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27 marzo 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

Nel Global terrorism index, che ogni anno classifica i paesi del mondo in base alle attività terroristiche, la Nigeria è terza dietro ad Afghanistan e Iraq. Le uccisioni, i rapimenti e le violenze colpiscono soprattutto il nord, e non risparmiano bambini e bambine. Il coinvolgimento dei minori, scrive Hakeem Onapajo su The Conversation, è cominciato nel 2013, con l’omicidio da parte del gruppo terroristico Boko haram di 44 alunni in un dormitorio di Gujba. È continuato nel 2014, con il sequestro di 276 ragazze a Chibok. Poi non si è più fermato. Queste azioni hanno ispirato gruppi criminali che operano in altre parti del paese e che usano i sequestri come mezzo per arricchirsi (lo spiega anche Francesca Sibani qui). Negli stati del nordovest della Nigeria, tra dicembre del 2020 e febbraio del 2021, ci sono stati quattro rapimenti di massa di studenti, a Kankara, Mahuta, Kagara e Jangebe.

Contro queste azioni, una risposta può essere aumentare la sicurezza intorno alle scuole. Già dopo il sequestro delle studenti di Chibok il governo aveva cominciato a circondare gli edifici di recinzioni, e con i fatti degli ultimi mesi sono spuntati militari e guardie private agli ingressi. Sulla difesa delle scuole dagli attacchi armati, un paese che offre molto materiale a cui ispirarsi sono gli Stati Uniti: metal detector, pulsanti antipanico, sensori di movimento, porte antiproiettile, “dispositivi barricata” per le aule. Nella nuova scuola elementare di Sandy Hook, in Connecticut, ricostruita dopo la strage del 2012, gli interventi sono stati un po’ più discreti. Si confondono tra grandi vetrate, nicchie che affacciano sul bosco e linee dolci (Jay Brotman, l’architetto che l’ha progettata, è convinto che una scuola disegnata per resistere ad assalti e sparatorie non debba mostrarlo).

Ma la Nigeria non ha solo un grosso problema con la sicurezza nelle scuole. Ne ha anche uno, altrettanto grande, con la frequenza scolastica: circa 10,5 milioni di ragazzi e ragazze non seguono le lezioni. La questione riguarda tutto il paese, e si potrebbe risolvere con il coinvolgimento delle famiglie, delle comunità e con progetti di infrastrutture innovativi.

La floating school di Makoko, Lagos, 30 aprile 2014 (Mohammed Elshamy, Abaca/Ansa)

Uno di questi progetti avrebbe potuto essere la floating school di Makoko. Un articolo di Allyn Gaestel su The Atavist, molto bello e molto critico, ne ripercorre le tappe, “dalla splendida ascesa alla caduta”. Che non ci sia il lieto fine lo si capisce già dal titolo del pezzo, “Le cose crollano”, che riprende quello di uno dei romanzi più importanti della letteratura nigeriana.

Kunlé Adeyemi, l’architetto che ha progettato la scuola, è originario di Kaduna, un’importante città nel nord della Nigeria. Nel 2010 guidava ad Amsterdam uno studio di fama internazionale, ma a Lagos, dove aveva studiato, un posto continuava ad attirarlo come una calamita: Makoko, uno degli slum più grandi della capitale, con le sue palafitte poggiate sul fondale della laguna e le pareti di legno consumate. ll governo considerava la baraccopoli un pugno in un occhio, mentre Adeyemi voleva costruire lì una struttura che si alzasse verso l’alto, dall’acqua. 

Quello che avrebbe reso speciale la sua scuola, infatti, era che galleggiava, grazie a una base formata da 250 barili blu. A chi metteva in dubbio la resistenza della struttura ai forti temporali che periodicamente si scatenavano sulla laguna, Adeyemi rispondeva che proprio le sue caratteristiche l’avrebbero protetta, e che la forma a triangolo, con i muri inclinati, avrebbe potuto convogliare l’acqua nella laguna. Una giovane architetta di Lagos e il preside della scuola vicina espressero le loro perplessità sui costi, la capienza (l’edificio avrebbe potuto accogliere solo una sessantina di bambini), la scarsa funzionalità. Adeyemi ribatteva che la floating school sarebbe stata “un prototipo di una costruzione modulare e riutilizzabile”, “ecologica, economica, adattabile, trasportabile, sicura”. E molti riconobbero i meriti del progetto.

