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2 giugno 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

Manovre politiche in Israele Tutto sembra essere pronto per la fine dell’epoca di Benjamin Netanyahu. O almeno per la sua interruzione. Negli ultimi giorni si sono susseguiti gli incontri, i colloqui e le trattative per mettere a punto una coalizione che potrebbe sostituire Netanyahu alla guida del governo dopo dodici anni. Il 30 maggio si è cominciato a parlare di un accordo raggiunto tra Yair Lapid, leader del partito centrista Yesh atid, incaricato all’inizio del mese di formare un governo dopo che Netanyahu non c’era riuscito, e l’ultranazionalista Naftali Bennett, alla guida dell’alleanza di destra Yamina. In base all’accordo i due si alternerebbero nel ruolo di primo ministro. Lapid ha tempo fino alle 23.59 di oggi per presentare il progetto di “governo di unione nazionale” e mettere fine a due anni di crisi politica, dopo che le elezioni di marzo non avevano indicato un vincitore chiaro. Poi avrà sette giorni per distribuire i portafogli e ottenere un voto di fiducia in parlamento. A poche ore dalla scadenza dei termini, il parlamento ha eletto Isaac Herzog come nuovo presidente di Israele.

I giochi comunque sono ancora aperti. Finora Lapid ha ottenuto il sostegno di 57 deputati di partiti di sinistra, di centro e di destra. Gliene mancano quattro per arrivare ai 61 seggi necessari per governare. Per questo conta sul sostegno esterno dei partiti arabi israeliani, che non si sono ancora posizionati chiaramente. Se l’operazione politica non riuscirà l’alternativa probabilmente sarà un ritorno alle urne per la quarta volta in due anni.

“È la fine di Netanyahu?”, si chiede Haaretz. Di certo il premier non ha intenzione di mollare facilmente e ha avvertito che un governo senza di lui sarebbe “un pericolo per la sicurezza nazionale”. I giornali s’interrogano su quali possano essere le manovre dell’ultimo minuto di Netanyahu, disposto a tutto pur di restare al potere ed evitare di essere condannato nel processo in cui è imputato per corruzione. “Gli scenari più paranoici prevedono provocazioni contro l’Iran, il Libano o Gaza. Ma non sembrano probabili”, scrive Amos Harel su Haaretz. “Resta Gerusalemme”, la città da dove è partita la miccia che ha fatto esplodere le violenze delle ultime settimane. Netanyahu potrebbe cercare di riaccenderla fomentando le aggressioni dei gruppi estremisti ebraici contro gli arabi e le tensioni nelle città miste.

Beit Hanoun, Striscia di Gaza, il 31 maggio 2021 (Felipe Dana, Ap/Lapresse)

Gli strascichi dei disordini in Israele e in Palestina e degli undici giorni di conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza continuano a farsi sentire. Il 30 maggio Israele ed Egitto hanno tenuto dei colloqui ad alto livello in entrambi i paesi per consolidare la fragile tregua con Hamas (negoziata dal Cairo) entrata in vigore il 21 maggio e per accordarsi sulla ricostruzione di Gaza. Il 31 maggio il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, è andato a Gaza e ha incontrato il leader politico di Hamas, Yahya Sinwar. Uno dei nodi da risolvere è la volontà di Israele di legare la ricostruzione di Gaza alla restituzione di due civili tenuti in ostaggio da Hamas e dei corpi di due soldati uccisi nella guerra del 2014.

Ci sono novità anche sul versante dei diritti umani. Il 27 maggio il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha aperto un’inchiesta sulle violenze commesse nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e in Israele a partire da aprile. Durante la riunione del consiglio l’alta commissaria dell’Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha affermato che i recenti raid israeliani sulla Striscia di Gaza potrebbero costituire un crimine di guerra “se emergesse che i civili sono stati colpiti in modo indiscriminato”. Ha fatto molto scalpore in Israele la decisione dell’edizione in ebraico del quotidiano Haaretz di pubblicare in prima pagina il 27 maggio le foto dei 67 bambini uccisi dai bombardamenti israeliani a Gaza. Ne parla Gideon Levy qui.

L’ultima settimana è stata segnata anche dalla repressione delle forze di sicurezza israeliane nei confronti dei palestinesi. A farne le spese è stato anche un bambino, arrestato il 30 maggio per aver sventolato una bandiera palestinese a Gerusalemme (un video dell’arresto). Il 24 maggio le autorità israeliane hanno lanciato l’“operazione legge e ordine”, riferisce +972 Magazine, in cui “migliaia di ufficiali di polizia, agenti della polizia di frontiera e riservisti dell’esercito hanno arrestato centinaia di cittadini palestinesi d’Israele accusati di aver partecipato all’ondata di proteste” del mese scorso.

