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31 ottobre 2020

In Asia

La newsletter sull’Asia e il Pacifico a cura di Junko Terao, della redazione di Internazionale.

Le notizie della settimana
  • La Cina continua con i test di massa per il covid-19: dopo aver fatto il tampone ai 4,7 milioni di abitanti del distretto di Kashgar, nello Xinjiang, in soli quattro giorni, il 28 ottobre in città è stato imposto il lockdown. L'operazione, scattata dopo che una ragazza era risultata infetta, ha rivelato "22 casi positivi e 161 asintomatici". La strategia dei tamponi a tappeto funziona, ma è costosa. E Pechino continua a non inserire gli asintomatici e i presintomatici nella conta dei casi positivi: sarebbe ora che si adeguasse alle pratiche internazionali. 
  • In Afghanistan un attentato contro una scuola a Kabul il 24 ottobre ha provocato trenta morti e una sessantina di feriti, interrompendo un periodo di relativa calma nella capitale. I taliban, che stanno negoziando con il governo afgano, negano ogni coinvolgimento, ma nel resto del paese intensificano gli attacchi. L'Unama, la missione Onu nel paese, fa sapere che da gennaio quasi seimila civili sono morti a causa del conflitto tra forze di sicurezza afgane e taliban: in calo rispetto all'anno scorso ma comunque una cifra preoccupante. Tre giorni dopo in Pakistan, a Peshawar, una bomba in una scuola coranica ha ucciso otto studenti e ferito 110 persone. 
  • Il 26 ottobre il primo ministro giapponese Yoshihide Suga ha annunciato che il Giappone azzererà le emissioni di anidride carbonica entro il 2050. Due giorni dopo anche il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha fatto una dichiarazione simile. Suga e Moon erano stati preceduti dal presidente cinese Xi Jinping, che all'assemblea dell'Onu di fine settembre ha promesso a sopresa che la Cina eliminerà le emissioni entro il 2060. Nessuno dei quattro, per ora, è entrato nel dettaglio su come raggiungerà l'obiettivo.  
  • In Nuova Zelanda i cittadini hanno votato a favore della legalizzazione dell'eutanasia e contro quella della cannabis. Il risultati ufficiali dei due referendum del 17 ottobre arriveranno il 6 novembre. 
  • Alla mezzanotte del 28 ottobre gli abitanti di Melbourne, in Australia, hanno festeggiato la fine del secondo lockdown, uno dei più rigidi e lunghi del mondo (112 giorni). Gli scienziati sono soddisfatti: la misura – molto discussa, disastrosa per l'occupazione e devastante per molte persone – ha fermato l'epidemia e riportato lo stato di Victoria, il più colpito del paese, ai livelli del resto dell'Australia. 
  • Il 29 ottobre si è chiuso a in Cina il plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese, uno dei principali appuntamenti politici per il paese, in cui Pechino indica la direzione per i successivi cinque anni. Autosufficienza tecnologica e incremento dei consumi interni saranno i due pilastri per lo sviluppo economico nel periodo 2021-2025. Qui i punti principali.  Qui un focus sulle nuovissime tecnologie che la Cina ha già lanciato, guadagnando un vantaggio sui paesi occidentali. Inoltre per il 2027, centenario dell'esercito popolare di liberazione, Pechino punta ad avere delle forze armate al livello di quelle statunitensi. 

Donald Trump e Xi Jinping si stringono la mano dopo una dichiarazione congiunta alla Grande sala del popolo di Pechino, Cina, 9 novembre 2017. (Damir Sagolj, Reuters/Contrasto)

Il candidato di Pechino Mancano pochi giorni al voto americano, ma tra Donald Trump e Joe Biden, la Cina chi preferirebbe vedere alla Casa Bianca? Il primo mandato di Trump si chiude senza dubbio con un bilancio disastroso nei rapporti tra Washington e Pechino: la guerra commerciale, quella tecnologica, le reciproche  rappresaglie sui giornalisti, l'abuso di retorica anticinese durante la campagna elettorale di Trump, le sanzioni contro Pechino per la repressione nello Xinjinag, il dito puntato contro "il virus cinese" e, più recentemente, la vendita di armi a Taiwan. Malgrado tutto, però, non è detto che a Xi Jinping convenga una presidenza Biden. Nell'ottica della corsa delle due grandi potenze per emergere a livello globale, infatti, la disastrosa gestione della pandemia di Trump ha dato un grande vantaggio a Pechino che, dopo i fatali errori inziali, oggi ha perfettamente sotto controllo la situazione.

La linea dell'"America first" in politica estera, poi, ha allontanato via via da Washington tutti i suoi alleati tradizionali. Lo ricorda l'analista Minxin Pei, columnist di Internazionale, che aggiunge: se Trump, come ha già detto, non accetterà il risultato elettorale a favore di Biden, farà il regalo più grande a Xi Jinping. Il caos dopo il voto sarebbe l'argomento più convincente contro il modello democratico americano. Un'amministrazione Biden, anche se da un lato ricompatterebbe il fronte occidentale con cui Pechino si troverebbe a dover fare i conti, potrebbe abbassare i toni del conflitto e cercare maggior cooperazione. Ma non è detto che per questo agli occhi della Cina sia più allettante di Trump.

