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3 luglio 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

L’università Centrale è la più importante università pubblica del Venezuela, la più antica – quest’anno celebra trecento anni di storia – e la più bella. Il suo campus, la Città universitaria di Caracas, è un posto suggestivo. Ci sono voluti più di vent’anni per costruirlo, dal 1944 al 1967, ma il risultato vale l’attesa: gli edifici ariosi parlano con la natura intorno, le tradizioni convivono con l’avanguardia. Le strutture sono in cemento armato, il grande protagonista di quegli anni, ma ci sono anche mosaici, i platillos volantes (dischi volanti) dell’artista Alexander Calder nell’aula magna, sculture ovunque. L’idea degli architetti era offrire uno spazio stimolante ma anche funzionale alle migliaia di studenti che volevano laurearsi, il cui numero cresceva di anno in anno. 

Spostandosi negli stati di Amazonas, Vargas o Lara, si possono vedere gli ultimi eredi di quel progetto. Anche qui domina il cemento e ci sono alberi e prati. Il problema è che non ci sono gli studenti. L’università Alma Mater di Amazonas è una struttura con sessanta aule ormai lasciata alla foresta, anche se nel 2018 è stata premiata alla Biennale di architettura panamericana di Quito. Quella di Vargas, che doveva diventare l’università del turismo, è frequentata solo dai due custodi che si assicurano che nessuno porti via pezzi dai tetti arrugginiti o altro materiale. È andata un po’ meglio alla Martin Luther King di Lara. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro l’ha inaugurata nell’aprile 2018, nove anni dopo l’inizio dei lavori, ma solo due moduli su quattro sono agibili. Il monumento che ricorda la battaglia di Los Horcones è coperto dalle erbacce, gli autobus senza gomme sono abbandonati nel parcheggio. Sui muri del campus si legge ancora la firma del predecessore di Maduro, Hugo Chávez, con la frase “Qui nessuno sta fermo”.

Negli ultimi anni il Venezuela ha dovuto fare i conti con un’economia paralizzata, una situazione politica molto instabile e un’emigrazione di massa. Ma lo stato dei cantieri nelle università di Vargas o Amazonas si spiega solo in parte con questo. Tra il 2003 e il 2017 il governo di Caracas ha investito moltissimo nel sistema universitario, più di quaranta miliardi di dollari. Il sito venezuelano El Pitazo e la piattaforma Connectas, che promuove il giornalismo di qualità nelle Americhe, con il supporto dell’International center for journalists (Icfj), hanno cercato di capire dove sono finiti quei soldi, ricostruendone i movimenti. 

Bisogna ritornare al 2003, quando il presidente Hugo Chávez creò la Misión Sucre e l’università Bolivariana del Venezuela. La prima iniziativa nasceva per sviluppare un piano di accesso all’istruzione superiore soprattutto per chi non se la poteva permettere. Nel 2007 si aggiunse la Misión Alma Mater, per rafforzare quel programma ed espanderlo: l’obiettivo era riorganizzare le università pubbliche esistenti e costruirne altre 27.

L’università Simón Bolívar a Caracas, Venezuela, il 22 gennaio 2019 (Marcelo Perez del Carpio, Bloomberg/Getty Images)

I lavori furono affidati a un consorzio statale che assunse squadre di architetti per disegnare e costruire gli atenei, e firmò con loro i contratti. “Ci sentivamo un po’ come Carlos Raúl Villanueva (l’uomo che aveva immaginato e costruito la Città universitaria a Caracas), perché erano progetti importanti, sviluppati da gruppi multidisciplinari. Purtroppo i lavori sono stati fermati e i disegni, insieme ai nostri compensi, sono stati accantonati”, spiega Solangel Arenas, una delle architette coinvolte. Nel 2012 la Misión Alma Mater è stata affidata a un’altra agenzia statale e ha continuato a ricevere finanziamenti, ma le cose non sono cambiate.

Nel frattempo, le università pubbliche che non si sono adattate alla linea del governo – dieci su 71, quelle con l’offerta didattica migliore, spiega El Pitazo – hanno perso fondi. A causa dei bilanci in rosso, hanno dovuto chiudere aule e laboratori e ridurre il personale. Hanno pagato molto meno i docenti (nel maggio 2021 lo stipendio più alto di un professore universitario in Venezuela non arrivava a dieci dollari statunitensi), costringendo tanti di loro a dimettersi. E non hanno potuto fare interventi sulle infrastrutture. Nel nucleo principale dell’università di Carabobo, a Valencia, da quattro anni manca l’acqua corrente. La sala di anatomia, l’anfiteatro e tre aule della facoltà di medicina dell’università di Los Andes, a Mérida, sono stati chiusi per i furti e le cattive condizioni. Neanche l’università Centrale del Venezuela è stata risparmiata: nel giugno 2020 il tetto di uno dei corridoi coperti della Città universitaria è crollato per mancanza di manutenzione.

