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25 agosto 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

Estate di fuoco Mentre intere zone del pianeta andavano in fiamme, anche il Medio Oriente ha dovuto fare i conti con incendi e temperature record. In realtà l’estate bollente della regione era cominciata già a giugno, quando un’ondata di calore aveva investito diversi paesi tra cui Iraq, Iran, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Bahrein, spingendo le temperature oltre i 50 gradi centigradi. Gli abitanti dei più ricchi paesi del Golfo si sono rintanati nel clima artificiale creato dagli onnipresenti impianti di aria condizionata. Ma in Iraq e in Iran le frequenti interruzioni di corrente hanno lasciato milioni di persone senza neanche un ventilatore per sfuggire al caldo, scatenando le proteste della popolazione esasperata.

In un articolo sul sito Daraj, la giornalista irachena Aya Mansour racconta che in Iraq l’estate “è come la guerra: dura, dolorosa e a volte mortale”. Mansour ricorda quando in passato gli iracheni cercavano sollievo dal caldo dormendo sui tetti, una consuetudine diventata troppo pericolosa nel 2006 a causa degli scontri tra le milizie. La realtà, conclude la giornalista, “è che la vita è difficile in Iraq durante l’estate, quando lo stato intero si fonde a causa del caldo”.

Alla fine di luglio un incendio è divampato per due giorni nel nord del Libano, sconfinando anche nella vicina Siria. Un ragazzo di quindici anni è morto mentre aiutava i vigili del fuoco a spegnere le fiamme. Dopo tre giorni di sforzi congiunti di pompieri palestinesi e aviazione israeliana, il 18 agosto è stato riportato sotto controllo anche un incendio scoppiato nelle colline vicino Gerusalemme, che ha divorato 1.700 ettari di boschi, senza causare vittime.

L'incendio scoppiato vicino Gerusalemme, il 17 agosto 2021 (Ilia Yefimovich, Picture-Alliance/Dpa/Ap/LaPresse)

Cosa aspettarsi Il rapporto presentato il 9 agosto dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), che ha lanciato l’allarme sulla gravità della crisi climatica in tutto il mondo, ha osservato “gravi carenze di precipitazioni” negli ultimi anni in Medio Oriente. L’ondata di calore e l’incapacità di molti governi di affrontare la situazione, anche a causa della mancanza di risorse, sono un esempio di cosa potrebbe succedere in Medio Oriente man mano che aumentano le temperature. Già arida e a corto di acqua, la regione è particolarmente vulnerabile. Il bacino del Tigri e dell’Eufrate è la zona del mondo che sta perdendo acqua più velocemente e il tentativo dei governi di accaparrarsi questa risorsa sempre più preziosa inasprisce i conflitti e le tensioni.

In un rapporto pubblicato il 23 agosto, 13 ong avvertono che l’aumento delle temperature, una diminuzione record delle piogge e la peggiore siccità degli ultimi decenni rischiano di lasciare dodici milioni di siriani e iracheni senza accesso alle risorse idriche. Nello Yemen il conflitto ha aggravato la carenza di acqua e secondo l’Onu il 50 per cento della popolazione non riesce a procurarsene abbastanza. Anche gli altri segnali del cambiamento climatico sono particolarmente visibili nella regione, dall’inquinamento dell’aria alla perdita di biodiversità, dalla desertificazione all’erosione del suolo fino all’aumento del livello dei mari. Tutto questo ha portato la Lega araba e l’Organizzazione per la cooperazione islamica, due degli organismi più importanti della diplomazia regionale, a stanziare risorse per prepararsi agli effetti del riscaldamento globale. Ma il più, come nel resto del mondo, è ancora da fare.

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Attualità

Palestina Circa quaranta palestinesi sono rimasti feriti il 21 agosto durante gli scontri con i soldati israeliani alla frontiera che separa la Striscia di Gaza da Israele. Un uomo di 32 anni in seguito è morto per le ferite riportate. Anche un soldato israeliano è stato ferito. Centinaia di palestinesi stavano partecipando a una manifestazione contro il blocco israeliano e quando alcuni di loro hanno cercato di scalare la barriera, i soldati hanno aperto il fuoco. Due giorni dopo l’aviazione israeliana ha condotto dei raid a Gaza, Khan Younes e Jabalia, in risposta al lancio di alcuni palloni incendiari verso Israele. Non sono state segnalate vittime. Un palestinese di 15 anni è rimasto ucciso nel corso di un’operazione israeliana nel campo profughi di Balata a Nablus, in Cisgiordania.

Egitto La detenzione preventiva di Patrick Zaki, attivista egiziano e studente all’università di Bologna, è stata rinnovata di altri 45 giorni il 23 agosto. Zaki, che è in carcere dal 7 febbraio 2020, ha partecipato all’udienza e ha potuto parlare con il giudice e difendersi, sostenendo che la sua detenzione ha motivi politici, si legge sulla pagina Facebook Patrick Libero. Ai rappresentanti delle ambasciate di alcuni paesi che volevano assistere all’udienza è stato impedito di entrare in aula.