La pensa così anche un altro osservatore esperto della regione, William Pesek, secondo cui la vittoria di Biden converrebbe all'Asia in generale, e lo dimostra la lunga lista di leader che rimpiangerebbero Trump: Kim Jong-un, il primo leader nordcoreano a incontrare un presidente statunitense, il filippino Rodrigo Duterte, che perderà un compagno nel dare spallate alle istituzioni globali, Vladimir Putin e il saudita Mohamed bin Salman fino al presidente turco Recep Tayyip Erdogan. E anche Xi Jinping, perché il vuoto creato da Trump intorno agli Stati Uniti e i modi in cui ha rovinato il soft power americano hanno accelerato l'ascesa geopolitica di Pechino.

Eppure i liberal cinesi negli Stati Uniti tifano Trump. Ricordate Chen Quangcheng? È un attivista non vedente che per aver denunciato gli aborti forzati in Cina era stato quattro anni in carcere e nel 2012, quando Hillary Clinton era segretaria di stato del governo Obama, si era rifuguato all'ambasciata statunitense a Pechino per poi volare negli Stati Uniti. Oggi Chen è un sostenitore di Trump e lo scorso agosto ha parlato sul palco della convention repubblicana. Non è difficile capire perché la retorica anticinese del presidente americano faccia presa su alcuni dissidenti scappati dalla Cina: sono rassicurati dalla sua fermezza e dal suo pragmatismo, grati per il paese che li ha accolti, e si sentono minacciati da qualsiasi cosa sia bollata di "sinistra" perchè l'accomunano al comunismo cinese da cui sono scappati. E il fronte trumpiano arriva fino in Asia.

L’intervista al volo

Modello asiatico? Ieri i contagi registrati in Italia hanno superato i trentamila, quindi forse quello che stiamo per fare è un discorso fuori tempo massimo, perché se c’era qualcosa da imparare dai paesi che hanno gestito in modo efficace la pandemia ormai potrebbe essere tardi tardi. Ma più che raccogliere una serie di buone pratiche utili per la prossima pandemia, ci interessa capire se ha senso parlare di “modello asiatico”, come spesso si è fatto negli ultimi mesi, non solo in Italia ma in tutto l’occidente. L’ultimo è stato Andrea Berrini, che s’interroga sul “mistero asiatico”, un successo senza una giustificazione convincente da cui emergerebbe in modo preoccupante la Cina come esempio per il futuro.


Effettivamente le risposte efficaci alla pandemia sono arrivate da alcuni paesi dell’Asia orientale, a eccezione del Vietnam e della Nuova Zelanda (che però è ricorsa al lockdown, anche se breve): Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Giappone, oltre alla Cina, che però forse merita un discorso a parte. Ma davvero il loro successo (e il nostro insuccesso) è spiegabile rintracciando degli elementi comuni, culturali, sociali, antropologici? Sarà, come si è sentito dire da più parti, merito del confucianesimo alla base delle società collettiviste e di un senso civico più spiccato e da noi inesistente? O forse per la tendenza, sempre di derivazione confuciana, a sottostare più facilmente all’autorità? “Non credo serva scomodare Confucio”, commenta Ilaria Maria Sala da Hong Kong, dove vive da vent’anni dopo aver abitato in Cina e in Giappone. “Ci sono ragioni molto concrete: il vero elemento che accomuna questi paesi, ormai lo sappiamo, è l’esperienza delle precedenti pandemie. La sars nel 2003 e la mers, scoppiata in Corea nel 2015, hanno lasciato in eredità una preparazione che oggi è risultata decisiva”. 

Hong Kong è una città di cinque milioni di abitanti dove nel periodo peggiore della pandemia hanno avuto un centinaio di casi positivi al giorno. Un altro mondo. Ieri i nuovi casi erano sette e le autorità hanno allentato le restrizioni, consentendo ai ristoranti di arrivare al 75 per cento della capienza. “Le misure vengono modulate a seconda dell’andamento dei contagi. Molti impiegati lavorano ancora da casa, le scuole continuano con l’insegnamento misto, un po’ online e un po’ in presenza, gli studenti possono scegliere. E proprio la questione delle mascherine, obbligatorie sempre e ovunque da febbraio, smentisce l’idea delle società remissive di fronte al potere. Infatti inizialmente la leader dell’esecutivo, Carrie Lam, non voleva imporle, voleva evitare di offendere Pechino”, spiega Sala. “Prendeva addirittura in giro i suoi funzionari che la indossavano alle conferenza stampa. Il suo atteggiamento ha provocato la reazione dei cittadini, che hanno cominciato a indossarle più del solito, in segno di sfida all’autorità. A un certo punto i medici di Hong Kong hanno scioperato per due settimane e il governo ha ceduto: ha chiuso la frontiera con la Cina e introdotto l’obbligo della mascherina. Solo che non ha voluto togliere il divieto di coprirsi il volto, parte dello stato d’emergenza in vigore dal 2019 contro le manifestazioni, così oggi sono valide entrambe”.