La repressione ha colpito in particolare i giornalisti. Secondo Reporters sans frontières sono tredici i giornalisti palestinesi detenuti in Israele e il Committee to protect journalists ha denunciato che alcuni gruppi di estrema destra ebraici hanno assalito dei reporter locali che stavano seguendo i loro attacchi organizzati nei quartieri arabi. In un articolo Amira Hass racconta il ferimento del fotogiornalista Abdel-Afo Bassam durante l’assalto delle forze di sicurezza israeliane nella moschea Al Aqsa il 7 maggio.


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Attualità

Siria Il presidente Bashar al Assad, al potere dal 2000, è stato riconfermato per un quarto mandato di sette anni, con il 95,1 per cento dei voti nelle elezioni del 26 maggio. I due sfidanti, Abdullah Salloum Abdullah e Mahmoud Ahmed Mari, hanno ottenuto rispettivamente l’1,5 e il 3,3 per cento delle preferenze e l’affluenza è stata del 78,6 per cento. Le elezioni sono state contestate dall’inviato dell’Onu per la Siria, Geir Pedersen. Stati Uniti, Unione europea e Turchia non hanno riconosciuto l’esito del voto, definito “una farsa”. Il 1 giugno l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha fatto sapere che nella guerra scoppiata nel 2011 sono morte quasi mezzo milione di persone. Il nuovo bilancio include centomila decessi confermati di recente.

Iraq Le forze di sicurezza irachene hanno arrestato il 29 maggio due persone sospettate di avere preso di mira gli attivisti a Kerbala. Intanto crescono le tensioni a Baghdad in seguito all’arresto, avvenuto due giorni prima, di Qasem Muslah, comandante delle Forze di mobilitazione popolare, una coalizione paramilitare filoiraniana integrata nell’esercito iracheno. Si tratta del primo arresto di alto livello in relazione all’ondata di omicidi di attivisti per la democrazia e giornalisti cominciata alla fine del 2019, dopo lo scoppio della rivolta popolare. Muslah è accusato di aver dato l’ordine di uccidere l’attivista Ihab al Wazni il 9 maggio e il suo amico Fahem al Tai nel dicembre del 2019.

Cultura Jalal Barjas, scrittore e poeta giordano che lavora nel settore dell’ingegneria aeronautica, ha vinto l’International prize for arabic fiction, il più importante riconoscimento per la letteratura araba, finanziato dagli Emirati Arabi Uniti e alla sua 14ª edizione. Barjas, 51 anni, riceverà il premio di 50mila dollari e il suo libro Quaderni di un libraio, pubblicato dall’Arab institute for research and publishing, sarà tradotto in inglese. Ambientato in Giordania e a Mosca tra il 1947 e il 2019, il libro racconta la storia di Ibrahim, un libraio che soffre di schizofrenia e commette crimini assumendo le identità dei personaggi dei volumi che legge.

Diritti La militante dei diritti umani e giornalista iraniana Narges Mohammadi, liberata a ottobre, è stata di nuovo condannata a 80 frustate e 30 mesi di carcere, ha annunciato il suo avvocato il 27 maggio. Mohammadi, 49 anni, era portavoce del Centro dei difensori dei diritti umani in Iran quando era stata incarcerata nel 2015 per avere, tra le altre cose, “creato e diretto un gruppo illegale”. La nuova condanna riguarda la “propaganda contro il sistema” e la “diffamazione”. Il 30 maggio il cittadino francese Benjamin Brière, detenuto in Iran dal maggio del 2020, è stato incriminato per spionaggio e propaganda contro il sistema. È accusato di aver fotografato con un drone delle aree proibite al confine con il Turkmenistan.

Tecnologia L’Iran il 26 maggio ha vietato l’estrazione di criptovalute come i bitcoin per quattro mesi, dopo che a Teheran e in altre grandi città ci sono state interruzioni di corrente dovute al sovraccarico della rete elettrica. Il presidente Hassan Rohani ha spiegato che i blackout sono dovuti alla siccità che ha fatto abbassare il livello dei laghi artificiali che alimentano le numerose dighe idroelettriche del paese, e all’estrazione delle criptovalute, che nell’85 per cento dei casi è illegale. Secondo la società di analisi Elliptic quest’attività permette all’Iran di aggirare le sanzioni e guadagnare centinaia di milioni di dollari d’investimenti in monete virtuali.