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Dibattiti

Una storia di razzismo Nel conflitto politico e culturale che ormai tocca ogni aspetto della società statunitense, le scuole sono il fronte più caldo. Da qualche settimana lo scontro ruota intorno a una domanda e a un’idea. La domanda è: cosa dovrebbero sapere gli alunni delle elementari, delle medie e delle superiori a proposito del peso avuto dal razzismo sulla storia del loro paese? L’idea si chiama critical race theory, e per i politici e i commentatori conservatori è il nemico da combattere. Si tratta di una dottrina elaborata negli anni settanta da alcuni accademici di sinistra per spiegare perché le discriminazioni contro gli afroamericani non erano sparite con le leggi sui diritti civili approvate nel decennio precedente. Il razzismo, sostenevano quei professori, era penetrato nelle leggi e nelle istituzioni degli Stati Uniti: bisognava trasformare le strutture sociali per creare una società libera per tutti.

Negli ultimi anni, con l’aumento delle tensioni razziali, questa teoria è tornata al centro del dibattito pubblico. Soprattutto dopo che nel 2019 il New York Times ha pubblicato il Progetto 1619, una serie di articoli che cercavano di raccontare la storia del paese mettendo al centro la schiavitù e le sofferenze degli afroamericani. A quel punto è cominciata la reazione dei repubblicani: prima alla Casa Bianca, quando c’era Donald Trump, e poi, negli ultimi mesi, nei parlamenti locali. Molti stati hanno approvato leggi per limitare il dibattito sulla storia del razzismo nelle scuole. 

Ne parla lo storico Timothy Snyder sul New York Times Magazine. “Il provvedimento del Texas, firmato giorni fa dal governatore, vieta esplicitamente agli insegnanti d’inserire nel programma il Progetto 1619. In Tennessee i docenti non potranno dire agli studenti che il sistema legislativo ‘è il frutto delle relazioni di potere e delle lotte tra gruppi razziali’”. La legge proposta in New Hampshire impedirebbe alle scuole di sostenere “concetti divisivi” e di “individuare capri espiatori”.

Un aspetto comune a tutte queste norme è che chiedono agli insegnanti di non urtare i sentimenti degli alunni. In quattro casi su cinque, con un linguaggio praticamente identico, vietano qualsiasi attività scolastica che possa creare disagio negli alunni, senso di colpa, angoscia e altre forme di sofferenza psicologica per questioni legate al sesso o al colore della pelle. È un problema per i ragazzi e le ragazze, continua Snyder, perché la storia non è una terapia, e il disagio fa parte della crescita. Ed è un problema anche per gli insegnanti, che sono invitati ad autocensurarsi. “Paradossalmente, il loro successo starà nel non insegnare qualcosa ai loro studenti”.

Un film brutto Da un paio di settimane il museo Ocat di Shanghai, in Cina, è al centro della bufera per un lavoro che ha esposto, racconta il quotidiano South China Morning Post. L’opera in inglese s’intitola Uglier and uglier (sempre più brutte) e mostra video sgranati di cinquemila studenti universitarie riprese in un campus cinese senza il loro permesso e poi classificate dall’autore, l’artista Song Ta, in base a quanto le trovava attraenti. 

La prima volta che questo film di otto ore fu proiettato, nel 2013 in un importante centro per l’arte a Pechino, in pochi si scandalizzarono. Nel 2019, in un’intervista concessa all’edizione cinese del sito Vice, Song spiegava che aveva dovuto assumere tre assistenti per ordinare le immagini in cartelle che andavano da “la più bella” a “ imperdonabilmente brutta”. A chi l’accusava di trattare le ragazze come oggetti, rispondeva che tutti lo facciamo con le altre persone, a prescindere dal sesso. Si considerava un femminista, anche se non capiva completamente i “problemi delle donne”. 

Quando a giugno del 2021 il film è stato riproposto a Shanghai ha suscitato reazioni forti (i contenuti online con l’hashtag del titolo cinese dell’opera sono stati visti cento milioni di volte). L’Ocat ha deciso di sospendere la mostra. Alcuni pensano che abbia sbagliato, altri invece condividono la sua scelta: la misoginia, spiegano, ha radici profonde nell’arte e prospettive come quella di Song non vanno amplificate. In ogni caso, questa storia “mostra come stia cambiando la percezione del femminismo e del #MeeToo in Cina, e costringe i musei a riflettere sul loro ruolo in un paese in cui la fruizione dell’arte non è più riservata alle classi privilegiate”, scrivono le giornaliste Amy Qin e Amy Chang Chien sul New York Times.

