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11 febbraio 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

EujarimPhotography, Getty Images

Chi paga i pasti gratis?
All’ultima riunione del suo consiglio direttivo, il 3 febbraio, la Banca centrale europea (Bce) ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro – a livelli prossimi allo zero – e di continuare a comprare titoli di stato, anche se in misura ridotta rispetto al passato. L’istituto di Francoforte sul Meno, scrive il Wall Street Journal, “è sempre più un’eccezione tra le banche centrali dei paesi avanzati e di quelli emergenti, che hanno cominciato ad aumentare i tassi d’interesse o si riservano di farlo presto”, allarmate dal rialzo dell’inflazione. Il 26 gennaio la Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) ha annunciato che dalla metà di marzo comincerà ad aumentare il costo del denaro e terminerà il suo programma di acquisto di titoli, nel tentativo di contenere un’inflazione arrivata a gennaio al 7,5 per cento, il dato più alto degli ultimi quarant’anni negli Stati Uniti. Il 3 febbraio anche la Banca d’Inghilterra ha fatto sapere che aumenterà i tassi e ridurrà gli acquisti di titoli.

La prudenza della Bce riflette il timore di danneggiare la ripresa economica dell’eurozona e asseconda la previsione che l’inflazione (a gennaio era al 5,1 per cento) possa rientrare presto. Ma l’istituto è anche molto preoccupato per la tenuta dei debiti pubblici dei paesi dell’eurozona, in particolare di quelli dell’Europa meridionale. Molti temono che una politica monetaria più restrittiva “possa scatenare lo stesso caos sul mercato dei titoli di stato che una decina di anni fa peggiorò la crisi del debito pubblico nell’eurozona”, scrive il Financial Times. I titoli di stato dell’area hanno vacillato per il solo fatto che il 3 febbraio Christine Lagarde, la presidente della Bce, abbia “rifiutato di escludere un rialzo del costo del denaro nel 2022”. La prospettiva di una Bce che compra meno titoli di stato penalizza soprattutto i paesi più indebitati dell’eurozona, cioè quelli che negli ultimi anni hanno usufruito più di tutti della politica monetaria accomodante di Francoforte: in particolare l’Italia e la Grecia, dove il rapporto tra debito pubblico e pil ammonta rispettivamente al 160 e al 200 per cento.

Il caso della Bce dimostra che le banche centrali e i governi dovranno presto o tardi affrontare uno dei nodi irrisolti più delicati dell’economia globale: l’enorme mole di debito pubblico accumulata per affrontare prima la crisi finanziaria del 2008 e in seguito quella provocata dalla pandemia di covid-19. Come ha scritto Raghuram G. Rajan, economista dell’università di Chicago ed ex governatore della banca centrale dell’India, sia le autorità monetarie sia i governi dovranno dimostrare di aver capito una lezione fondamentale: meglio accettare oggi qualche rinuncia per evitare di affrontare problemi molto gravi in futuro. È difficile obiettare al fatto che la pandemia abbia creato la necessità di spendere e indebitarsi più del normale per aiutare le aziende e le famiglie più colpite dall’emergenza sanitaria, dice Rajan. A un certo punto, tuttavia, bisognerà prendere atto che qualcuno dovrà pagare il conto. Il sospetto è che sia gli investitori sia i cittadini comuni si siano convinti di aver ricevuto dei “pasti gratis” grazie alla spesa pubblica finanziata dalle politiche monetarie ultraespansive. Secondo un sondaggio condotto dalla Bce, l’82 per cento degli italiani e il 66 per cento dei portoghesi e dei francesi credono che il compito della banca centrale sia aiutare i paesi in difficoltà finanziaria. Più della metà degli italiani e degli spagnoli sono convinti che la Bce esista per finanziare i governi. Ora, osserva l’economista indiano, non sarà facile per i politici – anche per paura di perdere consensi elettorali – spiegare che i cittadini, soprattutto quelli in grado di sostenere sacrifici, devono pagare il conto. Il rischio, conclude Rajan, è che in futuro i governi abbiano meno risorse per affrontare altre emergenze e problemi come il cambiamento climatico. E che il conto dei “pasti gratis” di oggi ricada su chi ha meno soldi per pagarlo.