Arabia Saudita Il ministero degli affari islamici ha ribadito il 31 maggio la decisione di abbassare il volume degli altoparlanti delle moschee, per venire incontro alle lamentele della popolazione. In un paese con decine di migliaia di moschee, in molti hanno apprezzato la misura, che imporrà d’impostare gli altoparlanti a un terzo del loro volume massimo e di usarli solo per la chiamata alla preghiera e non per diffondere interi sermoni. Ma sui social network si è scatenata la protesta dei più conservatori, che hanno invocato l’attuazione di una norma contro la musica alta nei ristoranti e nei bar.

Femminismi

Due copertine di dischi di Umm Kulthum: Salou Qalbi (Questionnez mon coeur, 1945-1946) e Masr Tatahadas an Nafsaha (L’Égypte s’adresse à elle-même, 1951)/Hobbena El Kébir (Notre grand amour, 1965). (Dr)

Dive del passato
Mentre in molti paesi del mondo arabo, dall’Egitto al Marocco al Kuwait all’Iran fino allo Yemen, le donne cercano di dare vita a movimenti strutturati per denunciare la loro emarginazione, l’oppressione, le molestie e le violenze che sono costrette a subire, dare uno sguardo al passato può contribuire a riscoprire le radici di un attivismo che spesso le società patriarcali preferiscono far dimenticare.

La mostra Divas, che si tiene all’Institut du monde arabe di Parigi fino al 26 settembre, ripercorre attraverso alcune icone delle società arabe del dopoguerra la storia sociale delle donne arabe e la nascita del femminismo nelle società patriarcali dell’epoca. Cantanti, attrici, musiciste, ballerine che sono simboli di un periodo di effervescenza artistica e intellettuale nella prima metà del novecento, di un rinnovamento politico ma anche di una nuova immagine della donna. Tra loro ci sono la divina Umm Kulthum e altre egiziane come Souad Hosny, Samia Gamal e Leila Mourad, l’algerina Warda al Jazairia, la libanese Fairuz e Dalida, nata al Cairo da genitori italiani (si possono scoprire in una selezione di video e nel libro dell’esposizione).

Alle prime femministe egiziane è dedicato anche il volume Midnight in Cairo di Raphael Cormack, che racconta le star dei locali della capitale egiziana nei “ruggenti anni 20”. Per esempio Badia Masabni, proprietaria di uno dei più famosi cabaret del Cairo e la prima donna araba a volare in aeroplano, o l’attrice Rose al Youssef, che fondò un giornale per dare voce alle idee femministe escluse dalla stampa convenzionale.

Oltre ad aver contribuito a rivoluzionare vari settori artistici, le donne arabe hanno partecipato al panarabismo e alle lotte d’indipendenza e decolonizzazione. Ricordare il loro ruolo può servire per dare forza e slancio ai movimenti di emancipazione femminile che fermentano in tutta la regione.

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Consigli

Da vedere Architecture of a ruined body (Architettura di un corpo in rovina) è un progetto culturale della compagnia libanese Maqamat, che coinvolge artisti di diversi paesi tra Europa e Medio Oriente allo scopo, si legge nella presentazione, “d’interrogarsi sulle possibilità infinite del corpo, sulle sue vulnerabilità, resistenze e rivoluzioni o semplicemente sul suo essere in un momento di crisi”, in cui il mondo vive profonde trasformazioni. È questo il tema centrale del Festival Bipod (Plateforme internationale de danse de Beyrouth), che si svolge tra il 16 maggio e il 27 giugno e prevede spettacoli, incontri e conversazioni dal vivo nella capitale libanese o da seguire online sulla piattaforma interdisciplinare Citerne.live.

Da ascoltare Un podcast del sito israeliano +972 Magazine racconta la battaglia di Amal Sumarin e della sua famiglia per non essere sfrattati dalla casa nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est, in cui vivono da generazioni, per far posto a un insediamento israeliano. Per evitare di infiammare di nuovo le tensioni, il 26 maggio un tribunale israeliano ha posticipato il verdetto sull’appello presentato dai Sumarin e da altre sei famiglie contro una sentenza del 2020 che autorizzava la loro espulsione.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito Amira Hass parla del costo insostenibile della ricostruzione a Gaza. racconta la pressione sul governo iracheno dopo le proteste e l’arresto del leader di una milizia.

Sul settimanale L’analisi di Adam Shatz dalla London Review of Books sul cessate il fuoco tra Israele e Hamas. L’opinione di Gideon Levy sul ritorno alla normalità israeliana che alimenta la guerra.

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