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22 aprile 2022

Africana

La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani

I rappresentanti di Regno Unito e Ruanda a Kigali, 14 aprile 2022. (Jean Bizimana, Reuters/Contrasto)

Non è una soluzione Il Regno Unito era preoccupato per l’arrivo di migranti dal canale della Manica o nascosti su veicoli che attraversano le frontiere. Nel 2021 ne sono stati fermati più di 28mila. Il governo conservatore di Londra ha deciso così di rivolgersi ad alcuni paesi africani per vedere se fossero disposti ad accogliere sul loro territorio questi profughi. Il Kenya ha detto no, e così pare anche il Ghana. Ad accettare è stato il Ruanda, che negli ultimi anni ha già stretto accordi simili con altri paesi, tra cui Israele e la Danimarca. “Il 14 aprile la segretaria di stato britannica per gli affari interni Priti Patel e il ministro degli affari esteri ruandese Vincent Biruta hanno firmato un accordo di partenariato sulle migrazioni e lo sviluppo economico che lascia molti interrogativi sulla sorte delle persone che saranno trasferite nel paese africano. In passato questo tipo di accordi non ha impedito ai profughi di provare a tornare nei paesi che li avevano respinti né gli ha garantito condizioni di vita dignitose nelle loro nuove case. Non si sa il numero preciso di migranti che Londra si aspetta di reinsediare, ma le autorità hanno lasciato intendere che ogni migrante di sesso maschile fermato nel tentativo di entrare illegalmente nel Regno Unito sarà mandato in Ruanda”, spiega The East African (l’articolo lo trovate tradotto su Internazionale di questa settimana). In cambio, Londra verserà a Kigali fino a 120 milioni di sterline. Un esperto di migrazioni intervistato da France24 precisa che i profughi a cui eventualmente sarà accordata la protezione umanitaria non potranno insediarsi nel Regno Unito, ma dovranno rimanere nel paese africano.

Il Ruanda è un paese minuscolo e già accoglie 127mila persone che hanno dovuto abbandonare le loro case, la maggior parte delle quali vive nei campi profughi. “Le autorità locali sostengono che i migranti avranno diritto alla piena protezione in base alla legge nazionale, alle stesse opportunità di accesso al mondo del lavoro e ai servizi sanitari e previdenziali che hanno i ruandesi, oltre che ai documenti d’identità”, precisa il giornale, ma il passato recente ha mostrato che molte di queste promesse rimangono solo sulla carta. Nel Regno Unito l’accordo tra Londra e Kigali ha suscitato critiche durissime dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani e dai vertici della chiesa anglicana, e non è detto che vedrà mai la luce. Sul sito della Cnn, la giornalista Sally Hayden, che di recente ha pubblicato un libro in cui include le testimonianze di persone costrette a rifugiarsi in Ruanda, ricorda che quello di Paul Kagame è un regime dittatoriale, dove i diritti dei cittadini sono calpestati e non esiste libertà d’espressione. Il presidente ruandese usa gli accordi sui profughi per mantenere buoni rapporti con i paesi ricchi disposti a chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani commesse in Ruanda.

Alluvioni in Sudafrica La settimana scorsa la parte orientale del paese è stata colpita dalle peggiori inondazioni della sua storia. Il bilancio delle alluvioni e delle frane causate dalle fortissime piogge cadute dal 12 aprile sulla provincia del KwaZulu-Natal ha raggiunto i 448 morti, con più di quaranta dispersi, quattromila edifici distrutti e altri diecimila danneggiati. Il governo ha dichiarato lo stato di “disastro nazionale” e schierato diecimila soldati per fare fronte all’emergenza, che secondo le autorità è direttamente legata ai cambiamenti climatici. A cui si aggiunge il prezzo dell’inerzia politica e del malgoverno. The Conversation fa notare che i più colpiti sono gli abitanti degli insediamenti informali, costretti a vivere in condizioni estremamente precarie. Ormai, a causa della rapida urbanizzazione e della mancanza di progetti di edilizia pubblica, un quarto della popolazione urbana del paese risiede nelle baraccopoli.

Siccità nel Corno d’Africa È ormai evidente che in questa parte del continente è saltata per la quarta volta la stagione delle piogge. Ci si prepara a fare i conti con una siccità eccezionale e con una crisi alimentare che potrebbe toccare venti milioni di persone in Somalia, Kenya ed Etiopia. In particolare sono state colpite le comunità di pastori, che dipendono dal bestiame per la loro sussistenza. Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, sono morti circa tre milioni di animali per la mancanza di acqua e mangime. Si teme che 350mila bambini somali, già malnutriti, possano morire entro l’estate.