Unione europea

La corsa al microchip
“Gli Stati Uniti, la Cina, la Corea del Sud e altri paesi asiatici stanno investendo miliardi per rafforzare l’industria dei microprocessori. L’Unione europea ha deciso di seguire il loro esempio”, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. L’8 febbraio la Commissione europea ha presentato il Chips act, una serie di misure legislative, regolamentari e finanziarie per favorire la produzione di semiconduttori e processori nell’Unione. Entro il 2030 Bruxelles vuole mobilitare investimenti pubblici e privati per 45 miliardi di euro nella ricerca, in progetti pilota e in startup, ma soprattutto nella costruzione di fabbriche (i primi impianti potrebbero essere pronti tra il 2025 e il 2026). La Commissione, inoltre, modificherà le sue severe regole sugli aiuti di stato alle aziende e snellirà le procedure burocratiche. L’obiettivo è far salire la quota europea della produzione globale di microprocessori dal 9 al 20 per cento. Il Chips act dev’essere approvato dal parlamento europeo e dagli stati membri dell’Unione prima di poter entrare in vigore.

In questo modo l’Europa cerca di rispondere a una carenza globale che sta penalizzando molti settori produttivi, in particolare quello automobilistico. Anche se Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione europea, è stata attenta a non rivelarlo, scrive la Süddeutsche Zeitung, il Chips act è di fatto l’ammissione che il settore europeo dei microprocessori “ha perso terreno nei confronti della concorrenza asiatica e adesso deve essere aiutato in modo consistente”. Il commissario al mercato interno Thierry Breton ha detto che l’obiettivo è “l’autonomia strategica dell’Unione europea”. Quest’espressione, sottolinea il quotidiano tedesco, ricorda un po’ troppo la parola “autarchia”, cioè il tentativo di rendersi il più indipendenti possibile dal resto del mondo. Esattamente il contrario di quella globalizzazione che negli ultimi decenni ha garantito benessere a un paese come la Germania. “Ma d’altronde i governi di tutto il mondo oggi stanno cercando di richiamare in patria impianti produttivi e posti di lavoro, usando l’elegante termine reshoring. Questo vale in particolare per il settore dei microprocessori”. Il quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung parla addirittura di un nuova forma di “nazionalismo economico”, anche se nel suo progetto l’Unione europea indica nella cooperazione con Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan (non si cita la Cina) la via per garantire gli approvvigionamenti in caso di crisi.

Stati Uniti

Bassa partecipazione
A gennaio il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti ha raggiunto il 4 per cento, in leggero aumento rispetto al 3,9 per cento di dicembre. Si tratta in ogni caso di una crescita contenuta, considerati gli effetti negativi dell’ondata di contagi legata alla variante omicron del virus sars-cov-2. Da questo punto di vista, scrive il Wall Street Journal, gli Stati Uniti stanno facendo molto meglio delle altre economie avanzate. “Ma c’è un aspetto importante in cui restano indietro: la forza lavoro. Tra il quarto trimestre del 2019 e il trimestre corrispondente del 2021 il tasso di partecipazione al lavoro negli Stati Uniti – la quota di popolazione tra i 15 e i 64 anni che lavora o è in cerca di lavoro – è diminuito dello 0,7 per cento. Lo stesso indicatore, invece, è cresciuto in Giappone, in Canada e nell’eurozona”.

Tutto questo succede mentre le aziende statunitensi sono alle prese con una grave carenza di manodopera, che contribuisce ad aumentare i salari (e l’inflazione), ma allo stesso tempo fa salire i carichi dei lavoratori rimasti. Tra le varie ragioni che spiegano questa differenza, osserva il quotidiano statunitense, c’è sicuramente la maggiore incidenza del covid-19 – in termini di contagi e decessi – sulla popolazione, ma c’è anche il diverso modo di affrontare la crisi occupazionale provocata dalla pandemia: mentre in Europa, in Giappone o in Canada sono stato introdotti sussidi e misure per scongiurare i licenziamenti, gli Stati Uniti hanno sostenuto direttamente i lavoratori licenziati per favorirne il reimpiego in altri settori. Ma in questo modo è stato indebolito il legame tra i lavoratori e le aziende. Gli Stati Uniti, infine, sono tradizionalmente caratterizzati da un alto grado di mobilità del mercato del lavoro: in Europa c’è una netta frattura tra posti di lavoro sicuri e pagati bene e occupazioni precarie e pagate male, una condizione che porta chi è più garantito a non lasciare facilmente un lavoro perché sa che non sarà facile trovarne un altro uguale. “Tutto questo non esiste negli Stati Uniti, dove i lavoratori lasciano più facilmente un’occupazione, perché sanno che possono tornare”.