La scuola fu inaugurata nel marzo del 2013. Nel 2016 fece vincere ad Adeyemi il Leone d’argento alla biennale d’architettura di Venezia. Una settimana dopo la consegna del premio, crollò. La storia della floating school di Makoko è una parabola su tante cose. Riguarda i miti, le buone intenzioni, e l’etica degli esperimenti sociali, scrive Gaestel.

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Notizie dai bagni

Condivisi A gennaio la scuola secondaria François Mauriac di Léognan, nel sudovest della Francia, ha rinnovato i servizi igienici: ora sono neutri, e non più separati per ragazzi o ragazze. I bagni sono nel cortile, otto vani chiusi in alto sulle porte dei quali c’è scritto solo “Toilettes”. Questa modifica fa parte di un esperimento avviato nel 2017, spiega il trimestrale francese Usbek & Rica, che coinvolge altre 22 scuole e ha l’obiettivo di ripensare lo spazio scolastico in modo che “ognuno trovi il suo posto”, anche nei bagni.

La separazione dei servizi igienici per genere è prevista dalla guida ministeriale sulla costruzione delle scuole, che risale al 1989, ma sembra controproducente: uno studente su due (ragazze e ragazzi) non va mai in bagno a scuola, molti ci vanno solo quando non riescono più a trattenersi. 

“La maggior parte dei ragazzi odia gli orinatoi per le aggressioni dei compagni, mentre molte ragazze hanno paura di essere spiate o di rimanere chiuse dentro”, spiega Edith Maruéjouls-Benoit, geografa e direttrice di Arobe (Atelier recherche observatoire égalité). “Il risultato è che instilliamo un senso d’insicurezza nelle seconde e coltiviamo la virilità dei primi. Questa distinzione tra maschi e femmine si rifletterà inevitabilmente nella condivisione dello spazio pubblico. E le donne non si sentiranno legittimate ad occuparlo”. 

Senza lo sciacquone “Lavatevi spesso le mani”! I bambini e le bambine se lo sentono ripetere in continuazione. Ma come fanno quelli che frequentano le 347 scuole primarie o dell’infanzia che per il ministero dell’istruzione romeno hanno bagni “non conformi”? Un giornalista di Scena9 ha visitato cinque di queste scuole, sparse tra i monti Apuseni. Alcune sono di proprietà dello stato, altre sono affittate da privati, nessuna è collegata alla rete fognaria.

La scuola del villaggio di Dealu Lămășoi ha sei alunni di quattro classi, una vecchia latrina in cortile e una bacinella d’acqua in corridoio. Quella di Preluca, chiusa nel 1987 per mancanza di alunni, è stata riaperta nel 2003, ma nelle stesse condizioni di prima: senza acqua corrente né servizi igienici. La scuola di Buza è molto più grande ma non ha l’acqua potabile, e ha un paio di latrine e qualche bagno chimico in cortile. In piena pandemia, i ministeri si rimbalzano la responsabilità su chi deve garantire le condizioni igieniche minime nelle scuole più piccole e isolate del paese, mentre sindaci e autorità locali rimandano ogni intervento. Ma per i bambini non è un problema dover andare in bagno fuori, nell’erba alta, dicono i dipendenti della scuola di Buza e i vecchi del paese. Sono abituati così anche a casa.

Bagni che non ci sono Il presidente Jair Bolsonaro ha bloccato una proposta di legge che prevedeva investimenti per far arrivare la banda larga nelle scuole pubbliche. Ma internet non è l’unica cosa che manca: le scuole del Brasile non sono messe bene quanto a infrastrutture di base, dalla corrente elettrica alla gestione delle acque reflue. Questi sono i dati aggiornati al 2020:

Fonte: O Globo

In breve

  • Il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, ha inaugurato il nuovo anno scolastico annunciando che nel paese saranno costruite in pochi mesi almeno 1.800 scuole.
  • Nella città messicana di Querétaro, con le scuole chiuse, molti bambini e bambine devono seguire i genitori che fanno i venditori ambulanti ai semafori. Una maestra si è accorta di loro, e ha cominciato a organizzare delle lezioni in strada, agli incroci
  • Un’organizzazione non profit, Hello future, offre a ragazze e ragazzi del campo profughi di Arbat, nel Kurdistan iracheno, un corso di alfabetizzazione digitale di base. Il 90 per cento del corso si segue su smartphone (un modello molto semplice, che è distribuito nelle prime lezioni), anche se la classe è fisicamente riunita nello stesso posto. 
  • Le scuole della Germania sono molto indietro sul digitale. Un “patto” stretto dal governo federale dovrebbe garantire le risorse necessarie per dotarle di wifi, internet veloce e computer e tablet. La partenza del piano è stata timida ma si sta cercando di accelerare. Anche perché a questo ritmo l’obiettivo sarebbe raggiunto solo nel 2049!
  • L’università di Harvard, negli Stati Uniti, ha una rete di tunnel sotterranei che si estende per quasi cinque chilometri e permette di raggiungere gran parte degli edifici del campus senza dover risalire in superficie. I tunnel erano stati concepiti per far passare condutture, cavi, tubi. Ma poi furono scoperti dagli studenti, che si sbizzarrirono a trovare usi alternativi, e nel 1939 offrirono un nascondiglio a una spia tedesca ricercata dall’Fbi.

In prima persona

Sara Dambruoso, insegnante di musica da camera al conservatorio di Milano

Suono da quando ho memoria, fa parte della mia vita da sempre. Conoscevo le note prima ancora di saper leggere e contare, e ho continuato a esplorarle fino a fare della musica il mio lavoro. Io e la viola, il quartetto, il palcoscenico, il pubblico, l’emozione, la bellezza. L’ultimo anno ha creato dentro di me un gran vuoto.

Insegnare al conservatorio è un capitolo nuovo della mia carriera professionale. Vivo a Como e per le lezioni vado a Milano un paio di giorni alla settimana. L’atmosfera che si respira in questo periodo è ovviamente inedita. L’ingresso è contingentato, e il maestoso atrio e il colonnato, dove i ragazzi e le ragazze di solito s’incontrano e passano molto tempo, ora sono uno spazio silenzioso. Ma devo dire che gli studenti restano energici e solari, non si lamentano mai, anche se ogni tanto li vedo soffrire perché sotto la mascherina gli manca l’aria. 

Li seguo divisi in piccoli gruppi: soprano e tenore, un duo violino e arpa, un trio con pianoforte. I fiati purtroppo non possono frequentare le lezioni e partecipano da casa, per cui a ogni incontro bisogna inventarsi modalità che riescano a coinvolgere tutti. Capitano delle volte in cui di un gruppo si presenta solo una persona, e in quel caso si riesce a instaurare un profondo rapporto umano. 

Mi piace che durante le lezioni ci sia un clima sereno e positivo. Le risate non sono rare, e penso siano importanti e necessarie per alleggerire le difficoltà di studiare uno strumento musicale. Poi uno degli aspetti più interessanti dell’insegnare la mia materia è che ti porta a confrontarti con gli strumentisti e i cantanti più vari, e questo ti permette di ampliare la conoscenza del repertorio e di spaziare: puoi passare da Mozart a un compositore contemporaneo come Franck Martin, da Schubert a Henri Deutillex o ad Alfredo Casella, e di nuovo muoverti indietro nel tempo, a Schumann o a Mendelssohn.

Consigli

  • Un po’ di riflessioni sul ruolo delle biblioteche: il difficile compito dei bibliotecari e degli educatori in un mondo che s’informa sempre più online, sull’Atlantic; un’iniziativa per coinvolgere le piccole biblioteche rurali nell’educazione alla lettura, su The74; la biblioteca segreta costruita da ex studenti a Darayya, in Siria, sul Guardian. Di biblioteche, che “devono essere aperte, inclusive, animate”, parla anche un articolo uscito sul sito d’Internazionale e scritto da Antonella Agnoli e Christian Raimo.
  • Un campus universitario vuoto all’inizio della pandemia è il protagonista di The Leftovers, un podcast di This american life. 
  • Il Washington Post racconta la storia emblematica della Dudley Digges house, forse “la più vecchia scuola ancora in piedi negli Stati Uniti dedicata all’istruzione dei bambini neri”. 
  • Sul sito d’Internazionale Vanessa Roghi ricorda le maestre e le professoresse che hanno cambiato in senso democratico la scuola italiana. 

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