"Qui", continua Sala, "non solo le misure di prevenzione non si contestano (e in generale c’è un rapporto meno conflittuale con il rispetto delle regole), ma sono richieste dai cittadini, che non si fidano delle autorità politiche, temono che non facciano abbastanza. Nel 2003 Hong Kong è stato uno degli epicentri dell’epidemia di sars. L’infezione era cominciata in inverno e fino ad aprile la Cina ha fatto finta di niente, per cui i cittadini hanno adottato misure preventive senza aspettare che fossero imposte dall’alto”.

Un altro punto importante è stata la comunicazione, chiara e abbondante: “A Hong Kong, in Corea del Sud e in Giappone le tv trasmettono due conferenze stampa al giorno, una del governo e una dell’autorità sanitaria, e non c’è spazio per la miriade di esperti onnipresenti invitati a dire la loro, in alternativa o in contrapposizione alla linea ufficiale, come ho visto in Europa. E la fiducia nelle autorità scientifiche incaricate di gestire la crisi è un’altra eredità del passato che in occidente manca".

“Sull’uso delle mascherine diffuso già prima della pandemia in Giappone, Taiwan e a Hong Kong, c’è una spiegazione alternativa al collettivismo confuciano: la debolezza dei sindacati. Mi spiego: in questi paesi prendere un giorno di malattia è molto più complicato che altrove, quindi l’uso della mascherina è diventato innanzitutto un’imposizione sociale tra colleghi negli ambienti di lavoro. Se tu hai il raffreddore ma non usi la mascherina e io mi ammalo e devo stare a casa, vengo penalizzato, mi crei un problema. Qui, se qualcuno senza mascherina starnutisce, gliene viene offerta una”. Quanto all’idea che siano società prone all’autorità o democrazie deboli, basta guardare a Taiwan o alla Corea del Sud, dove la gente con il voto o scendendo in piazza fa cadere governi: sono società che hanno dimostrato di partecipare in modo attivo alla vita politica del paese, democrazie molto sentite, dove l’interesse della popolazione per la cosa pubblica è forte. Il senso civico è un elemento chiave della democrazia. Pensare a queste società come a società sottomesse è offensivo, si pensi solo cosa è successo a Hong Kong per tutto il 2019”.

Ascoltare

  • C'è un nuovo podcast dedicato al mondo asiatico: cultura, subculture, attualità, molta musica, cinema e letteratura. Ideato e realizzato con Whatsapp e molti ospiti da Ilaria Benini (curatrice della collana asiatica di Add editore, spesso citata in questa newsletter), si chiama Asia. Una rubrica di messaggi vocali. Sappiamo in anticipo che il 3 novembre è in arrivo un nuovo episodio, "dedicato a una lettura femminista e queer di Sailor Moon". Consigliato ai nippofili. Si può ascoltare qui.

Leggere

Anche i due consigli di lettura sono dedicati a chi è interessato al Giappone:
 

  • Craig Mod è un "camminatore, scrittore e fotografo", così recita la sua bio, e grafomane, aggiungiamo noi, che vive in Giappone da molti anni. Ma soprattutto è un prolifico autore di newsletter. Oltre a quella settimanale e a quella mensile che cura regolarmente, ogni tanto ne inaugura una a tempo per progetti speciali. Tra qualche giorno, per esempio, partirà a piedi da Kamakura, dove vive, per Kyoto percorrendo la Tōkaidō, la vecchia via che collegava Tokyo all'antica capitale. Il viaggio durerà dal 3 al 30 novembre e chi vuole ricevere una foto e un resoconto quotidiani può iscriversi qui
  • A chi ha nostalgia del Giappone, e in particolare di Tokyo, consiglio il blog di Flavio Parisi sul Post e, per piccole chicche da flâneur, il suo account Twitter @pesceriso

Questa settimana su Internazionale

Nel settimanale

  • Meno conosciuta del Tibet e dello Xinjiang, la Mongolia Interna vive una situazione simile alle altre due regioni autonome cinesi. Pechino, infatti, in nome della standardizzazione culturale e dell'eliminazione delle differenze, da settembre ha imposto l'uso del mandarino a scuola, dove prima si usava il mongolo. La minoranza etnica è insorta e migliaia di persone sono state arrestate. Ma a Xi Jinping conviene crearsi un altro fronte caldo interno? Secondo Kerry Brown, docente di studi cinesi del King's college di Londra, non tanto. Sulla controproducente strategia "armonizzatrice" di Pechino, era intervenuto l'anno scorso Ian Johnson con un articolo pubblicato anche su Internazionale. 
  • Ryozo Kotoge doveva morire il 10 agosto 1945 in una missione suicida dell'aviazione giapponese. Era un kamikaze, ma l'operazione saltò e lui è ancora vivo per raccontarlo. Un ritratto.
 

Sul sito

  • Un reportage da Wuhan, che torna lentamente alla normalità e diventa, almeno secondo le intenzioni del governo di Pechino, l'esempio della vittoria cinese contro la pandemia. 
  • Pierre Haski sul "modello cinese" della lotta contro la pandemia: non solo autoritarismo. 

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