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8 settembre 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

La scommessa del Qatar Dopo aver svolto un ruolo importante nel trasferimento della popolazione durante la presa di Kabul da parte dei taliban ad agosto, il piccolo emirato del Golfo è deciso a mantenere una posizione di primo piano anche nella fase di assestamento del potere e delle influenze in Afghanistan. Grazie ai legami che intrattiene con gli Stati Uniti e con i taliban, il paese si sta affermando come mediatore chiave e facilitatore dei rapporti tra i nuovi dominatori dell’Afghanistan e il resto del mondo. In questo processo è affiancato dalla Turchia. Come scrive la Bbc, entrambi i paesi “stanno capitalizzando la loro recente storia di accesso ai taliban. Entrambi adocchiano opportunità. Ma entrambi stanno anche correndo un rischio, che potrebbe perfino riaccendere vecchie rivalità in Medio Oriente”.

Il ministro degli esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha annunciato il 2 settembre che il paese, insieme alla Turchia, è all’opera per riaprire il prima possibile l’aeroporto di Kabul. Inoltre le agenzie internazionali dell’Onu hanno chiesto al Qatar aiuto e sostegno nella consegna di aiuti umanitari alla popolazione afgana. La rilevanza di Doha nella crisi afgana è stata anche mediatica, con l’emittente Al Jazeera che ha avuto un accesso privilegiato ai leader taliban e la copertura esclusiva di alcuni eventi, come la presa del palazzo presidenziale di Kabul.

Aerei militari statunitensi a Doha, in Qatar, il 7 settembre 2021 (Olivier Douliery, Reuters/Contrasto)

La determinazione del Qatar di affermarsi come mediatore nelle questioni internazionali risale al 1995, quando salì al potere l’emiro Hamad bin Khalifa al Thani. E la costituzione del 2003 ha ufficializzato questa intenzione stabilendo che la politica estera dello stato “è basata sul principio di rafforzare la pace e la sicurezza internazionale”. Da allora il Qatar ha promosso i negoziati tra fazioni rivali in diversi grandi conflitti mediorientali, dal Libano allo Yemen alla Palestina. E a Doha si sono svolti a partire dal 2011 i colloqui tra gli Stati Uniti, il governo afgano e i leader dei taliban. Il Qatar è stato sempre vicino ai movimenti islamici e in seguito alle primavere arabe del 2011 gli altri paesi del Golfo l’hanno accusato di essersi schierato troppo a favore di questi gruppi e nel 2017 hanno rotto i rapporti diplomatici, in seguito ristabiliti.

Il terreno su cui si muove il Qatar è quindi molto scivoloso. Per ora Doha sembra aver vinto la sua scommessa, avendo ricevuto il riconoscimento internazionale a lungo cercato. Il presidente statunitense Joe Biden si è complimentato personalmente con l’emiro. Terminata la presenza diplomatica a Kabul, Washington, che in Qatar conta sulla più grande base militare del Medio Oriente, ha trasferito la sua missione a Doha. Anche vari paesi occidentali hanno spostato le loro ambasciate nella capitale dell’emirato, che The Arab Weekly definisce “la seconda capitale dell’Afghanistan” a causa del “turbinio di attività diplomatiche” in corso. Il rischio di contraccolpi è comunque in agguato. Molto dipenderà dalle prossime mosse dei taliban, ma la sfida di mantenere gli equilibri con gli altri alleati terrà Doha impegnata nei prossimi mesi.

Attualità

Israele Le autorità israeliane hanno lanciato una caccia all’uomo per trovare sei prigionieri palestinesi evasi da un carcere di massima sicurezza nel nord del paese nella notte tra il 5 e il 6 settembre. Secondo le ricostruzioni, i sei detenuti hanno scavato un buco nel pavimento della loro cella nella prigione di Gilboa, hanno strisciato attraverso una cavità sotterranea e sono riemersi fuori delle mura carcerarie. I fuggitivi, che potrebbero aver raggiunto la Cisgiordania, sono il leader del gruppo militante Brigate dei martiri di Al Aqsa, braccio armato del partito Al Fatah, e cinque esponenti dell’organizzazione Jihad islamica. Polizia, esercito e forze dello shin bet, il servizio di sicurezza interna, sono schierati in tutto il paese e sono stati allestiti duecento posti di blocco.

Emirati Arabi Uniti Il 5 settembre il governo ha annunciato un piano per lanciare cinquanta nuove iniziative economiche, con lo scopo di promuovere la competitività del paese e attirare 150 miliardi di dollari in investimenti stranieri diretti nei prossimi nove anni. Tra i progetti c’è anche la creazione di nuovi visti per far arrivare nel paese lavoratori qualificati, imprenditori e studenti. Nell’ultimo anno lo stato del Golfo ha messo in atto diverse misure per aiutare l’economia a superare le conseguenze negative della pandemia.