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In breve:

  • Libia La Compagnia petrolifera nazionale (Noc) ha annunciato il 18 aprile lo stop delle esportazioni di greggio dal terminal di Zueitina, nell’est del paese. Il giorno prima, a causa di una serie di proteste, si erano fermati alcuni importanti siti di estrazione del petrolio, tra cui quello di El Fil. I gruppi che hanno bloccato gli impianti sono considerati vicini al governo dell’est, guidato da Fathi Bashagha.
  • Tunisia Nella notte tra il 15 e il 16 aprile la nave Xelo, con un carico di 750 tonnellate di gasolio, è affondata a sette chilometri delle coste tunisine, nel golfo di Gabès. Finora la crisi ambientale sembra essere stata scongiurata, ma molti fanno notare che la costa di Gabès subisce da decenni il grave inquinamento dell’industria dei fosfati.
  • Somalia Il 16 aprile si è riunito per la prima volta il parlamento somalo, che avrebbe dovuto essere eletto entro febbraio del 2021, prima che scadesse il mandato del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmaajo. Uno dei compiti più importanti della nuova assemblea è eleggere il capo dello stato. Il 18 aprile il parlamento di Mogadiscio è stato colpito da tiri di mortaio, rivendicati dai jihadisti di Al Shabaab. Il bilancio è di sei feriti.
  • Informazione Con l’aiuto delle Nazioni Unite, è nata in Somalia la prima redazione formata da sole giornaliste. Le reporter di Bilan lavoreranno a Mogadiscio, presso la sede del gruppo editoriale Dalsan, uno dei più importanti del paese. Scriveranno articoli e produrranno contenuti per la radio, la tv e il sito internet, su temi che vanno dalla violenza di genere all’imprenditoria femminile. Le giornaliste somale lamentano di essere troppo spesso vittime di discriminazione e molestie sessuali.

Focus

Una strada di Kihoto, sulle rive del lago Naivasha, invasa dalle acque. Kenya, 3 ottobre 2020. (Tony Karumba, Afp)

Un mistero keniano “In Kenya i laghi sono indispensabili per la popolazione, per l’economia e per l’ambiente. Alcuni sono salati e alimentano una fiorente fauna marina e aviaria, oltre a varie industrie locali. Il lago Magadi fornisce più carbonato di sodio (usato per produrre i detersivi, il vetro ma anche generi alimentari) di qualsiasi altro posto in Africa. Altri bacini – Turkana, Baringo e Naivasha – sono d’acqua dolce, e garantiscono il sostentamento di quasi un milione di persone. Negli ultimi dieci anni, però, a causa delle esondazioni, i laghi sono stati un motivo di allarme, più che di orgoglio”. In un articolo che pubblichiamo questa settimana su Internazionale, tradotto dal Guardian e firmato dal freelance keniano Carey Baraka, si racconta uno strano fenomeno: la progressiva espansione dei grandi laghi keniani, che hanno invaso terreni agricoli, cittadine, scuole, foreste, con conseguenze gravi per centinaia di migliaia di persone. La spiegazione del fenomeno è complessa: c’è chi parla di un fenomeno ciclico, chi evoca i cambiamenti climatici e chi fa notare che i bacini si trovano in gran parte lungo la Great rift valley, la grande depressione causata dall’allontanamento delle placche tettoniche.

Consigli

  • Da leggere: due begli articoli sul processo e l’eredità del leader rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara. “L’impunità ha i suoi limiti, e non si devono uccidere i sogni”: su Africa is a country, Yarri Kamara commenta la sentenza del processo sull’omicidio di Thomas Sankara, ripercorrendo le testimonianze più significative. Le Monde, invece, racconta come Sankara è diventato un’icona per i giovani francesi, conquistati dal suo antimperialismo e dalla sua lotta senza quartiere alla corruzione.

  • Da leggere su carta: il 20 aprile è uscito il secondo numero di Arabpop, la rivista dedicata alla letteratura e alle arti dei paesi arabi pubblicata da Tamu Edizioni. Il tema è il futuro, “da cupe distopie a folli utopismi, da futuri fantascientifici o metaforiche ricostruzioni a pratiche concrete di emancipazione dalle eredità del passato”.

  • Da ascoltare: la giornalista tunisina Layli Foroudi ha firmato l’episodio The tunisian baguette revolt, del podcast Whetstone audio dispatch. Racconta di come questa pagnotta a forma di bastone è arrivata a dominare la dieta dei tunisini, e da simbolo di oppressione è diventata un’icona di resistenza.

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