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5 maggio 2022

Africana

La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani

Una protesta per difendere il diritto all’aborto, Nairobi, 2019. (Simon Maina, Afp) 

Meglio poter scegliere Il diritto all’aborto è sotto attacco nei paesi sviluppati, come Stati Uniti e Polonia, mentre nel sud del mondo fa dei timidi passi avanti, scrive El País in un articolo che fa il punto sulle leggi e le sentenze che tutelano le interruzioni volontarie di gravidanza nel mondo. Tra i paesi virtuosi citati dal quotidiano spagnolo c’è il Kenya, con una decisione arrivata alla fine di marzo. “L’alta corte di Malindi ha emesso una sentenza che segna un punto di svolta per le donne e gli operatori sanitari, affermando che l’aborto è un diritto fondamentale tutelato dalla costituzione keniana, e che di conseguenza gli arresti e i processi contro le pazienti e i medici sono illegali”. I magistrati hanno anche ordinato al parlamento di approvare una legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e di adottare delle politiche pubbliche in linea con la costituzione.

Secondo il rapporto più recente del Guttmacher institute, un centro studi con sede negli Stati Uniti, il 92 per cento delle donne in età riproduttiva dell’Africa subsahariana vive in paesi dove le leggi sull’aborto sono altamente o moderatamente restrittive, quindi vietano la pratica del tutto o la limitano a quei casi in cui la vita o la salute della donna sono minacciate. Il Protocollo di Maputo dell’Unione africana, adottato nel 2003, indica i criteri che gli stati devono rispettare per garantire questo diritto. Da quando il protocollo è stato approvato, sette paesi hanno riformato le loro leggi per rendere l’aborto più sicuro e per tutelare la salute fisica e mentale delle donne.

Nel continente le gravidanze indesiderate sono ancora molto frequenti. Il loro numero è comunque calato del 15 per cento negli ultimi trent’anni, mentre nello stesso periodo è aumentato del 13 per cento il ricorso all’aborto. Negli anni 2015-2019, si è stimato che in media si verificassero 33 aborti all’anno ogni 1.000 donne di età compresa tra 15 e 49 anni. Nell’Africa subsahariana abortire è comunque più rischioso che in qualsiasi altra parte del mondo: secondo i dati relativi al periodo 2010-2014, il 77 per cento delle interruzioni volontarie di gravidanza nella regione non era effettuato in condizioni di sicurezza (la media globale è 45 per cento). Nel 2019 l’Africa subsahariana aveva il più alto tasso di mortalità legata all’aborto, con circa 185 decessi ogni centomila procedure, per un totale di quindicimila morti prevenibili ogni anno.

Rotti gli accordi militari Denunciando le “violazioni flagranti” della sovranità nazionale, il 2 maggio la giunta militare del Mali ha rotto gli accordi di difesa che regolano la presenza nel paese dei soldati francesi dell’operazione Barkhane e di quelli europei di Takuba (a cui partecipa anche l’Italia). I mezzi d’informazione locali si chiedono quali saranno le conseguenze sul ritiro, già in corso, delle truppe straniere, che sulla carta doveva avvenire in modo graduale. È un nuovo strappo nei rapporti tra Mali e Francia. Il 28 aprile Bamako aveva sospeso le trasmissioni delle emittenti francesi Rfi e France24, che avevano diffuso notizie sugli abusi dell’esercito maliano contro i civili.

Emergenza rapimenti Il 27 aprile il senato della Nigeria ha approvato un disegno di legge che punisce con almeno quindici anni di carcere chi paga un riscatto. Il provvedimento, che ora dovrà passare alla camera dei deputati, prevede anche la pena di morte per i sequestratori, nel caso la vittima del rapimento muoia. I rapimenti a scopo di riscatto sono diventati sempre più comuni in tutto il paese, soprattutto nel nordovest. Negli ultimi giorni sono state pubblicate le foto di una sessantina delle più di 160 persone che il 28 marzo erano state rapite su un treno in viaggio tra Abuja e Kaduna. I gruppi armati coinvolti in queste attività criminali hanno ucciso più di 2.600 civili nel 2021, secondo i dati di Acled

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In breve:

  • Etiopia Più di settanta persone sono state fermate dopo gli attacchi del 2 maggio contro i musulmani che festeggiavano l’Aid al Fitr in uno stadio di Addis Abeba. Nel paese sono salite le tensioni religiose dopo l’uccisione, il 26 aprile a Gondar, di più di venti persone che partecipavano al funerale di un esponente della comunità islamica locale da parte di un gruppo di “cristiani estremisti”.
  • Guinea Il colonnello Mamady Doumbouya, capo della giunta militare, ha annunciato il 30 aprile un periodo di transizione di trentanove mesi prima di restituire il potere ai civili.
  • Marocco Almeno cinquanta persone sono state arrestate la settimana scorsa a Casablanca in un giro di vite contro chi mangiava e beveva in pubblico prima del tramonto durante il Ramadan, un reato che secondo il codice penale è punibile con pene fino a sei mesi di carcere. Il 1 maggio il re Mohammed VI, in occasione della festa dell’Aid al Fitr, ha concesso la grazia a 23 detenuti condannati per terrorismo e ha ridotto la pena ad altri sei.
  • Marocco-Mali Il 4 maggio hanno compiuto un anno i nove gemelli maliani nati l’anno scorso in una clinica di Casablanca. Vivono ancora in un appartamento della clinica, ma sono in salute, ha detto il padre in un’intervista alla Bbc.  

Focus

Una litografia della regina Nzinga. (National Portrait Gallery London/Wikipedia)

Regine africane Nei testi di storia non si parla molto delle donne, ancora meno di quelle africane, anche se sono state leader e comandanti. In tutto il continente, scrive il magazine nigeriano The Republic, l’esperienza del colonialismo ha relegato le donne ai margini e soffocato la loro partecipazione sociale. Il giornale propone una carrellata di figure storiche femminili di primo piano, a partire da Amina, che nel cinquecento fu regina dello stato di Zazzau (nord della Nigeria), su cui governò per più di trent’anni e che riuscì a espandere con guerre di conquista. All’incirca nello stesso periodo, nell’odierna Angola, Nzinga, dei regni Ndongo e Matamba, difese il suo popolo dalla schiavitù della tratta transatlantica. Nell’ottocento Yaa Asantewaa, regina guerriera dell’impero ashanti (oggi Ghana), condusse in battaglia cinquemila soldati contro i colonizzatori britannici. Alcune di queste donne sono state incluse nella collezione di brevi ritratti storici, African roots, realizzati dal sito della radio tedesca Deutsche Welle. Invece per chi ama gli ascolti, si possono riscoprire le leggende e la storia antica del continente con il podcast AfriWetu.

Consigli

  • Da vedere In occasione del Festival cinema africano, Asia e America Latina (Fescaal), sono riuscita a vedere Twist à Bamako, del regista marsigliese Robert Guédiguian. La storia si svolge nei primi anni d’indipendenza del Mali, in un periodo di grande fervore rivoluzionario, ma anche di resistenza al cambiamento da parte di alcune parti della società. La storia tra i due giovani protagonisti, Samba e Lara, fa emergere le contraddizioni di un paese colonizzato, dove la riscoperta e la valorizzazione delle tradizioni locali soffoca la voglia di vivere dei ragazzi, che la sera ballano a ritmo di twist nei locali. Il film è piacevole, sopratutto nelle precise ricostruzioni dell’epoca (comprese le foto di Malick Sidibé), ed è stato piuttosto apprezzato dalla critica, a parte qualche accusa di essere un pochino didascalico

  • Ritorno in libreria Garzanti ripubblica il saggio Gli spettri del Congo, del 2001, scritto dallo storico e giornalista statunitense Adam Hochschild. Il libro racconta la violenta colonizzazione belga del Congo, dove si stima morirono dieci milioni di persone. 

  • In prima persona In occasione della giornata mondiale della libertà di stampa, l’Economist ha pubblicato un breve testo in cui la coraggiosa reporter etiope Lucy Kassa racconta il suo lavoro. Kassa ha documentato alcune delle peggiori atrocità della guerra nel Tigrai e per questo è stata perseguitata dalle autorità del suo paese. Oggi vive in esilio e continua a svolgere inchieste a distanza.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito pubblichiamo un articolo dell’Economist sulle mire espansionistiche della Turchia in Africa e un ritratto dell’artista e attivista lgbt ghaneana Va-Bene Elikem Fiatsi, che difende i diritti delle persone transessuali nel suo paese. Pierre Haski invece riflette sulla crisi del gas scoppiata tra Algeria, Marocco e Spagna.

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