Diplomazia Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha incontrato il 3 settembre al Cairo il re di Giordania Abdallah II e il presidente palestinese Abu Mazen per discutere di come rianimare il processo di pace in Medio Oriente e rafforzare il cessate il fuoco che ha messo fine alle violenze tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza a maggio. I tre hanno ribadito che i palestinesi hanno diritto a uno stato indipendente con Gerusalemme Est come capitale. I leader di Egitto e Giordania hanno inoltre rinnovato il loro sostegno nei confronti di Abu Mazen, recentemente criticato da una parte della popolazione.

Siria Un nuovo accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore il 1 settembre tra il regime siriano e i ribelli che nelle ultime settimane si erano scontrati nella provincia meridionale di Daraa. In base all’accordo, promosso dalla Russia, il regime di Bashar al Assad allestirà quattro posti di blocco nel quartiere di Daraa al Balad, nel sud della città omonima, teatro delle recenti violenze. I ribelli che ci resteranno dovranno deporre le armi, gli altri saranno trasferiti a Idlib, l’ultima roccaforte controllata dall’opposizione nel nordovest della Siria. In cambio le forze lealiste e i loro alleati interromperanno l’assedio che va avanti da due mesi. Gli scontri hanno costretto 38.600 persone a lasciare le loro case, secondo le Nazioni Unite.

Palestina Quattordici esponenti delle forze di sicurezza palestinesi sono stati incriminati il 6 settembre per la morte di Nizar Banat, un attivista che aveva più volte criticato l’Autorità Nazionale Palestinese guidata dal presidente Abu Mazen. Banat era morto a giugno poco dopo il suo arresto vicino a Hebron, in Cisgiordania. Dall’autopsia è emerso che era stato colpito alla testa, al petto, al collo, alle gambe e alle mani.

Iraq Il 2 settembre il governo ha approvato un progetto di legge per reintrodurre il servizio militare obbligatorio diciott’anni dopo la sua abolizione. Secondo gli esperti la decisione ha lo scopo di incoraggiare i giovani a entrare nell’esercito per mettere fine alla proliferazione delle milizie, che aumentano le divisioni settarie. Il 5 settembre dodici poliziotti sono stati uccisi in un attacco che si sospetta sia stato compiuto dal gruppo Stato islamico in un posto di blocco a sud della città di Kirkuk, nel nord del paese.

Economia La Total, multinazionale francese del petrolio e del gas, ha firmato il 5 settembre un contratto del valore di 27 miliardi di dollari con l’Iraq, diventando il maggior investitore straniero nel paese. Quattro progetti, spalmati su venticinque anni, punteranno sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e delle riserve di gas naturale e sulla costruzione di una centrale fotovoltaica. Il governo iracheno spera che gli investimenti possano risollevare l’economia, duramente colpita dalla pandemia, risolvere la grave crisi energetica degli ultimi mesi e ridurre la dipendenza dal gas iraniano.

Diritti

  • Un rapporto pubblicato da Human rights watch (Hrw) il 7 settembre accusa l’Egitto di decine di “esecuzioni extragiudiziali” di presunti “terroristi” e chiede alla comunità internazionale di sospendere la consegna di armi al Cairo e di sanzionare i responsabili. Secondo l’ong, tra il 2015 e il 2020 nel corso di scontri a fuoco sono morte ufficialmente 755 persone, ma le autorità hanno reso pubblici solo 141 nomi. Hrw ha analizzato nove episodi in cui sono morte 75 persone. In numerosi casi, all’epoca dei fatti le vittime erano detenute. “Con il pretesto di combattere il terrorismo, il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi di fatto ha dato carta bianca alla polizia del ministero dell’interno e all’agenzia della sicurezza nazionale per sopprimere tutta l’opposizione, compreso il dissenso pacifico, con un’impunità quasi assoluta per gravi abusi”, scrive l’ong.
  • Decine di siriani rientrati in patria sono stati arrestati o torturati dalle forze di sicurezza oppure sono scomparsi. Lo denuncia il rapporto You’re going to your death (stai andando verso la tua morte) pubblicato il 7 settembre da Amnesty International. L’ong, che ha documentato le violazioni commesse dalle forze di sicurezza ai danni di 66 siriani, compresi 13 bambini, tornati nel paese dal 2017, conclude che non è sicuro rientrare in Siria. Negli ultimi mesi alcuni paesi, tra cui Danimarca, Svezia e Turchia, hanno aumentato le pressioni per rimpatriare i profughi residenti sul loro territorio, sostenendo che la maggior parte della Siria è ormai sicura, ma Amnesty International ribadisce che “nessuna parte della Siria è sicura per poterci tornare”.

