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29 aprile 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

La sede di Twitter a San Francisco, Stati Uniti, 21 aprile 2022 (David Paul Morris, Bloomberg/Getty Images)

La sfida più difficile per Elon Musk
Il 25 aprile Twitter ha accettato la proposta di acquisto proposta da Elon Musk, fondatore e amministratore delegato della casa automobilistica Tesla e dell’azienda aerospaziale SpaceX. Il sì del social network è arrivato dopo quasi due settimane di intense trattative. Il 4 aprile Musk aveva rivelato di aver comprato il 9 per cento delle azioni di Twitter, diventando il maggiore azionista dell’azienda. Poi il 14 aprile ha alzato il tiro lanciando un’offerta da 54,20 dollari per azione sull’intero capitale sociale, un affare da circa 44 miliardi di dollari. Nei giorni successivi Musk ha trovato il modo di finanziare l’acquisto, facendo leva soprattutto sul suo enorme patrimonio personale (è considerato l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio stimato di circa 260 miliardi di dollari) e siglando accordi finanziari con le banche piuttosto rischiosi (per maggiori dettagli vedi l’articolo del Financial Times tradotto da Internazionale nel numero uscito oggi).

L’intesa amichevole raggiunta lunedì è solo il primo ostacolo superato da Musk, che tra l’altro potrebbe ancora ripensarci: nell’accordo è stata inserita una clausola che prevede il pagamento di una penale da un miliardo di dollari, nel caso che una delle parti si ritiri dall’affare. E Musk sarebbe capace di farlo, sottolinea la Reuters, che ricorda un precedente: “Quattro anni fa Musk doveva comprare la See’s Candies, un produttore di dolci controllato da Warren Buffett, ma poi aveva cambiato idea”. Ci sono comunque altri problemi oltre ai possibili ripensamenti. Uno è la Tesla. Le azioni del produttore di auto elettriche, tra i titoli più quotati alla borsa statunitense, sono alla base degli accordi finanziari siglati da Musk per comprare Twitter. Un eccessivo ribasso del titolo potrebbe minare le basi dell’operazione. Un altro aspetto delicato è la Cina, aggiunge il Wall Street Journal. La Tesla produce metà dei veicoli nel paese asiatico, che garantisce all’azienda un quarto delle entrate. Ma Twitter non è certamente ben visto dal regime di Pechino, per esempio da quando è riuscito ad aggirare il divieto di far circolare contenuti legati alle recenti proteste a Hong Kong. Musk, chiede il quotidiano statunitense, riuscirà a resistere alle pressioni cinesi, visto che Pechino gioca un ruolo importante nelle prospettive future della Tesla?

I rapporti con la Cina in teoria sono incompatibili con uno dei pochi propositi rivelati finora da Musk sulla sua gestione di Twitter: garantire un’effettiva libertà d’espressione sul social network, ripensando le recenti politiche dell’azienda che hanno portato a diverse forme di censura per limitare la circolazione di contenuti falsi e violenti (basti pensare all’esclusione a tempo indeterminato dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump). Inoltre Thierry Breton, il commissario europeo per il mercato interno, ha avvertito Musk che Twitter è obbligato a controllare i contenuti illegali o violenti che circolano sulla sua piattaforma. E gli stessi obblighi, anche se meno stringenti, potrebbero valere anche negli Stati Uniti. Il manager di origine sudafricana è noto per la sua capacità di innovare radicalmente i settori in cui decide di entrare: la sua creatura più famosa, la Tesla, è stata inizialmente snobbata dalle case automobilistiche tradizionali, ma oggi è l’azienda di gran lunga più avanzata nella produzione di veicoli elettrici e anche nell’automazione delle catene produttive. Lo stesso discorso vale per l’azienda aerospaziale SpaceX. Musk avrà lo stesso impatto sul mondo dei social network? È immaginabile che trovi soluzioni in grado di garantire la libertà d’espressione e allo stesso tempo frenare notizie false, contenuti violenti e altri problemi legati a Twitter? Di sicuro è molto più facile sviluppare innovazioni per costruire auto elettriche o mandare razzi nello spazio. Ma, ammesso che Musk riesca a rivoluzionare il settore, restano molti dubbi sul fatto che questa “piazza pubblica mondiale”, come l’ha definita lui stesso, sia totalmente nelle mani di un’unica persona, che tra l’altro è la più ricca del mondo.