E poi:

  • In Libano quasi un terzo dei bambini e delle bambine va a dormire a stomaco vuoto, uno su dieci lavora. Il 77 per cento delle famiglie non riceve alcuna forma di assistenza sociale, il 15 per cento ha interrotto l’istruzione dei figli. La situazione è ancora peggiore per le famiglie di rifugiati siriani che vivono nel paese (1,5 milioni di persone), denuncia un rapporto dell’Unicef pubblicato il 1 luglio.
  • Nella provincia del Saskatchewan, in Canada, sono state trovate 751 tombe anonime sul terreno di una vecchia indian reservation school attiva tra il 1899 e il 1997. Non si sa ancora se i resti siano tutti di bambini o appartengano anche a degli adulti, scrive il giornale canadese Globe and Mail. Solo qualche settimana fa erano state scoperte altre tombe anonime, in un’altra scuola per nativi. Ne avevo parlato qui.
  • in Inghilterra nove genitori su dieci farebbero vaccinare i loro figli se ne avessero la possibilità, riporta un sondaggio dell’Office for national statistics condotto tra aprile e maggio del 2021. A causa della variante delta del sars-cov-2, 375mila studenti non hanno potuto frequentare le scuole inglesi, il numero più alto da marzo.

In prima persona

Francesco Lotito, insegnante di comunicazione e psicologo responsabile dell’orientamento in una scuola di formazione professionale a Pordenone

Non sai mai chi c’è dietro quel nome, finché non lo vedi apparire. A volte lo studente si presenta con un genitore, altre con un nonno o un educatore, tra timidezza e curiosità.

“Perché la nuova scuola vuole conoscermi? Cosa c’entra la mia famiglia? Non gli basta sapere il voto dell’esame di terza media?”. No, non basta, perché un numero dice poco. Incontrarsi qualche mese prima dell’inizio della scuola vale molto di più. Quei minuti passati insieme sono un breve viaggio tra passato, presente e futuro. Quel “parlami di come è andata alle medie” diventa una porta per accedere a un mondo fatto di successi, sfide, cadute, risorse e sofferenze. C’è chi non vede l’ora di svelarsi e c'è chi ti guarda con diffidenza. 

“Ma questi che vogliono, due mesi prima dell’inizio della scuola?”. “Questi” siamo io e il coordinatore di classe. Il nostro obiettivo è stringere un’alleanza con la studente o lo studente e coinvolgere anche la famiglia, perché il nuovo percorso sia da subito condiviso, rivolto verso una meta che va oltre il pezzo di carta, il conseguimento di un attestato.

A settembre e fino a giugno, per me questo lavoro di squadra si tradurrà in parte in un’ora di lezione a settimana con ciascuna classe. Materia: comunicazione. La insegno in questa scuola da dieci anni. Dal linguaggio formale a quello informale il passo è breve, e a quel punto le strade da sperimentare si moltiplicano. Un po’ alla volta gli studenti cominciano a fidarsi e a cercare un confronto, a voce, o via email. E gli adulti – i genitori, proprio grazie a quell’incontro estivo, e gli altri insegnanti – li seguono. È un processo di sensibilizzazione che investe tutta la scuola, e nel caso ce ne fosse bisogno, include anche figure esterne (educatori, assistenti sociali, consultorio). È una contaminazione, salutare.

Consigli

Istituto Itsos Albe Steiner, Milano, 2ª A, 2019. Dalle serie Ritratti di classe (Francesco Jodice, per gentile concessione di Images Gibellina)

  • Per quattordici anni, dal 2005 al 2019, il fotografo Francesco Jodice (Napoli, 1967) ha ritratto gli studenti di alcune scuole primarie e secondarie italiane, sostituendosi a chi era incaricato di scattare la foto rituale di fine anno. Il risultato è una sorta di atlante di paesaggi umani, che mette in relazione ragazzi e ragazze di ieri e oggi, e costringe chi osserva a confrontarsi con loro. Se ad agosto sarete in Sicilia, o meglio ancora in provincia di Trapani, potrete trovare il lavoro di Jodice, Ritratti di classe, al festival Images Gibellina, che si terrà dal 30 luglio al 29 agosto.
  • “Cosa vuol dire avere vent’anni oggi a Beirut?”, si chiede Médéa Azouri sul quotidiano l’Orient-Le Jour. Il suo è uno sfogo amaro. La giornalista aveva già riflettuto su questo tema in una puntata di Sarde after dinner, il podcast che conduce insieme a Mouin Jaber. Con loro l’attivista Patrick Daoud.
  • Sul numero d’Internazionale di questa settimana potete leggere un articolo dell’Economist sui danni che il covid-19 ha causato alle scuole, ma anche sulle sperimentazioni che ha stimolato. 

La copertina

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