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24 febbraio 2022

Africana

La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani

Il raccolto di grano a Kalaat el Andalous, in Tunisia, 2018. (Fethi Belaid, Afp)

Il granaio europeo del Nordafrica Nella notte la Russia ha dato il via all’invasione dell’Ucraina, come racconta oggi Pierre Haski sul sito di Internazionale. I venti di guerra avevano già fatto salire i prezzi di gas e petrolio, ma anche di prodotti agricoli come il grano. “In Nordafrica la crisi minaccia l’approvvigionamento alimentare: molti paesi infatti dipendono fortemente dalle importazioni di grano e di altri cereali”, scriveva il sito Middle East Eye qualche settimana fa. “Egitto, Algeria, Tunisia e Libia producono meno della metà dei cereali che le loro popolazioni consumano ogni anno, e li importano da vari produttori. In cima alla lista, ci sono Ucraina e Russia”. E così il quotidiano panarabo Al Araby al Jadid avverte della nuova minaccia per “la sicurezza alimentare dei paesi arabi”. In questi stati si mangia una quantità di pane tre volte superiore alla media mondiale, perché è un elemento essenziale della dieta locale, in particolare tra le classi più povere. In Egitto le fluttuazioni del mercato dei cereali causate dalla crisi ucraina pesano pericolosamente sul bilancio dello stato, che sovvenziona il pane e che per il periodo 2021-2022 ha importato 12,5 milioni di tonnellate di grano. Il Marocco, colpito da una siccità eccezionale, non ha raggiunto i livelli minimi di produzione locale di cereali.

  • La siccità riguarda anche altre parti del continente. In un editoriale The East African scrive che “i numeri sono sconfortanti, ma non inaspettati. Il Corno d’Africa affronta un’altra emergenza alimentare, per le solite ragioni: carenza di piogge, conflitti, instabilità politica. Secondo le stime 50 milioni di persone sono a rischio. La crisi è ancora più grave perché anche i paesi che fornivano prodotti alimentari in quantità, come l’Uganda, stanno registrando livelli d’insicurezza alimentare inaccettabili”.

Transizione lunga in Mali “Fino a cinque anni: è quanto potrebbe durare l’attesa per il ritorno della democrazia in Mali. Lo dice la nuova carta elaborata dal consiglio nazionale di transizione, l’organo che fa da parlamento ai maliani ed è controllato dalla giunta militare guidata da Assimi Goita”, scrive il quotidiano burkinabé Wakat Séra, commentando l’annuncio del 21 febbraio delle autorità di Bamako. Pochi giorni prima, il 17 febbraio, il presidente francese Emmanuel Macron aveva ufficializzato il ritiro delle truppe francesi impegnate nelle operazioni militari Barkhane e Takuba. Aliou Tine, l’esperto inviato delle Nazioni Unite in Mali per riferire della situazione dei diritti umani, ha evidenziato che nel paese è diventato più difficile esprimere opinioni contrastanti rispetto alla linea ufficiale senza correre il rischio di essere arrestati e aggrediti sui social network.

Elezioni lente in Somalia  Almeno 14 persone sono rimaste uccise in un attentato suicida in un ristorante di Beledweyne, nella Somalia centrale, il 19 febbraio, il giorno prima delle elezioni legislative. Secondo il quotidiano keniano The Standard la minaccia del gruppo estremista islamico Al Shabaab incombe sul voto nei vari stati della federazione somala che, in ritardo di più di un anno, sono chiamati a scegliere i loro rappresentanti al parlamento nazionale. L’assemblea dovrà poi eleggere il nuovo presidente, che sostituirà Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmaajo. L’elezione non potrà quindi avvenire nei tempi previsti, cioè il 25 febbraio (domani). Tuttavia l’esperto Mohammed Ibrahim Shire, che scrive su The Conversation, è fiducioso e si aspetta un voto fra tre mesi.

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In breve

  • Etiopia Il 20 febbraio il primo ministro Abiy Ahmed ha ufficialmente avviato la produzione di elettricità della Grand ethiopian renaissance dam (Gerd), la grande diga sul Nilo Azzurro (il video di Al Jazeera). Il progetto, costato 4,2 miliardi di dollari, è al centro di una disputa decennale tra Egitto, Sudan ed Etiopia. Il Cairo l’ha più volte definita una seria minaccia alla fornitura idrica nazionale.
  • Niger Il 18 febbraio, in un villaggio del sud del paese, sette bambini sono morti e altri cinque sono rimasti feriti per errore in un raid aereo dell’aviazione della Nigeria, che aveva sconfinato per dare la caccia ai gruppi armati che imperversano nella regione.
  • Burkina Faso Il 21 febbraio almeno 63 persone sono morte a causa di un’esplosione in una miniera d’oro informale nel sudovest (il video della Reuters). Nel paese oltre alle miniere gestite dalle grandi aziende, ci sono centinaia di siti dove si scava senza controlli.
  • Kenya Il presidente uscente Uhuru Kenyatta ha pubblicamente sostenuto come suo successore Raila Odinga, il leader dell’opposizione, che si candida per la quinta volta come capo dello stato alle elezioni del 9 agosto. Con l’endorsement di Odinga, si conferma la rottura tra Kenyatta e il vicepresidente William Ruto, che intende candidarsi per un altro partito.
  • Uganda Lo scrittore satirico Kakwenza Rukirabashaija è arrivato il 23 febbraio in Germania, dove riceverà cure mediche. È scappato di nascosto dal suo paese dopo che a dicembre era stato arrestato. Lui dichiara di essere stato torturato in prigione per aver criticato il presidente Yoweri Museveni e suo figlio.
  • Madagascar Il quarto ciclone in un mese, Emnati, si è abbattuto sul paese il 23 febbraio. Più di trentamila persone sono state costrette a spostarsi dalle aree dov’era attesa la perturbazione.

