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20 maggio 2022

Sudamericana

La newsletter sull’America Latina a cura di Camilla Desideri

Il candidato di sinistra Gustavo Petro in campagna elettorale a Cúcuta, il 5 maggio 2022. (Nathalia Angarita, Bloomberg/Getty Images)

Un clima teso Nel 2016 il governo colombiano di Juan Manuel Santos (centrodestra) e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), la più grande e antica organizzazione guerrigliera del paese, hanno firmato un accordo di pace che sulla carta ha messo fine a più di cinquant’anni di conflitto civile ed è stato criticato dalla destra. Nel 2018 il candidato Iván Duque (di destra) è stato eletto presidente dopo una delle campagne elettorali più tranquille degli ultimi decenni. Oggi, alla vigilia del voto del 29 maggio che vede in testa nei sondaggi il candidato di sinistra Gustavo Petro, il clima è molto teso.

Dalla mattina del 5 maggio fino alla mezzanotte del 9 maggio il gruppo paramilitare Urabeños, noto come Clan del Golfo, ha imposto un paro armado (sciopero armato) in undici dei 32 dipartimenti del paese, nella zona settentrionale. Quest’azione di forza, che ha paralizzato per giorni una parte della Colombia e ha seminato il terrore tra la popolazione, è stata una rappresaglia all’estradizione verso gli Stati Uniti di Dairo Antonio Úsuga, detto Otoniel, il boss criminale a capo del Clan del Golfo. Durante lo sciopero armato le milizie del Clan, le cosiddette Autodefensas gaitanistas, hanno assunto il controllo dell’ordine pubblico: hanno imposto la sospensione di tutte le attività sociali, educative, economiche e culturali. Le scuole e le attività commerciali son rimaste chiuse, e le compagnie di trasporti hanno interrotto il normale servizio.

Accuse e responsabilità Come racconta la giornalista Marie Delcas in un reportage uscito su Le Monde, la destra colombiana tende ad attribuire la responsabilità delle violenze a Gustavo Petro, che da giovane militò come guerrigliero nel gruppo M-19. L’ex senatore e sindaco di Bogotá, oggi al terzo tentativo di arrivare alla guida del paese (si è candidato anche nel 2010 e nel 2018), ha sempre denunciato i legami tra alcuni gruppi politici e la criminalità organizzata, in particolare quella legata al narcotraffico. In realtà Petro è un bersaglio della violenza che sta vivendo la Colombia: all’inizio di maggio ha dovuto annullare alcuni appuntamenti elettorali nella zona del caffè perché la sua squadra aveva identificato un piano per ucciderlo. Petro è in grado di attirare folle enormi e gira sempre con un giubbotto antiproiettile sotto i vestiti, varie auto blindate e spesso anche un’ambulanza in caso di emergenza. È circondato da vari uomini di scorta. Il governo di Bogotá ha minimizzato la portata delle minacce contro di lui e ha assicurato che sta facendo il possibile per garantire la massima sicurezza a tutti i candidati alla presidenza.

Tuttavia la risposta delle istituzioni allo sciopero armato del Clan del Golfo è stata abbastanza debole. Anche se ci sono state delle vittime, vari tentativi di omicidio, più di cento veicoli dati alle fiamme, almeno duecento persone arrestate, intere comunità confinate in casa e paesi rimasti isolati a causa delle barricate, il presidente Duque non è andato nella zona degli scontri e si è limitato a offrire una ricompensa di cinque milioni di pesos (1,2 milioni di euro) per la cattura dei due presunti successori di Otoniel alla guida del Clan: Jobanis de Jesús Ávila e Wilmer Antonio Giraldo. Il 7 maggio è stata incrementata la presenza della polizia nelle zone più colpite dallo sciopero armato. Il 10 maggio, però, il quotidiano spagnolo El País ha dato una notizia che ha messo a disagio alcuni politici legati alla destra. Due giorni prima nella città di Montería, nel dipartimento di Córdoba, epicentro dello sciopero armato, mentre le autorità chiedevano agli abitanti di restare in casa, esplodevano fuochi d’artificio. Era l’inizio di una festa di matrimonio che sarebbe durata fino all’alba e a cui hanno partecipato varie figure della politica nazionale, tra cui David Barguil, attivo sostenitore del candidato di destra Federico Gutiérrez; il figlio di un noto paramilitare e altri leader conservatori. Viste le premesse e in questo clima preelettorale, qualunque sarà il risultato dello scrutinio c’è il rischio purtroppo che la crisi politica e sociale peggiori.
 
