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7 aprile 2022

Africana

La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani

Sostenitori del presidente defunto Thomas Sankara, Ouagadougou, Burkina Faso, 6 aprile 2022. (Anne Mimault, Reuters/Contrasto)

Notizie dai tribunali L’ex presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré è stato condannato all’ergastolo il 6 aprile per l’assassinio del suo predecessore, Thomas Sankara, ucciso nel corso di un colpo di stato nel 1987, quattro anni dopo che aveva preso il potere. Compaoré vive in esilio in Costa d’Avorio dal 2014, quando è stato rovesciato da una rivolta popolare. Il tribunale militare di Ouagadougou ha comminato l’ergastolo anche a Hyacinthe Kafando – ex capo della guardia personale di Compaoré, anche lui assente dall’aula – e al generale Gilbert Diendéré, che era uno dei capi delle forze armate nel 1987. Sankara, nei quattro anni in cui rimase al potere – che aveva ottenuto a sua volta con un colpo di stato –, “trasformò il paese con vaste riforme mirate ai poveri e che sfidavano l’occidente, ispirando ammirazione in tutta l’Africa”, scrive Declan Walsh del New York Times, in un articolo che riassume la posta in gioco di questo processo considerato “storico” e che dovrebbe aiutare il paese a chiudere i conti con il passato. Peccato che la storia si ripeta e che le udienze, cominciate a ottobre scorso, siano rimaste bloccate per un po’ dopo l’ennesimo colpo di stato, questa volta condotto da Paul-Henri Sandaogo Damiba contro il presidente Roch Marc Kaboré.

Il 5 aprile si è aperto alla Corte penale internazionale (Cpi), con sede all’Aja, un altro processo importante: quello contro Ali Muhammad Ali Abd al Rahman, detto Ali Kushayb, un comandante delle milizie janjawid ai tempi della guerra nel Darfur. L’imputato, 72 anni, è accusato di 31 crimini di guerra e contro l’umanità, commessi tra il 2003 e il 2004. Quelle milizie, ricorda il quotidiano burkinabé Le Pays, erano formate dai tristemente celebri cavalieri janjawid (noti anche come “diavoli a cavallo”), assoldati e armati dal governo di Khartoum per terrorizzare le popolazioni nere non arabofone della provincia del Darfur, accusate di parteggiare per i ribelli attivi nella zona. Il bilancio di quest’operazione di pulizia etnica su ampia scala potrebbe aver causato, a seconda delle stime, 300mila morti e 2,5 milioni di sfollati. Ai tempi, al potere c’era Omar al Bashir, che attualmente sconta una condanna a due anni di carcere per corruzione, ma è tutt’ora ricercato dalla Cpi per crimini legati a quella guerra. Invece il vecchio leader dei janjawid, il comandante Mohamed Hamdan Dagalo, è attualmente il numero due della giunta militare che governa il Sudan.

Infine, in Ruanda, la corte d’appello della capitale Kigali ha confermato il 4 aprile la condanna a venticinque anni di prigione per “terrorismo” di Paul Rusesabagina, l’ex direttore d’albergo la cui storia ha ispirato il film Hotel Ruanda. La procura aveva chiesto di aumentare la pena comminata in primo grado all’ergastolo, ma il giudice si è limitato a confermare i 25 anni di carcere. Rusesabagina, noto per aver salvato più di mille persone durante il genocidio del 1994 e poi diventato un avversario dell’attuale presidente Paul Kagame, è stato riconosciuto colpevole di aver fondato il Fronte di liberazione nazionale, un gruppo ribelle che ha condotto attacchi nel paese tra il 2018 e il 2019. I suoi sostenitori sostengono che Rusesabagina sia vittima di una persecuzione politica.

Il massacro nascosto in Mali Con il pretesto della lotta al terrorismo, le forze armate maliane e i loro alleati del gruppo di mercenari russo Wagner potrebbero aver commesso gravissime violenze contro i civili a Moura, una cittadina di diecimila abitanti nel centro del Mali. L’esercito ha dato notizia di un’operazione militare di successo, compiuta in più giorni a partire dal 27 marzo, con duecento jihadisti uccisi e altri cinquanta feriti, centinaia di moto sequestrate e distrutte, e grandi quantità di armi e munizioni recuperate. Tuttavia le testimonianze raccolte da organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch sono di tutt’altro segno: parlano di centinaia di civili uccisi perché sospettati di simpatizzare per i jihadisti. In particolare sarebbero stati presi di mira i peul, una comunità nomade dedita alla pastorizia, all’interno della quale i miliziani della zona sono riusciti a reclutare molti combattenti in passato. Il 6 aprile la giustizia militare, su invito delle Nazioni Unite, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sui massacri di Moura.

