di diciott’anni.

Siria Il regime di Damasco ha annunciato il 16 maggio che i siriani che decideranno di tornare nel paese dovranno pagare le tasse doganali sugli effetti personali, tra cui mobili, strumenti e articoli di viaggio comprati all’estero o in Siria. La decisione aggiunge pressione finanziaria sui siriani fuggiti all’estero a causa della guerra che decidono di rientrare in patria, scrive Al Araby al Jadid.

Diritti

Una foto di Ali Fazeli Monfared dal suo profilo Instagram. (alireza_locked/Instagram)

In memoria di un giovane iraniano
L’uccisione di Ali Fazeli Monfared, un ragazzo gay iraniano di vent’anni, conosciuto sui social network come Alireza, ha sollevato l’indignazione delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e delle associazioni lgbtq nel mondo. La sua morte è stata denunciata il 7 maggio da 6rang, il network iraniano per la protezione di gay, lesbiche e transgender. Secondo il gruppo, Fazeli Monfared sarebbe stato ucciso il 4 maggio da tre parenti maschi, che avrebbero scoperto il suo orientamento sessuale leggendo una lettera dell’esercito che lo dispensava dal servizio militare obbligatorio a causa della sua “depravazione morale e sessuale”. Gli assassini avrebbero poi avvertito la madre del luogo in cui ritrovare il corpo.

Secondo 6rang, l’episodio conferma il pericolo rappresentato dalla legge che consente l’esenzione dal servizio militare a causa dell’orientamento sessuale. Questo strumento può essere usato dalle autorità per identificare facilmente le persone lgbtq, rendendole vulnerabili ad abusi, punizioni o discriminazioni. In Iran le relazioni tra persone dello stesso sesso sono illegali e sono punibili anche con la morte. Come sottolinea il gruppo, “gay, lesbiche e la comunità trans in Iran subiscono ogni genere di violenza e coercizione su base quotidiana”.

Fazeli Monfared era andato da Teheran ad Ahvaz, la sua città di origine nel sudovest del paese, per far visita alla madre. Qualche giorno dopo avrebbe dovuto raggiungere il suo compagno, Aghil Abyat, in Turchia, per poi cercare asilo in Europa, come hanno fatto negli ultimi anni molti iraniani della comunità lgbtq. Dopo la sua morte il suo profilo Instagram è stato inondato da migliaia di messaggi e tributi da tutto il mondo.

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Consigli

Da vedere Il 15 maggio i palestinesi hanno celebrato la naqba, la “catastrofe”, per commemorare gli eventi che li portarono a perdere le loro case e diventare profughi. Il 14 maggio 1948 Israele dichiarò l’indipendenza e nella guerra che cominciò il giorno seguente 750mila palestinesi furono cacciati dalle loro terre e ai loro discendenti non fu mai permesso di tornarci.

  • Al Nakba è una serie di Al Jazeera in quattro episodi e “cerca di presentare una visione degli eventi del passato che stanno ancora modellando il presente”.
  • Arab News fa un confronto tra le immagini degli stessi luoghi prima o dopo il 1948.
  • Uno speciale di Middle East Monitor propone un viaggio attraverso la naqba fino a oggi.
  • Una guida di Middle East Eye con grafici, cartine e spiegazioni.

Da ascoltare Lo storico concerto tenuto da Franco Battiato nel 1992 a Baghdad, accompagnato dai Virtuosi italiani e dall’orchestra sinfonica nazionale d’Iraq. Come scrive Giovanni Ansaldo in un articolo per ricordare il cantautore siciliano morto il 18 maggio, “l’evento era stato organizzato per sostenere l’Unicef e le bambine e i bambini iracheni, che pagavano le conseguenze sia della guerra del Golfo sia delle sanzioni economiche. A chi gli contestava la scelta di aver suonato nella capitale del regime di Saddam Hussein, Battiato aveva dato una risposta delle sue: ‘Lo scopo della mia visita in Iraq era umanitario, perché non trovo giusto che un popolo debba soffrire per colpe non sue; ma è anche vero che credo sia giusto dare a tutti una possibilità di redenzione, agli assassini di diventare santi’”.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito Pierre Haski torna sul conflitto tra Israele e i palestinesi qui, qui e qui. Amira Hass racconta il quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est.

Sul settimanale L’editoriale di Giovanni De Mauro sulle parole giuste da usare per descrivere quello che succede in Israele e in Palestina. Nella pagine di attualità un pezzo di El País sull’escalation del conflitto, uno di +972 Magazine sul perché Israele ha scelto la violenza e uno di L’Orient-Le Jour che ricostruisce la storia delle espulsioni dal quartiere di Sheikh Jarrah. L’opinione di Elias Khoury sull’avvento di una terza grande sollevazione a Gerusalemme. Nelle pagine del pop un racconto dello scrittore iraniano Mohammad Tolouei.

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