Libano Il prezzo della benzina è aumentato di quasi il 70 per cento, in seguito alla decisione del governo di ridurre parzialmente i sussidi sul carburante il 21 agosto. In due mesi il prezzo del carburante è triplicato e anche quello dei generi alimentari continua a crescere. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto un’autocisterna è esplosa nella regione di Akkar, nel nord del Libano, dove una folla si era radunata per procurarsi il carburante. Sono morte trenta persone e altre ottanta sono rimaste ferite. Il giorno dopo decine di manifestanti hanno attaccato l’abitazione di Najib Mikati, che il 26 luglio ha ricevuto l’incarico di primo ministro, chiedendo le sue dimissioni.

Siria A partire dal 30 luglio si sono intensificati gli scontri tra le forze governative e i ribelli nella provincia di Daraa, nel sud della Siria, dove scoppiò la rivoluzione nel 2011. Nei combattimenti, i più violenti dal 2018 secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, sono morte 32 persone, di cui dodici civili. Da allora è in vigore un fragile cessate il fuoco promosso dalla Russia, ma la situazione resta instabile, aggravando i bisogni umanitari della popolazione. Tra il 19 e il 20 agosto una donna e otto bambini sono stati uccisi nei bombardamenti del regime nella provincia di Idlib, l’ultima roccaforte dell’opposizione nel nordovest della Siria.

Iran Il bilancio ufficiale delle vittime di covid-19 ha superato i centomila morti, mentre il paese mediorientale più colpito dal virus sta facendo i conti con la quinta ondata di contagi. Dalla fine di giugno la variante delta ha provocato un forte aumento dei casi e il mese scorso sono stati registrati dodicimila decessi. Il 16 agosto il governo ha imposto un lockdown di sei giorni e ha promesso di accelerare il programma di vaccinazione. Finora solo il 20 per cento degli 83 milioni di iraniani ha ricevuto almeno una dose di vaccino.

Qatar Un decreto emesso il 22 agosto dall’emiro Sheikh Tamim bin Hamad al Thani ha fissato al 2 ottobre la data delle prime elezioni legislative del paese. L’elezione del Consiglio della shura, un organo consultivo di 45 rappresentanti, è prevista dalla costituzione del 2004, ma è stata più volte rimandata, e finora era l’emiro a decidere le nomine. In base al decreto, trenta esponenti del Consiglio saranno eletti, mentre i restanti quindici saranno nominati dall’emiro. Potranno votare e candidarsi solo i discendenti di qatarioti che erano cittadini nel 1930. I membri della numerosa tribù Al Murra, rimasti esclusi, hanno lanciato una campagna contro le autorità.

Yemen Durante il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 23 agosto, Martin Griffiths, inviato speciale uscente dell’Onu nello Yemen, ha lanciato un nuovo allarme sulla situazione umanitaria nel paese. Circa due terzi dei venti milioni di abitanti dipendono dagli aiuti per soddisfare i loro bisogni quotidiani. Cinque milioni di persone sono a “un passo dalla carestia” e altri dieci milioni “subito dietro di loro”. Dal 2015, quando è scoppiato il conflitto tra i ribelli sciiti huthi e il governo sostenuto dall’Arabia Saudita, l’economia è collassata, scatenando quello che l’Onu definisce “il peggior disastro umanitario al mondo”.

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Una buona notizia

Tre mesi fa, alla fine del conflitto tra Israele e Hamas che per undici giorni ha flagellato la Striscia di Gaza, alcuni palestinesi cittadini d’Israele ed ebrei israeliani senza affiliazioni politiche hanno lanciato una campagna di solidarietà con gli abitanti della Striscia, a cui hanno partecipato centinaia di persone. Il 9 agosto cinque camion partiti dal villaggio di Kufr Qara, in Israele, hanno attraversato il valico di Kerem Shalom e sono entrati nel territorio sotto embargo per distribuire 3.300 scatole di aiuti, contenenti vestiti, giocattoli, prodotti per la scuola e generi alimentari.

Gli organizzatori hanno ricevuto più donazioni del previsto e così hanno spedito alcuni pacchi anche in Cisgiordania. Le destinazioni scelte sono state le colline a sud di Hebron, dove negli ultimi mesi c’è stato un aumento della violenza dei coloni israeliani, e la comunità di Humsa, nella valle del Giordano, demolita dalle autorità israeliane sei volte in meno di un anno.

Geopolitica

Scenari afgani
I giornali arabi hanno seguito con grande attenzione la caduta di Kabul, interrogandosi sulle ripercussioni che il ritorno dei taliban in Afghanistan avrà su tutto il Medio Oriente. Molti concordano sul fatto che ci sarà un rafforzamento dell’islamismo radicale nella regione. Secondo la giornalista Baria Alamuddin, a beneficiare dell’estremismo e dell’instabilità causati dalla vittoria dei taliban saranno il gruppo Stato islamico, Hezbollah, Al Qaeda, gli huthi e tutte le milizie jihadiste attive in Africa.