Unione europea

L’embargo si avvicina
Il 27 aprile la Russia ha smesso di fornire gas alla Polonia e alla Bulgaria. La mossa del Cremlino, giustificata ufficialmente con il fatto che Varsavia e Sofia rifiutano di pagare in rubli come chiede Mosca, è molto probabilmente una prima reazione alla recente decisione di diversi stati dell’Unione europea di rafforzare il loro sostegno all’Ucraina, in particolare attraverso l’invio di armi. Questo primo stop alle forniture colpisce due paesi che si aspettavano problemi simili e da tempo si preparavano a fare a meno del gas russo. Questo vale soprattutto per la Polonia, uno degli stati europei che aiuta di più l’Ucraina. Il paese soddisfa circa metà del suo fabbisogno di gas naturale grazie alla Russia, ma da tempo sta costruendo le infrastrutture necessarie per importare gas naturale liquefatto dalla Norvegia, dagli Stati Uniti e da altri paesi alleati. Il 1 ottobre 2022, in particolare, dovrebbe entrare in funzione un gasdotto sottomarino proveniente dalla Norvegia. Anche la Bulgaria è andata in questa direzione: il governo di Sofia punta sul gas dell’Azerbaigian. A giugno, inoltre, sarà pronto un gasdotto che collega il paese alla Grecia e trasporterà il combustile importato da Atene in forma liquida.

Lo stop alle forniture polacche e bulgare è anche una chiara minaccia al resto dei paesi europei. Innanzitutto alla Germania, il principale acquirente di energia russa, che da tempo sta cercando di ridurre la sua dipendenza e fa i conti con gli effetti di un embargo. Finora il governo di Berlino ha respinto con decisione l’idea, considerandola catastrofica per l’economia nazionale. “Un embargo europeo del petrolio e del gas russo farebbe precipitare la Germania in una profonda recessione economica, ma il calo sarebbe più contenuto rispetto a quello registrato a causa della pandemia di covid-19. Confermando le previsioni di altri esperti, è arrivata a questa conclusione anche la Bundes­bank, la banca centrale tedesca”, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Questo nuovo studio, prosegue il quotidiano conservatore tedesco, aumenta la pressione su Berlino, che teme disoccupazione e povertà di massa in tutta la Germania. Qualcosa però comincia a cambiare. Il 26 aprile il ministro dell’economia Robert Habeck, in occasione di un incontro con la collega polacca Anna Moskwa a Varsavia, ha dichiarato che nei prossimi giorni la Germania potrebbe essere pronta a rinunciare alle importazioni di petrolio dalla Russia. All’inizio della guerra il greggio russo soddisfaceva il 35 per cento del fabbisogno tedesco, mentre ora la quota è scesa al 12 per cento. Per quanto riguarda il gas, invece, la situazione appare più complicata, anche se la quota di gas russo è passata dal 55 al 35 per cento.

Timor Leste

Lite per il gas
Il gas naturale e il petrolio non provocano contrasti solo in Europa. È il caso di Timor Leste, la più giovane democrazia asiatica, che da tempo contende all’Australia lo sfruttamento di un ricco giacimento nei fondali marini. Si tratta del Greater Sunrise, spiega la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che si trova duecento chilometri a sud di Timor Leste e 450 chilometri a nordovest della costa australiana. Secondo gli esperti, dovrebbe contenere almeno otto miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di greggio, e il loro valore dovrebbe aggirarsi sui 40 miliardi di dollari, ma con lo scoppio della guerra in Ucraina potrebbe aumentare.

