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5 giugno 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

In Germania l’insegnamento della religione è previsto dall’articolo 7 della costituzione, che lo riconosce come “materia curricolare” nelle scuole pubbliche di primo e secondo grado. È sottoposto al controllo dello stato e in alcuni casi è regolato anche dalle costituzioni regionali dei land, ma va impartito su base confessionale, secondo i princìpi delle comunità religiose. Significa che nell’ora di religione gli studenti di fede protestante si concentrano sulla confessione protestante, quelli di fede musulmana sull'islam e così via. Gli alunni possono scegliere di non fare religione, e sostituirla con etica o filosofia.

Ad Amburgo hanno provato una strada diversa. È un esperimento unico nel paese e si chiama Religionsunterricht für alle, educazione religiosa per tutti: gli studenti non sono separati a seconda della loro religione ma seguono tutti la stessa lezione. La responsabilità di definire i contenuti e scegliere i libri di testo e altro materiale didattico è condivisa dalla chiesa protestante, da tre associazioni islamiche, dalla comunità alevitica (un gruppo religioso e culturale legato all’islam ma con caratteristiche proprie, molto presente in Turchia e, con l’emigrazione, anche in Germania) e da quella ebraica. Anche i docenti, che devono essere praticanti, possono appartenere a queste realtà diverse, mentre prima erano quasi esclusivamente protestanti.

Velida Hafizovic, per esempio, è musulmana e insegna religione alla scuola secondaria Kurt Tucholsky, l’istituto che anni fa ha fatto da apripista per il progetto. Joachim Wagner sulla Zeit descrive una sua lezione, con una classe delle medie: Hafizovic appende alla lavagna una trentina d’immagini legate alla preghiera e distribuisce dei testi. Gli studenti devono associare luoghi di culto, gesti e formule alle varie religioni, e poi proporre delle sintesi scritte. Sono divisi in piccoli gruppi in base alla loro confessione religiosa per approfondirla, ma nel corso dell’ora a questi momenti se ne alternano altri “interconfessionali”.

L’insegnante Velida Hafizovic con una classe, Amburgo, 29 novembre 2019 (Markus Scholz, Picture alliance/Getty Images)

È un modello che può aiutare l’integrazione? E ha senso sostenerlo in una società che raccoglie tante culture diverse ma anche molti non credenti, come quella tedesca? 

L’esperimento di Amburgo sembra piacere agli studenti e ai genitori, ma non ha vita facile. Diversi partiti – dalla Cdu (centro-destra), all’Fdp (liberali) ai Verdi – lo hanno attaccato ripetutamente, criticando le prese di posizione di alcune realtà islamiche coinvolte. E la questione della distanza dei cittadini dalla religione non può essere trascurata. In un altro articolo, sempre sulla Zeit, Wagner ricorda che nel 2018 solo il 53 per cento dei tedeschi si dichiarava parte della chiesa protestante o cattolica. Poco meno del 38 per cento si definiva non religioso, e nell’ex Germania Est questa percentuale saliva al 75 per cento. Tra Rostock e Görlitz quasi due terzi degli studenti preferivano etica e filosofia all’educazione religiosa. 

Per Wagner, il vero problema è il modo in cui è concepito l’insegnamento della religione. È un’impostazione “fuori dal tempo”, e ha prodotto una situazione che è il contrario di quello che la costituzione intendeva: non promuove l’integrazione e la coesione sociale, e “invece di tutelare i diritti delle persone, tutela le istituzioni”. Emendare il testo della costituzione per ora è impossibile, quindi secondo lui bisogna cercare alternative. Nei contesti in cui la maggioranza degli studenti non è credente, andrebbe data la priorità all’etica sull’educazione religiosa. Negli altri casi, il “modello amburgo” può essere la soluzione: rispetta la costituzione ed è più vicino alla realtà.

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Notizie

Il contrario dell’integrazione Il 27 maggio un portavoce dei tk’emlups te secwépemc, un popolo indigeno canadese, ha annunciato il ritrovamento dei resti di 215 bambini nel terreno della vecchia Kamloops indian residential school, nella provincia della British Columbia.
 
Le indian residential school erano una sorta di collegi per indigeni, organizzati in una rete dal governo canadese e amministrati dalla chiesa cattolica. Tra il 1883 e il 1996 quasi 150mila minori furono sistemati in questi istituti per assimilare la cultura bianca e dimenticare quella nativa. Abusi ed emarginazione erano la norma, spiega il Washington Post.
 
Il governo canadese ha riconosciuto i maltrattamenti, e ha chiesto scusa ai popoli indigeni nel 2008. Nel 2015 una commissione per la verità e la riconciliazione (nata da un accordo tra il governo e circa 86mila nativi) ha dichiarato quel sistema un “genocidio culturale”. La chiesa cattolica non ha mai chiesto scusa, ma dopo la scoperta dei resti dei bambini sta subendo molte pressioni.
 