Su Al Jazeera Joe Macaron, ricercatore dell’Arab center di Washington, aggiunge che il ritiro statunitense dall’Afghanistan “rinvigorirà la battaglia di lungo corso tra gli islamisti e i regimi autoritari in Medio Oriente”. Macaron sottolinea inoltre che gli alleati degli Stati Uniti nella regione hanno osservato con apprensione le mosse dell’amministrazione di Joe Biden in Afghanistan, temendo che in futuro Washington possa abbandonare anche loro. In particolare “a sudare freddo” in questo momento sono le forze curde in Iraq e in Siria, oltre al governo centrale di Baghdad, che fanno affidamento sul sostegno statunitense.

In un approfondimento su Foreign Policy, Shelly Kittleson sostiene che il regime sciita iraniano ha motivi strategici, economici, ideologici e ambientali per accogliere con favore la presa di potere dei taliban a Kabul. Negli ultimi anni il sostegno dell’Iran ai taliban, riferisce Kittleson, è stato documentato da vari rapporti. Anche per Stéphanie Khouri, giornalista di L’Orient-Le Jour, agli occhi di Teheran “la riconquista territoriale dei taliban si presenta come un’opportunità per aumentare l’influenza regionale e segnare dei punti contro Washington”. In un articolo pubblicato su The Conversation e tradotto sul sito di Internazionale, Tony Walker sottolinea il ruolo che avranno oltre all’Iran anche la Cina, la Russia e la Turchia, i paesi che “stanno già cercando di riempire il vuoto lasciato dal fallimento statunitense”. Quello che è certo, nota l’editorialista palestinese Yasser Al Zaatreh sul sito Arabi21, è che la situazione in Afghanistan contribuirà a “nutrire le tensioni regionali e internazionali”. Per questo è importante “discutere del ruolo della regione in questo nuovo scenario”.

Consigli

La commemorazione al porto di Beirut del primo anniversario dell’esplosione, il 4 agosto 2021 (Kameel Rayes, Afp)

Il 4 agosto cadeva il primo anniversario del disastro al porto di Beirut, quando 2.500 tonnellate di nitrato di ammonio esplosero uccidendo più di 217 persone, ferendone settemila e lasciandone 300mila senza casa. Sono usciti molti articoli per ricordare una tragedia che ha evidenziato e accelerato il naufragio del Libano. Ecco una selezione da leggere, ascoltare e vedere.

  • S’intitola L’infamia del 4 agosto, un anno dopo lo speciale di L’Orient-Le Jour sull’esplosione del 2020. Contiene reportage, approfondimenti sull’inchiesta giudiziaria, la ricostruzione e la lista dei nomi di tutte le vittime.
  • Le Monde pubblica un intervento del collettivo Change Lebanon, composto principalmente da esperti della società civile libanese e franco-libanese, che chiede la restaurazione dello stato di diritto in Libano attraverso cinque azioni prioritarie.
  • Sul New York Times c’è un contributo multimediale composto dal testo della scrittrice libanese Lina Mounzer, le immagini del fotografo e filmmaker libanese Mohamad Abdouni e le interviste alle vittime dell’esplosione. Un affresco di tutto quello che in quest’anno è andato perduto.
  • Al Jazeera dedica all’argomento un video del programma Between Us con la corrispondente Zeina Khodr e un podcast di The Take con Timour Azhari, corrispondente della Reuters.
  • Aflamuna è una piattaforma streaming non profit che in arabo significa “i nostri film”. È sostenuta da Beirut DC, un’organizzazione che promuove film arabi indipendenti in tutto il mondo, ed è anche uno spazio per il dibattito e il pensiero critico sulla società e la politica. In occasione dell’anniversario del 4 agosto ha presentato un programma online intitolato Filming Catastrophe, che comprende anche una selezione di cinque documentari sull’esplosione, inseriti nella raccolta Beirut, One year later.
  • In un podcast del Middle East Institute Chris Abi-Nassif, Mona Fawaz e Aya Majzoub discutono con Alistair Taylor delle conseguenze politiche, economiche e sociali del disastro di Beirut. La serie Unforgiven and unforgotten raccoglie anche i punti di vista di vari esperti della regione.
  • Beyond the Headlines, il podcast del quotidiano emiratino The National che approfondisce gli avvenimenti più rilevanti del Medio Oriente, dedica uno speciale di quattro episodi agli eventi del 4 agosto 2020: l’antefatto, la ricostruzione, l’esplosione e le conseguenze.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito Zuhair al Jezairy racconta le paure dell’Iraq davanti al ritorno dei taliban in Afghanistan. Gideon Levy denuncia l’indifferenza dell’esercito israeliano nei confronti delle vittime palestinesi. Un articolo dell’Economist sulla droga che finanzia il regime di Assad e distrugge la Siria. Rami Khouri riflette sul collasso libanese in occasione dell’anniversario del 4 agosto.

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