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3 febbraio 2022

Africana

La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani

Rompicapo in Africa occidentale. “Guinea-Bissau: almeno un colpo di stato che non va in porto”, commenta Le Djely, un sito della Guinea che osserva con attenzione quello che succede nel paese vicino (e quasi omonimo). Il 1 1 febbraio un gruppo di uomini armati ha attaccato il palazzo del governo mentre era in corso un consiglio dei ministri a cui partecipava anche il presidente Umaru Sissoco Embaló. Per cinque ore nella capitale Bissau si è sentito sparare. La sera stessa il capo dello stato ha rassicurato la popolazione che il tentativo di golpe era stato sventato. Undici persone sono morte negli scontri a fuoco. Embaló ha puntato il dito contro frange dell’esercito a lui ostili, ma anche contro figure coinvolte nel narcotraffico, una vecchia piaga per la piccola repubblica affacciata sull’Atlantico. 

Se il colpo di stato fosse riuscito, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale avrebbe avuto un nuovo rompicapo da risolvere. Ben tre dei quindici stati di cui è composta sono ora nelle mani di giunte militari: la Guinea, il Mali e, da ultimo, il Burkina Faso. Oggi si tiene una riunione straordinaria dell’organizzazione per decidere se applicare sanzioni ai nuovi leader di Ouagadougou, che nel frattempo hanno ripristinato la costituzione.

Il Mali invece ha lanciato una nuova sfida alla Francia: il 31 gennaio la giunta guidata da Assimi Goita ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore francese, Joël Meyer, per i commenti “ostili e oltraggiosi” di Parigi. Il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian aveva detto che il governo militare maliano è “illegittimo e prende decisioni irresponsabili”.

Un campo per sfollati vicino alla capitale somala Mogadiscio, 26 ottobre 2020 (Feisal Omar, Reuters/Contrasto).

Da due anni sul Corno d’Africa non piove abbastanza. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, la siccità ha già colpito 57 dei 74 distretti che compongono la Somalia e minaccia 2,5 milioni di persone. E torna lo spettro della carestia causata dalla siccità. Fino a “3,5 milioni di somali vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare, mentre 2,6 milioni non hanno libero accesso alle risorse idriche”, scrive The East African, in un articolo che pubblichiamo questa settimana su Internazionale. Si rischiano anche nuovi spostamenti di massa di popolazioni in cerca di cibo, foraggio e acqua, in un paese dove vivono già tre milioni di sfollati. L’emergenza riguarda anche l’Etiopia, dove al clima ostile si aggiungono i danni causati dalla guerra: secondo un recente rapporto del World food programme, nove milioni di  persone nelle regioni Tigrai, Amhara e Afar rischiano la fame.

Verso nuove spaccature in Libia? La camera dei rappresentanti libica, con sede a Tobruk, nell’est della Libia, ha fissato per il 7 febbraio la scelta di un nuovo primo ministro per sostituire Abdul Hamid Dbaibah, il cui mandato è scaduto il 24 dicembre. Secondo gli accordi che hanno portato alla nascita del governo di unità nazionale, Dbaibah avrebbe dovuto rimanere al potere fino allo svolgimento delle elezioni legislative e presidenziali, ma dopo il rinvio del voto a dicembre, non sono più riprese le discussioni su come portare avanti questo progetto. La decisione dell’assemblea di Tobruk rischia di riaprire la spaccatura tra est e ovest del paese, allontanando ancora di più lo svolgimento del voto e possibilmente aprendo una nuova fase d’instabilità.

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E poi:

  • Ruanda-Uganda Questa settimana sono stati riaperti alcuni valichi di frontiera, permettendo di nuovo la circolazione delle merci. Il confine tra i due paesi era stato chiuso tre anni fa in un momento di gelo nei rapporti diplomatici, dovuto alle accuse reciproche di spionaggio e interferenze politiche. 
  • Senegal L’esercito senegalese ha annunciato il 31 gennaio che quattro soldati sono morti e sette sono stati rapiti dai ribelli del Movimento delle forze democratiche della Casamance (Mfdc). I ribelli si battono dal 1982 per l’indipendenza della loro regione, nel sudovest del Senegal.
  • Sudafrica È stata pubblicata la seconda parte del rapporto sulla state capture (sequestro dello stato) realizzato da una commissione indipendente che indaga sulla corruzione ai vertici dello stato. Dai documenti emerge che i fratelli Gupta, una famiglia d’imprenditori di origine indiana, e i loro soci in affari hanno messo le mani su appalti e contratti pubblici per un valore complessivo di 2,7 miliardi di dollari, in particolare attraverso l’azienda pubblica di trasporto merci Transnet (ferrovie, porti, oleodotti). I Gupta erano molto vicini all’ex presidente Jacob Zuma. 
  • Repubblica Democratica del Congo Il 1 febbraio almeno sessanta persone, tra cui donne e bambini, sono state uccise in un attacco attribuito alla milizia Codeco contro un campo profughi nella regione dell’Ituri. Il 29 gennaio 51 persone sono state condannate a morte per l’omicidio di Zaida Catalán e Michael Sharp, due esperti delle Nazioni Unite caduti in un’imboscata nel 2017 mentre indagavano sugli abusi dei diritti umani nella regione del Kasai.
  • Cacao La multinazionale Nestlé ha annunciato che pagherà le famiglie dei coltivatori di cacao dell’Africa occidentale se manderanno a scuola i figli invece di farli lavorare nei campi. L’azienda, che ha promesso di rifornirsi solo da produttori che non sfruttano il lavoro minorile e non coltivano in aree protette, prevede di spendere per l’iniziativa 1,4 miliardi di dollari entro il 2030.
  • Uganda Dalla collaborazione tra vari ospedali di Kampala, a novembre del 2021 è nata la prima banca del latte materno del paese. Può conservare fino a 250 litri di latte, destinato ai neonati prematuri o che hanno perso la madre.