I candidati principali Il 29 maggio quasi 39 milioni di colombiani saranno chiamati a scegliere il presidente che guiderà il paese fino al 2026. Un eventuale secondo turno si terrà il 19 giugno. Secondo i sondaggi, il favorito è il candidato di sinistra Gustavo Petro, senatore ed ex sindaco di Bogotá. Per la destra si presenta Federico Gutiérrez, noto come Fico, ex sindaco di Medellín dal 2016 al 2019. Sergio Fajardo è il candidato di centro.

Attualità

Cuba Il 16 maggio l’amministrazione di Biden ha annunciato che ristabilirà i voli commerciali verso Cuba, che finora arrivavano solo all’Avana, e che sospenderà il limite di mille dollari per le rimesse che i cubani all’estero potevano mandare sull’isola. In questo modo Washington elimina alcune misure dure che erano state introdotte da Donald Trump. Inoltre, in un comunicato il dipartimento di stato americano ha spiegato che riattiverà il programma cubano di ricongiungimento familiare e aumenterà i servizi consolari e il rilascio di visti, per fare in modo che “più cubani si riuniscano con le loro famiglie negli Stati Uniti attraverso i canali regolari di migrazione”. Le misure di distensione riguarderanno anche il settore economico: gli Stati Uniti stabiliranno nuovi rapporti con Cuba e favoriranno lo sviluppo del settore privato facilitando l’accesso a servizi, applicazioni e piattaforme statunitensi per il commercio elettronico.

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Ecuador Il 9 maggio almeno quarantaquattro detenuti sono morti negli scontri tra due bande rivali, Los lobos e R7, nella prigione di Bellavista, nella provincia di Santo Domingo de los Tsáchilas, a nordovest del paese. Secondo il capo della polizia, Fausto Salinas, più di cento detenuti sono evasi approfittando del caos e almeno venti risultano ancora in fuga. Il presidente Guillermo Lasso, in viaggio in Israele, ha detto che l’incidente è la conseguenza della violenza delle bande criminali. Dal febbraio 2021 più di trecento detenuti sono morti negli scontri nelle prigioni dell’Ecuador (ne avevo parlato in questo numero di Sudamericana). L’11 maggio ci sono stati nuovi incidenti sempre nella prigione di Bellavista, dove agenti dell’esercito e della polizia avrebbero evitato un ammutinamento.

Argentina È cominciato il 18 maggio in Argentina il censimento nazionale che coinvolgerà 45 milioni di persone e più di quindici milioni di abitazioni. Dalla metà di marzo era già possibile rispondere a un questionario online, per le persone che preferivano la modalità digitale alle interviste in presenza. Una delle principali novità del censimento di quest’anno sono le domande in cui si chiede agli argentini se sono discendenti di africani o di nativi. Un altro quesito importante è quello sull’identità sessuale. Come ha scritto in un comunicato l’istituto nazionale contro la discriminazione, la xenofobia e il razzismo (Inadi), “è importante sapere chi siamo e come viviamo per garantire i diritti che mancano e costruire politiche pubbliche adeguate”. E ha aggiunto: “Per la prima volta lo stato può sapere quante persone transessuali vivono in Argentina. È importante partecipare proprio perché abbiamo lottato per la nostra identità”. Nell’ultimo censimento, realizzato nel 2010, la domanda sulla discendenza era facoltativa. Risultò che circa 150mila persone si percepivano come afrodiscendenti, dieci volte meno della stima fatta dai referenti della comunità.