La Kamloops indian residential school fu gestita dalla chiesa cattolica dal 1890 al 1969, quando le subentrò il governo canadese, e fu chiusa nel 1978, ricorda il sito Axios. Non si sa ancora come siano morti i 215 alunni ma, nota il Washington Post, “in quegli istituti gli incidenti e le malattie contagiose portavano a un alto numero di decessi. Secondo le stime della commissione per la verità e riconciliazione, i bambini deceduti sarebbero quattromila”.
 
Se volete approfondire la storia delle indian residential school, vi consiglio questa inchiesta del National Post.

Una scena del film Un altro giro (Henrik Ohsten, Studio Canal)

Inno alle sbornie La prima scena di Un altro giro, il film di Thomas Vinterberg che ad aprile del 2021 ha vinto l’Oscar come miglior film straniero, comincia con una gara: coppie di studenti delle superiori devono fare un giro di un lago vicino a Copenaghen portando una cassa di bottiglie di birra. Vince chi fa il giro in meno tempo, e ha bevuto tutte le birre. Se nella coppia uno dei due vomita gli vengono aggiunti minuti, ma se vomitano entrambi gliene vengono tolti. Il vero scopo del gioco, naturalmente, è sbronzarsi. E va a braccetto con il titolo originale del film, Druk, che in danese significa “bere fino allo sfinimento”. 

Gli studenti non sono gli unici a cercare l’ebrezza dell’alcol. Anche quattro professori della loro scuola (uno è interpretato da Mads Mikkelsen) bevono più di quanto dovrebbero. In realtà gli insegnanti lo fanno per la scienza, perché vogliono dimostrare la teoria di uno psichiatra norvegese, Finn Skårderud, per cui avere una quantità minima ma fissa di alcol nel sangue aiuta ad affrontare meglio il mondo. Com’è prevedibile, il minimo sarà presto superato. 

Il film (che è molto bello) entra nelle vite di questi insegnanti e delle loro classi con una leggerezza particolare, e le inonda di alcol senza retorica e senza giudicare. Rispecchia una volontà precisa del regista, ma esprime anche la mentalità danese. 

Ogni paese si appoggia a una narrazione di sé, scrive Amalie Schroll Munk sul giornale Weekendvisen, e in Danimarca questo racconto è inestricabilmente intrecciato all’alcol: “Non solo beviamo più dei nostri vicini nordici, beviamo anche in un modo diverso. ‘Alla danese’, come dice proprio Mads Mikkelsen in una pubblicità della birra Carlsberg. Non abbiamo problemi ad ammettere che le sigarette fanno male, che l’eroina può ucciderti, o che il gelato è poco sano. Ma non proviamo neanche a includere l’alcol nell’elenco”.

Rune Qvist e Anders Gotfredscen hanno vent’anni e studiano economia all’università. Come molti danesi, amano l’idea di potersi ubriacare quando vogliono. “Io tendo a essere molto responsabile, penso sempre a quello che devo fare. Quando bevo invece mi libero da tutto”, spiega Qvist alla giornalista di Weekendvisen. 

A novembre del 2020 i due studenti hanno scritto sul quotidiano Politiken un articolo intitolato “Sì, noi giovani siamo campioni di sbronze. Diventiamo re delle feste e del divertimento!”. Il pezzo voleva essere una risposta a un altro articolo uscito sempre su Politiken e firmato da un ex preside delle superiori, che puntava il dito contro l’eccessivo consumo di alcol tra gli adolescenti e chiedeva di vietarlo nelle feste scolastiche. Per sostenere la loro tesi, Qvist e Gotfredscen non usavano gli argomenti più prevedibili – lo stato non deve fare da balia, le libertà individuali non si toccano – ma difendevano esplicitamente la cultura del bere dei danesi. 

“Non voglio diventare dipendente dall’alcol, ovvio, nessuno lo vuole. Ma di solito mi sento meglio quando sono ubriaco”, spiega Qvist a Schroll Munk.

Ai due studenti il film è piaciuto molto. Lo hanno interpretato come sperava il regista: una celebrazione della vita e della libertà. Sono consapevoli che le sbornie hanno anche un lato buio. “C’è sempre un rischio, ma non bisogna essere troppo razionali”, chiarisce Qvist. “Oggi si parla molto dell’imperfezione, no?”, interviene Gotfredsen. “L’alcol ci dà l’occasione di convivere con le nostre imperfezioni, senza vergognarcene. Penso sia un bene per gran parte delle persone”. 