In diretta

Il centrocampista delle Comore, Fouad Bachirou, consolato dai compagni dopo la sconfitta con il Camerun. Yaoundé, 24 gennaio 2022 (Kenzo Tribouillard, Afp).

Alia Alex Čizmić è un giornalista italiano che dal 7 gennaio si trova in Camerun per seguire la Coppa d’Africa per conto di vari mezzi d’informazione italiani e stranieri. Stasera si gioca la semifinale Camerun-Marocco, mentre il Senegal battendo il Burkina Faso si è già qualificato per la finale del 6 febbraio. 

Cosa ti ha colpito di più dell’atmosfera di questi giorni in Camerun? 
AČ: Il desiderio dei camerunesi di ospitare la competizione. Il paese non organizzava la Coppa d’Africa dal 1972 e attendeva quest’edizione da otto anni (gli era stata assegnata nel 2014). Rispetto a due anni fa in Egitto, le persone sono più libere di esprimere la loro passione per il calcio. Non c’è quell’aria di oppressione che si sentiva per le strade del Cairo.

Com’è gestita la pandemia agli stadi e, in generale, nelle città?
AČ: In modo approssimativo, per non dire inesistente. La maggior parte delle persone non si preoccupa troppo del covid-19 e continua la propria vita come se nulla fosse.

Eri allo stadio Olembé di Yaoundé il 24 gennaio, il giorno in cui otto persone sono rimaste schiacciate dalla folla allingresso?
AČ: Sì, ero dentro lo stadio. Molti giornalisti hanno chiaramente smesso di seguire la partita per rivolgere la loro attenzione alla tragedia. La reazione generale è stata di tristezza e sconforto. Fatico ancora a metabolizzare l’accaduto, perché si poteva evitare. Se fossi arrivato allo stadio più tardi avrei potuto ritrovarmi in mezzo alla calca. La sensazione è che una parte della popolazione nasconda la sua sofferenza perché, come hanno detto alcuni camerunesi a noi giornalisti, è complicato e rischioso accusare il governo e chiedere giustizia.

Qual è stata la partita più emozionante finora?
AČ: La prestazione delle Comore contro il Camerun, la sera della tragedia allo stadio, è stata una delle più eroiche a cui abbia mai assistito. Senza un portiere di ruolo tra i pali e con un calciatore in meno dopo soli sette minuti, i comoriani hanno tradotto in azioni di gioco molti concetti che dovremmo tenere bene a mente per vivere una vita felice: la collaborazione tra compagni e la ricerca di un’alternativa, invece delle semplici lamentele (anche se legittime).

Chi vincerà?
AČ: Dall’entusiasmo della popolazione locale direi il Camerun, ma penso che vincerà il Senegal o l’Egitto.

Curiosità

  •  Almeno 43 paesi africani fanno ancora stampare la loro moneta all’estero, in paesi occidentali come Francia, Regno Unito e Germania. Un buon numero si affida all’azienda britannica De La Rue, uno dei leader mondiali nel settore, che nel 2019 ha aperto una filiale a Nairobi, in Kenya. Ben 21 governi si rivolgono per questi servizi alla Francia, e non solo nell’area di adozione del franco cfa. Stampano da soli la loro moneta Marocco, Algeria, Egitto, Sudan, Ghana, Nigeria, Sudafrica, Kenya e Repubblica Democratica del Congo. Questi e altri dati in un articolo del sito Afrik.

  • In Sudafrica, a Midrand, ha sede il parlamento panafricano, un’istituzione nata nel 2004, ma di cui raramente abbiamo sentito parlare. Perché? Intanto perché i lavori sono fermi da giugno 2021, quando i rappresentanti dei diversi blocchi geografici si sono scontrati violentemente sull’elezione del nuovo presidente, con la fazione formata dai paesi dell’Africa australe che reclamava il posto. Moussa Faki Mahamat, il presidente della commissione dell’Unione africana (Ua), ha sospeso la sessione per organizzare delle elezioni pacifiche e credibili, ma otto mesi dopo è tutto ancora fermo. “Il parlamento panafricano è il parente povero dell’Ua: senza poteri e sotto la tutela dell’organizzazione di Addis Abeba”, scrive Jeune Afrique in un articolo che racconta a cosa potrebbe servire e come potrebbe funzionare l’istituzione.

Questa settimana su Internazionale

  • Sul settimanale pubblichiamo un articolo dal settimanale The East African sulla siccità in Somalia, dove i politici si preoccupano solo delle prossime elezioni. In questo numero c’è anche un reportage del Guardian dal Sudafrica, dove la fiducia nello stato, governato dal 1994 dall’African national congress, è in crisi e gli abitanti devono arrangiarsi anche per i servizi più basilari.
  • Sul sito Annalisa Camilli riflette sui cinque anni passati dalla firma del Memorandum d’intesa tra Italia e Libia, e in particolare su come questo accordo ha portato a gravi violazioni dei diritti umani di rifugiati e migranti. Pierre Haski commenta invece la decisione della giunta del Mali di espellere l’ambasciatore francese.

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