Un murale del collettivo Primo a Buenos Aires, novembre 2021. (Natacha Pisarenko, Ap/LaPresse)

Messico Dall’inizio dell’anno undici giornalisti sono stati uccisi nel paese, un numero altissimo in generale e ancora più grave se pensiamo che in Messico non c’è una guerra, almeno dichiarata. Il 5 maggio il corpo di Luis Enrique Ramírez Ramos è stato trovato avvolto in un telo di plastica lungo una strada a Culiacán, nello stato di Sinaloa. Ramírez, che aveva ricevuto delle minacce ed era sotto un programma di protezione, aveva lavorato per alcuni mezzi d’informazione locali come El Debate e Noroeste, e aveva fondato il sito di notizie Fuentes Fidedignas. Solo quattro giorni dopo il suo omicidio, Yesenia Mollinedo, direttrice di un settimanale di Veracruz, e la cameraman Johana García sono state uccise nella città portuale mentre erano ferme davanti a un negozio. Il 15 maggio il Messico ha ricordato il quinto anniversario dell’omicidio del giornalista Javier Valdez Cáredans, uno dei grandi cronisti del narcotraffico, che nelle sue column indagava i legami tra le istituzioni e la criminalità organizzata. Da allora la violenza contro la stampa non ha fatto altro che aumentare.

El Salvador Da quando il governo del presidente Nayib Bukele ha decretato lo stato d’emergenza alla fine di marzo, dopo una giornata con più di sessanta morti, ufficialmente sono state arrestate almeno trentamila persone, tutte affiliate alle gang criminali. Il 24 aprile lo stato d’emergenza è stato prolungato di altri trenta giorni. Ci sono state denunce di detenzioni arbitrarie e sembra che alcuni agenti di polizia stiano subendo pressioni per raggiungere un certo numero di arresti e fornire dichiarazioni false contro i detenuti. Le organizzazioni che si occupano di diritti umani e la stampa locale hanno registrato la morte di alcuni detenuti mentre erano in carcere. In questo reportage fotografico il sito indipendente El Faro ha documentato la lunga attesa delle donne fuori dalle prigioni nella speranza che un ufficiale penitenziario dia qualche notizia sui loro figli, mariti, nipoti. Spesso non sanno neanche se stanno aspettando nel posto giusto. Molte persone arrestate vengono portate al Penalito (piccola prigione), un edificio malmesso nella capitale San Salvador. Lì, racconta il New York Times, decine di donne si riuniscono per ricevere qualche informazione e per portare da mangiare ai familiari, perché il governo ha razionato anche i pasti di chi è in carcere.

Dal Cile

Francisca Sandoval, una giornalista di 29 anni che lavorava per la tv indipendente e comunitaria Señal 3 La Victoria, è morta a causa delle ferite da arma da fuoco riportate il 1 maggio, mentre stava seguendo una manifestazione per la giornata dei lavoratori nel quartiere popolare Meiggs di Santiago del Cile. “Francisca non se n’è andata. È stata uccisa. Con queste parole confermiamo la sua morte. Ci mancherai e faremo il possibile per scoprire la verità”, ha scritto il canale in un tweet il 12 maggio. Due giorni dopo il fatto, attribuito a gruppi violenti e criminali che controllano il commercio ambulante e fanno estorsioni ai danni dei migranti, la polizia ha arrestato Marcelo Naranjo, 41 anni, con l’accusa di tentato omicidio, detenzione illegale di arma da fuoco e di spari in un luogo pubblico. Altri due uomini, un colombiano e un venezuelano, si trovano agli arresti domiciliari. Sandoval è la prima giornalista uccisa in Cile mentre stava facendo il suo lavoro dai tempi della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). L’ultimo caso risaliva al settembre del 1986, quando Jose Carrasco Tapia fu prelevato dalla sua casa e poi ucciso dagli agenti dell’intelligence cilena all’indomani di un fallito attentato contro il generale Pinochet. Il suo corpo fu trovato alcune ore dopo crivellato di proiettili.

Il presidente Gabriel Boric ha scritto su Twitter che “la violenza pregiudica la democrazia e danneggia irreparabilmente le famiglie”, e poi ha promesso che non ci sarà impunità per Francisca Sandoval, “vittima innocente di delinquenti”. Come ha evidenziato il World press freedom index (l’indice mondiale della libertà di stampa) pubblicato all’inizio di maggio da Reporters sans frontières, “anche se in Cile la libertà d’espressione è garantita dalla costituzione, non sempre è rispettata nella pratica. Il giornalismo investigativo sta perdendo terreno e gli attacchi contro i giornalisti sono in aumento”.