Non è una discussione facile da affrontare, ammette Martin Krasnik in un editoriale su Weekendavisen, “ma possiamo celebrare l’Oscar al film di Vinterberg provandoci”.

In prima persona

Penne amiche della scienza è un progetto che mette in contatto scienziati e studenti rendendoli amici di penna. Una classe (degli ultimi due anni della scuola primaria o dei primi due della scuola secondaria di primo grado) e una ricercatrice o ricercatore si scambiano quattro email durante l’anno scolastico. Questi sono alcuni estratti della seconda email di Ludovica Pannitto, che è dottoranda in linguistica computazionale all’università di Trento e vive a Pisa, e della risposta che le ha inviato la 2ª A con l’insegnante Daisy Corvetta, dell’istituto Marcelline di Bolzano.

Ciao! Buon 2021!

Spero che abbiate passato delle vacanze divertenti, nei limiti di quello che si poteva fare. Ha nevicato lì? Qui a Pisa purtroppo non nevica mai, ma le montagne dell’Appennino sono tutte imbiancate! Ho letto la vostra lettera, mi avete fatto tantissime domande! 

Intanto, mi avete chiesto che scuola ho frequentato e perché: ho fatto il liceo classico, nella mia città di origine, Campobasso. Non saprei dire di preciso perché l’ho scelto, mi piacevano tante materie ma soprattutto mi piaceva leggere, e ho pensato che al liceo classico avrei conosciuto persone con la mia stessa passione. Negli anni in realtà mi sono pentita della scelta, ho trovato tantissimi amici e amiche con i miei stessi interessi fuori dalla mia scuola. (…) 

Ma torniamo alla linguistica computazionale: ho visto che avete fatto un bel po’ di ricerche! Provo a rispondere ai vostri dubbi. Il primo: una linguista computazionale è più una linguista o una programmatrice? Dipende. A volte usiamo il computer per elaborare meglio i dati ma cerchiamo di rispondere a domande linguistiche (per esempio, come nasce una nuova parola?). Altre volte, invece, dobbiamo sviluppare algoritmi per testare ipotesi o per creare applicazioni, e in quel momento siamo forse più programmatrici e programmatori che linguiste o linguisti. E con noi lavorano persone che si occupano di psicologia, filosofia, traduzione. Le discipline sono tantissime! (…) 

Non è necessario per una linguista conoscere tante lingue, sarebbe un po’ come chiedere a un medico se ha preso tante malattie. Sicuramente per tante e tanti di noi le lingue sono una passione, e qualcuno usa queste conoscenze nel suo lavoro, ma l’obiettivo della linguistica computazionale è studiare la lingua come capacità comune a tutti i popoli della Terra, a prescindere dalle differenze.

Per dimostrarvelo vi propongo un gioco che ho copiato dalle olimpiadi di linguistica computazionale (sì, esistono). L’apinayé è una lingua a rischio d’estinzione parlata in Brasile da circa duemila persone, in sei soli villaggi. Immaginate di voler scoprire qualcosa sul suo funzionamento e sulla sua sintassi e, per farlo, avete raccolto questi esempi da un parlante nativo:

kukrİ̃ kokoi = la scimmia mangia;
ape kra = il bambino lavora;
ape kokoi ratš = la grande scimmia lavora;
ape mï mİtš = l’uomo buono lavora;
ape mİtš kra = il bambino lavora bene;
ape punui mï piƾetš = l’uomo vecchio lavora male.

Riuscireste a tradurre in italiano la frase ape ratš mï mİtš? (…)

A presto,
Ludovica

P. s. Datemi del tu! Non sono così vecchia 😬
 



Ciao Ludovica, 

grazie per la lettera! Tanti argomenti ci hanno colpito, ma ci siamo voluti soffermare sulla lingua apinayé, visto che nessuno di noi ne aveva mai sentito parlare prima. Abbiamo provato a svolgere il gioco, ma ovviamente non siamo sicuri di averlo fatto correttamente. La nostra risposta è: “Il grande uomo buono lavora”.

Abbiamo capito che: 
kokoi significa scimmia (nome);
kukrl significa mangiare (verbo);
pisets significa male (aggettivo). (…) 

Noi abbiamo studiato che uno scienziato osserva gli aspetti misurabili di un fenomeno, formula un’ipotesi e la conferma tramite degli esperimenti che esegue più volte. Quindi il vostro lavoro non è questo? (…)

Buona Pasqua e alla prossima lettera,
Classe 2ª A

Consigli

Del regista Thomas Vinterberg potete recuperare un altro film che ha per protagonista un insegnante: Il sospetto (2012). C’è sempre Mads Mikkelsen nel ruolo principale ma il tema trattato e le atmosfere sono molto diverse da Un altro giro. Lo trovate su Prime Video, Mubi o in dvd.

La copertina

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