I due paesi condividono già i guadagni legati a un altro giacimento sottomarino, quello di Bayu-Undan: in base a un trattato ratificato nel 2019, l’Australia riceve il 10 per cento delle royalties, mentre a Timor Leste va gran parte delle entrate. Finora i soldi ricavati con Bayu-Undan hanno garantito la sopravvivenza del piccolo stato di 1,3 milioni di abitanti: l’economia locale, che negli ultimi due anni ha subito gravi danni a causa della pandemia e dei cicloni, dipende per l’86 per cento dai fondi pubblici. Ora Timor Leste ha bisogno di nuove entrate per continuare a sopravvivere. Ma sul nuovo giacimento Greater Sunrise deve di nuovo vedersela con l’Australia, un paese enormemente più grande e più ricco. Inoltre il suo sfruttamento richiede l’investimento di risorse fuori dalla portata di Timor Leste. Il problema, conclude il quotidiano tedesco, è che se non arriva un’intesa tra i due paesi potrebbe inserirsi nell’affare la Cina. Finora Timor Leste ha usato il possibile interessamento di Pechino come una leva per spingere l’Australia e i suoi alleati a investire, ma senza ottenere grandi risultati. A questo punto la Cina potrebbe farsi avanti, considerando che è già presente nella zona grazie alla gestione del porto di Darwin, nel nord dell’Australia.

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Numeri

80

I piani dell’Europa di produrre idrogeno ed energia elettrica nei paesi africani potrebbero rappresentare una grande opportunità anche per questi ultimi, a patto che i progetti rispettino l’ambiente e lo sviluppo locali. In caso contrario si tradurrebbero in una nuova forma di “colonialismo economico”. A questa conclusione arriva uno studio realizzato per conto della Fondazione Rosa Luxemburg dalla società di ricerche Arepo. In futuro l’idrogeno, l’energia solare e quella eolica saranno sempre più richiesti: si stima che nel 2030 la sola Germania avrà bisogno di almeno 80 terawattora di idrogeno, che saliranno a 400 nel 2045, e circa il 70 o l’80 per cento di quest’energia dovrà essere importata. In questo campo svolgeranno un ruolo chiave proprio i paesi africani. Il dubbio, sottolinea il quotidiano tedesco Die Tageszeitung, è se anche i potenziali paesi esportatori riusciranno ad approfittarne. Gli investitori dovrebbero essere costretti a tutelare gli interessi delle comunità locali, per esempio impegnandosi a usare l’acqua e l’energia strettamente sufficienti per ottenere l’idrogeno e a destinare parte della produzione al soddisfacimento del fabbisogno energetico del paese esportatore.

Svezia

I vantaggi del digitale
Nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società realizzato dall’Unione europea, la Svezia occupa il terzo posto dopo la Danimarca e la Finlandia, scrive la Süddeutsche Zeitung. Uno dei punti di forza del paese, spiega il quotidiano tedesco, è l’infrastruttura tecnologica. “Nella capitale Stoccolma, che sorge su una serie di isole, la lunghezza dei cavi della fibra ottica installati potrebbe fare il giro del pianeta sessanta volte. Quasi il 100 per cento degli edifici aziendali e il 93 per cento delle abitazioni è raggiunto dalla fibra ottica, i cui servizi sono offerti da più fornitori. I prezzi sono contenuti: con dieci o al massimo quindici euro al mese si ha una connessione da un gigabit al secondo”. Per ottenere questi risultati sono stati necessari grandi investimenti: la realizzazione della rete in fibra ottica di Stoccolma, una delle più grandi al mondo, è costata circa 500 milioni di euro in 25 anni.

L’infrastruttura ha dimostrato tutta la sua potenza con l’arrivo della pandemia di covid-19: Staffan Ingvarsson, direttore dell’ente di promozione economica della capitale svedese, spiega che il passaggio dal lavoro in ufficio a quello in remoto è stato quasi indolore. E lo stesso si può dire delle scuole: “I ragazzi”, racconta Ingvarsson, “hanno dovuto solo portare a casa i computer portatili o gli iPad che avevano già in dotazione”. Ben prima della pandemia, infatti, tutte le scuole disponevano di una piattaforma per le lezioni a distanza, con cui sperimentavano forme di apprendimento ibrido.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale

  • In appena due settimane Elon Musk, il fondatore della Tesla, ha convinto Twitter ad accettare la sua offerta, facendo leva sul patrimonio personale e su accordi finanziari rischiosi, scrive il Financial Times.

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