Focus

Un pozzo in una miniera artigianale di cobalto a Kasulo, nella Repubblica Democratica del Congo, 26 aprile 2021. (Ashley Gilbertson, The New York Times/Contrasto)

La febbre del cobalto Su Internazionale questa settimana pubblichiamo un lungo reportage sull’estrazione del cobalto nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Negli ultimi anni questo minerale è diventato essenziale perché è impiegato nella fabbricazione delle batterie al litio (il cobalto impedisce all’accumulatore di prendere fuoco), che vengono montate sui telefoni cellulari come sulle auto elettriche. Nel corso del 2021 il prezzo del cobalto è raddoppiato, superando i 70 dollari al chilo. “Nel sottosuolo del sud della Rdc”, scrive Nicolas Niarchos sul New Yorker, “sono sepolte 3,4 milioni di tonnellate di cobalto, quasi la metà delle riserve conosciute”. Attualmente è da lì che viene il 70 per cento del cobalto mondiale. Non stupisce quindi che ci sia stata una corsa ad accaparrarsi questo minerale, e che a vincere siano stati i grandi gruppi industriali cinesi. Il reportage si sofferma sulla vita delle persone che abitano in quelle zone, tra chi si è arricchito scavando sotto il pavimento di casa e chi ha perso la propria abitazione perché il villaggio dove viveva è diventato una grande miniera a cielo aperto. Per i minatori congolesi la vita è dura e pericolosa, sia che lavorino in proprio sia che siano impiegati da una grande compagnia mineraria. Le regole del gioco non le fissano loro e sono sempre a loro svantaggio.  

Consigli

  • Non è mai troppo tardi per sognare. “A 92 anni, Giddes Chamalanda non ha idea di cosa sia TikTok. Non ha neanche uno smartphone. Eppure l’affermato musicista malawiano è diventato famosissimo in rete grazie a una registrazione della canzone Linny Hoo, che ha ricevuto 80 milioni di visualizzazioni, ed è stata remixata e ripresa dal Sudafrica alle Filippine”. L’Afp dedica un breve ritratto a questa improbabile star dei social. Qui il video del brano Linny Hoo (in lingua chewa), cantato insieme all’artista gospel Patience Namadingo.

  • Potrebbe esserci un giornalista sudafricano di 55 anni dietro la teoria del complotto QAnon, che ha impazzato tra i sostenitori di Donald Trump (e non solo) negli Stati Uniti. Il New York Times racconta i risultati di una ricerca sull’identità del misterioso utente Q, che postò i primi messaggi in rete nell’ottobre del 2017, dando il via al movimento (oltre a una copertina, sul sito abbiamo pubblicato vari articoli sul tema). Il suo “primo apostolo”, scrive il quotidiano newyorchese, potrebbe essere Paul Furber, uno sviluppatore di software e giornalista esperto in nuove tecnologie di Johannesburg, affascinato dalla politica statunitense e dalle teorie della cospirazione. Ad affermarlo sono alcuni esperti di stilometria, una branca della linguistica che rileva grazie ai software alcuni indicatori stilistici all’interno di un testo, permettendo di individuarne l’autore. I sostenitori di QAnon saranno delusi di sapere che le loro teorie su pedofili e satanisti a Washington non vengono da fonti ben informate di quello che succede nelle stanze del potere, ma da un informatico che non vive neanche nel loro paese.

  • Sulla piattaforma di streaming Mubi si può vedere il documentario Ancora un giorno, ispirato alla vita e al romanzo del famosissimo inviato di guerra polacco Ryszard Kapuściński. In particolare il film si sofferma sull’inizio della guerra civile in Angola, e raccoglie le testimonianze di chi aveva conosciuto Kapuściński, ricostruendo attraverso l’animazione le scene dell’epoca.

  • Su Internazionale il corrispondente tedesco Michael Braun recensisce il libro degli storici Alessandro Volterra e Maurizio Zinni Il leone, il giudice e il capestro (Donzelli) sulla repressione della resistenza libica compiuta dall’esercito coloniale italiano in Cirenaica tra il 1928 e il 1932. Da una parte c’erano i soldati italiani comandati dal generale Rodolfo Graziani, dall’altra i libici guidati dal “leone del deserto” Omar al Mukhtar, contro cui furono usati mezzi spietati. Il testo è arricchito dalle fotografie dei processi e delle esecuzioni dei ribelli libici, tratte dall’archivio conservato da un magistrato dell’epoca.

Questa settimana su Internazionale

  • Sul settimanale pubblichiamo un lungo reportage dalle miniere di cobalto della Repubblica Democratica del Congo, un articolo sui progressi nella ricerca di un vaccino contro il covid alternativo a quello delle grandi case farmaceutiche e un approfondimento sulla diga Gerd, in Etiopia.
  • Sul sito è uscito un video sulle condizioni di vita delle comunità pigmee nelle foreste della Repubblica del Congo e un articolo di Vittorio Giardina su un collettivo fotografico di Goma che cerca di trasmettere nuove storie di resistenza e coraggio dalla regione dove un anno fa furono uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e due suoi accompagnatori.

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