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Numeri

94.000

L’8 febbraio il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha annunciato un sequestro record di 94mila bitcoin, per un valore di circa 3,6 miliardi di dollari. La somma è legata a un furto di 119.754 bitcoin compiuto nel 2016 ai danni della borsa di criptovalute Bitfinex: all’epoca quei bitcoin valevano 71 milioni di dollari, oggi circa 4,5 miliardi. L’operazione ha portato all’arresto di due newyorchesi – l’imprenditore Ilya Lichtenstein, 34 anni, e sua moglie Heather Morgan, 31 anni, cantante rap nota come Razzlekhan – con l’accusa di riciclaggio e truffa.

Le autorità statunitensi sono sempre più preoccupate dal fatto che il mondo delle criptovalute possa diventare una manna dal cielo per i criminali. Il dipartimento di giustizia, infatti, ha annunciato la formazione del National cryptocurrency enforcement team per rafforzare le indagini sui reati commessi con queste nuove tecnologie. Ma negli Stati Uniti non si guarda al settore solo come possibile rifugio di malviventi. Vanno avanti anche gli studi per capire se le monete digitali possano essere emesse dalle banche centrali come succede con quelle tradizionali. Il 3 febbraio, per esempio, la Federal reserve bank of Boston (Boston Fed), uno degli istituti che compongono la Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti), ha presentato una proposta per realizzare una valuta digitale, in collaborazione con il Massachusetts institute of technology (Mit). Secondo la Boston Fed, il sistema è in grado di eseguire la maggior parte dei pagamenti in meno di due secondi, gestisce più di 1,7 milioni di transazioni al secondo e può operare anche nel caso di un’interruzione della rete. La proposta, spiega il Washington Post, non significa che sta per arrivare il dollaro digitale. La Fed sta solo studiando un progetto, che comunque per essere varato richiede l’approvazione del parlamento.

Aziende

I rivoluzionari silenziosi del capitalismo
I principali investitori specializzati nell’alta tecnologia stanno iniettando capitali nel mondo delle criptovalute man mano che il settore si amplia e ha bisogno di rafforzarsi per soddisfare le richieste del numero crescente di clienti, scrive il Financial Times. Alchemy, un’azienda che produce software per gli sviluppatori di criptovalute, ha dichiarato che il suo valore ha superato i dieci miliardi di dollari dopo aver ricevuto finanziamenti per duecento milioni di dollari dalle società d’investimento Silver Lake e Lightspeed Venture Partners. Polygon, un’azienda indiana che sviluppa software per facilitare le transazioni con la tecnologia Ethereum, ha incassato 450 milioni grazie all’intervento di un’altra grande società d’investimento, la Sequoia Capital.

Le operazioni in corso nel mondo nascente delle criptovalute conferma il ruolo determinante di queste grandi società d’investimento – spesso sconosciute al di fuori da una cerchia ristretta di addetti ai lavori – nelle principali innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni. Sono le cosiddette società di venture capital (in origine adventure capital), una “razza particolare” nel capitalismo, scrive il mensile britannico Prospect, che ha recensito The power law: venture capital and the art of disruption, un saggio che il giornalista britannico Sebastian Mallaby ha dedicato al tema. Queste società scommettono sulle idee più innovative nella convinzione che diventino un successo imprenditoriale, anche se spesso non vincono e subiscono le perdite di clamorosi flop. È così che incentivano la ricerca e lo sviluppo in campi dove la finanza tradizionale non oserebbe avventurarsi. Senza di loro, sostiene Prospect, non sarebbero partiti i progetti che hanno dato origine ad Amazon, Apple, Google e Tesla. Grazie a loro personaggi come “Jeff Bezos e Elon Musk hanno costruito dei colossi e sono diventati ricchissimi, al punto che oggi possono coltivare il sogno di viaggiare nello spazio e costruire macchine volanti”. La loro storia, spiega Mallaby, risale alle origini stesse della Silicon valley, negli anni cinquanta, quando i primi ricercatori si trasferirono in California fondando i laboratori da cui uscirono i primi semiconduttori. Queste iniziative non sarebbero fiorite se non avessero trovato una nuova forma di finanziamento nelle società di venture capital, le uniche disposte a scommettere su progetti che all’epoca sembravano utopistici e al massimo promettevano rendite solo nel lungo periodo.

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