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In breve:

  • Etiopia Il 1 aprile in Tigrai è arrivato il primo convoglio umanitario da metà dicembre, con a bordo 500 tonnellate di generi alimentari fornite del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Secondo l’Onu, più del 90 per cento dei 5,5 milioni di abitanti della regione ha bisogno di aiuti. Il 6 aprile Amnesty international e Human rights watch hanno pubblicato un rapporto congiunto in cui accusano le autorità e le milizie della regione Amhara di aver commesso da novembre del 2020 operazioni di pulizia etnica nella parte occidentale del Tigrai. 
  • Migranti L’ong Medici senza frontiere ha dato notizia del naufragio, il 2 aprile, di un gommone con a bordo un centinaio di persone nelle acque internazionali di fronte alla Libia. La petroliera Alegria 1, arrivata per prestare soccorso, ha potuto salvare solo quattro naufraghi, che sono stati riportati in Libia. Dall’inizio dell’anno sono stati più di trecento i morti lungo la rotta del Mediterraneo centrale, la più pericolosa al mondo per i migranti.
  • Nigeria Il governo ha sospeso il 5 aprile 72 milioni di utenze telefoniche che non erano registrate regolarmente. La misura è stata presa per limitare le truffe e il terrorismo, e favorire l’accesso ai servizi finanziari attraverso il telefono. In teoria ogni carta sim deve essere associata a un numero d’identificazione unico attribuito a ogni cittadino.
  • Somaliland Un grave incendio ha distrutto la notte tra il 1 e il 2 aprile il mercato Waheen di Hargeisa, la capitale dello stato autoproclamato del Somaliland. Il bilancio è di ventotto feriti e di danni materiali per 2 miliardi di dollari. Metà dell'economia cittadina girava intorno a questo mercato.
  • Letteratura Due scrittrici zimbabweane, Tsitsi Dangaremgba e Siphiwe Gloria Ndlovu, e il nigeriano Emmanuel Iduma si sono aggiudicati il 29 marzo i 165mila dollari del premio letterario Windham-Campbell, uno dei più ricchi al mondo.

Focus

Dar es Salaam, Tanzania, 16 aprile 2020. (Ericky Boniphace, Afp)

Si allenta il bavaglio in Tanzania Dopo cinque anni di chiusura ordinati dall’ex presidente John Magufuli, quattro giornali tanzaniani, Mawio, MwanaHalisi, Mseto e Daima, potranno riprendere le pubblicazioni. Mawio, spiega The Continent, era stato messo al bando nel 2016 dopo aver pubblicato un articolo che collegava gli ex presidenti Benjamin Mkapa e Jakaya Kikwete a un caso di corruzione nel settore minerario. Questi e altri giornali – pubblicati in lingua swahili – sono stati sanzionati tutte le volte che avevano rivelato casi di corruzione e violazioni dei diritti umani. Sotto Magufuli, morto nel 2021, la Tanzania era scivolata al 124esimo posto su 180 nella classifica della libertà di stampa di Reporter senza frontiere, perdendo 53 posizioni dal 2016 al 2021. Nessun altro paese aveva registrato un record così negativo. Oggi le cose stanno timidamente cambiando sotto la presidente Samia Suluhu Hassan. Nonostante lo scorso settembre abbia punito un vignettista per averla ritratta come una bambina, la decisione di ridare l’autorizzazione ai giornali fa ben sperare per il futuro. Suluhu Hassan interverrà a un evento degli editori dell’Africa orientale il 3 maggio, la giornata mondiale della libertà di stampa.

Consigli

  • La tv Arte propone una serie in sei puntate sulla guerra in Algeria, osservata da diversi punti di vista, nei sessant’anni dall’indipendenza dalla Francia.

  • L’artista visivo ghaneano Prince Gyasi (a cui sono dedicate le pagine del Portfolio di Internazionale di questa settimana) ha cominciato la carriera di fotografo comprando un iPhone nel 2012. Oggi crea immagini che sembrano quadri, con colori forti e vibranti che danno vita a una realtà alternativa. La Cnn gli ha dedicato un bel ritratto.

Questa settimana su Internazionale

  • Sul settimanale pubblichiamo un articolo del giornale burkinabé Wakat Sera sui sospetti che nella località di Moura, nel centro del Mali, sia stato commesso un massacro dalle forze armate. Nelle pagine di cultura, un articolo di The Conversation parla della necessità di decolonizzare l’architettura. Il portfolio è dedicato all’artista visivo ghaneano Prince Gyasi. 
  • Sul sito trovate un articolo dall’archivio di Internazionale sul Ruanda e la memoria del genocidio del 1994, e un commento del Financial Times sulle posizioni adottate dai governi africani riguardo alla guerra in Ucraina e alla Russia di Vladimir Putin.

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