Un altare spontaneo in memoria di Francisca Sandoval in plaza Dignidad a Santiago del Cile, 13 maggio 2022. (Claudio Abarca Sandoval, NurPhoto/Getty Images)

Un libro

Un giovane curatore di musei di storia naturale, latinoamericano, di stanza a New York e del quale non sapremo mai il nome è chiamato a collaborare con una celebre stilista, Giovanna Luxembourg. Il progetto però si perde nelle notti insonni del narratore di questa storia. L’insonnia è una delle ossessioni di Carlos Fonseca (classe 1987), autore di Museo animale, che Sellerio pubblica con la traduzione di Gina Maneri. Nato in Costa Rica, cresciuto a Puerto Rico, oggi professore di letteratura a Cambridge, nel Regno Unito, Fonseca narra una storia a metà tra David Lynch e Roberto Bolaño, ma non solo. Sullo sfondo c’è anche il giallo intellettuale in stile Ricardo Piglia (che è stato suo professore a Princeton) e l’attrazione per l’esotico (e i suoi cliché) di Werner Herzog.

Chi è Giovanna? A quarant’anni la donna muore di una misteriosa malattia e lascia al narratore un plico con quattro storie, narrazioni delle sue origini, di una famiglia divisa tra Israele e New York, il padre fotografo e la madre modella, e di un loro antico viaggio in una selva centroamericana. Perché oggi sono tutti scomparsi? E dove sono? Per Fonseca anche gli esseri umani, come gli animali, tendono alla mimesi con il loro ambiente, al travestimento, forse contro l’ossessione dell’esserci, della presenza a tutti i costi che domina un mondo colonizzato dai social network e dai mezzi d’informazione mercificati. Uno strano romanzo a più voci, dove una storia ne fa nascere un’altra, e sul fondo lo struggimento di una fuga senza fine, di un impossibile ritorno a casa. È il consiglio di lettura di Alberto Riva, giornalista e scrittore.

Consigli

  • È uscito per Fazi, nella traduzione di Enrica Budetta, Paese infinito della scrittrice colombiana naturalizzata statunitense Patricia Engel. Il romanzo parla di una famiglia colombiana intrappolata tra l’amore per la propria patria e la ricerca di un futuro migliore. Ma anche, come ha detto Engel stessa, un modo per raccontare che una famiglia rimane tale nel tempo e nonostante la lontananza. Qui potete leggere la recensione che pubblichiamo nel numero di Internazionale in edicola.
     
  • “Ho scritto questo libro ululando di dolore”, ha detto l’ecuadoriana María Fernanda Ampuero (classe 1976) a proposito di Sacrifici umani, da poco uscito in Italia con la casa editrice gran vía nella traduzione di Francesca Lazzarato. Sono dodici racconti che evidenziano il nostro lato più oscuro, dove la violenza è sempre in agguato, in un’oscillazione continua tra un mondo cruento e un altro poetico. Con questo libro Ampuero si conferma una delle voci più interessanti della letteratura latinoamericana di oggi.
     
  • L’account Instagram di Mario Vargas, un illustratore venezuelano. Durante l’infanzia Vargas ha vissuto in un piccolo paese del Venezuela dove i racconti fantastici collegati al mondo naturale facevano parte della cultura popolare. Per questo nei suoi disegni la selva, gli animali e il mistero sono dei motivi ricorrenti.

Su Internazionale

Sul sito
  • Il governo di Gabriel Boric ha l’opportunità di superare il disaccordo storico sulla restituzione delle terre ancestrali dei nativi: un reportage di Le Monde sul conflitto tra lo stato cileno e la popolazione mapuche. E poi un video di Samuel Bregolin sul Messico, che è diventato lo scudo degli Stati Uniti contro i migranti. Infine, l’Economist scrive che i migranti messicani hanno cambiato gli Stati Uniti in meglio.

Sul settimanale
  • Nel numero 1460 la giornalista Camila Osorio, in un articolo del País, racconta la campagna elettorale in Colombia e la paura di un attentato al candidato di sinistra, Gustavo Petro.
     
  • In questo numero un articolo di Insight Crime ricostruisce l’omicidio del procuratore paraguaiano Marcelo Pecci, ucciso in Colombia, e spiega come mai la criminalità organizzata in Paraguay è un problema che riguarda tutta la regione. E poi un reportage del sito No-Ficción racconta che a causa della corruzione e dell’indifferenza dello stato il progetto di un ospedale nel comune di Ixcán non è mai stato completato.

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