Persone

Atalya Ben-Abba nel documentario Objector. (Dr)

Atalya Ben-Abba e le altre
Da piccola Atalya Ben-Abba sognava di essere una principessa guerriera. Ma quando ha compiuto diciott’anni e, come tutti gli israeliani della sua età, è stata chiamata a svolgere il servizio militare, ha capito che la realtà era molto diversa dai suoi sogni infantili. Si è resa conto che nelle forze di difesa israeliane non avrebbe mai combattuto per la giustizia, ma avrebbe alimentato “un sistema che opprime le persone, nega i loro diritti e mantiene un regime razzista, discriminatorio e belligerante”, come ha spiegato in un’intervista ad Haaretz.

Ben-Abba, che oggi ha 23 anni, è protagonista del documentario Objector, che racconta come è arrivata alla decisione di rifiutare di svolgere il servizio militare, un atto di protesta contro l’occupazione israeliana di parte della Palestina e la violazione dei diritti umani dei palestinesi. Il film ripercorre i 110 giorni che la ragazza ha trascorso in una prigione militare, mentre il suo caso veniva esaminato da una commissione dell’esercito, fino a quando ha ricevuto un’esenzione dal servizio militare ed è diventata un’attivista anti-occupazione.

In Israele il servizio militare è obbligatorio, anche se diversi giovani cercano delle scorciatoie per essere riformati. A diciott’anni le donne sono convocate per due anni, gli uomini per almeno 32 mesi. Nel 2002 la corte suprema israeliana ha stabilito che non si può esentare qualcuno per pacifismo, ma è possibile farlo di fronte a una “precisa obiezione di coscienza” in una sentenza legata al caso di otto ufficiali che si erano rifiutati di prestare servizio nei territori occupati.

Ben-Abba non è sola. Altri giovani, uomini e soprattutto donne, si sono rifiutati di arruolarsi. L’anno scorso Hallel Rabin, 19 anni, ha passato 56 giorni in un carcere militare prima di essere rilasciata a novembre. È stata sottoposta a quattro interrogatori, in seguito ai quali una commissione dell’esercito ha stabilito che il suo pacifismo è “sincero” e non motivato da “considerazioni politiche”, per cui rischiava ottanta giorni in più di detenzione. Shahar Perets, 18 anni, il 28 agosto è stata condannata a dieci giorni di prigione militare per essersi rifiutata di servire nell’esercito perché non condivide le sue politiche verso i palestinesi. È tra i 120 giovani che a gennaio hanno firmato una lettera in cui dichiarano il loro rifiuto ad arruolarsi in segno di protesta per le politiche di occupazione e apartheid dell’esercito. Secondo Atalya Ben-Abba, gli obiettori di coscienza sono soprattutto donne perché militarismo e patriarcato sono strettamente collegati e il movimento degli obiettori è intrinsecamente femminista.

Consigli

Da seguire Babel, il festival di letteratura e traduzione, si svolge a Bellinzona, nel cantone svizzero del Ticino, dal 10 al 12 settembre. Quest’anno l’evento è dedicato all’anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001. Il titolo, Babel/Babele, si riferisce alle lingue dell’impero babilonese che comprendeva gli attuali Iraq, Iran, Libano, Siria, Palestina e Turchia, paesi che oggi vivono forti diaspore, conseguenze più o meno dirette di quello che è successo dopo l’11 settembre. Tra gli ospiti ci sono lo scrittore iraniano Kader Abdolah, gli iracheni Sinan Antoon e Usama al Shahmani, e il libanese Charif Majdalani. Per chi non può seguire il festival dal vivo, gli incontri saranno trasmessi in diretta streaming sui canali YouTube e Facebook di Babel.

Da vedere Un breve video di Middle East Eye sul progetto del Kuwait di costruire una nuova città sul sito di una discarica che conteneva 40 milioni di pneumatici. La discarica esisteva da diciassette anni e si estendeva su due chilometri quadrati, a 35 chilometri di distanza da Kuwait City. Ma negli anni erano scoppiati tre gravi incendi, che avevano spinto le autorità a deciderne la chiusura. Negli ultimi mesi sono stati organizzati circa 44mila viaggi di camion carichi di pneumatici, che sono temporaneamente depositati in una zona industriale della regione di Al Salmi, nell’ovest del paese, per essere riciclati.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito Zuhair al Jezairy scrive che in Iraq i politici denunciano e alimentano la corruzione. Pierre Haski commenta il rapporto di Human rights watch sulle esecuzioni extragiudiziali in Egitto. Majid Majidi, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico iraniano, racconta una scena del film Figli del sole, nelle sale italiane dal 2 settembre, che è stato presentato in concorso alla settantasettesima Mostra del cinema di Venezia.

Sul settimanale In un editoriale El País scrive che l’annuncio del piano per rafforzare l’economia palestinese è un aiuto di facciata da parte di Israele. Un articolo di Al Jazeera sul declino di Baghdad, che ancora non si è ripresa dall’occupazione statunitense di vent’anni fa. Il portfolio è di Johanna-Maria Fritz, che ha fotografato il mondo del circo in vari paesi musulmani.

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