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15 aprile 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

DNY59, Getty Images

L’inflazione non si ferma
A marzo l’inflazione negli Stati Uniti ha raggiunto l’8,5 per cento, il dato più alto dal dicembre 1981. L’ulteriore rialzo rispetto a febbraio, quando l’indice era arrivato al 7,9 per cento, è dovuto soprattutto all’aumento a due cifre dei prezzi dell’energia, che a marzo sono saliti del 32 per cento rispetto allo stesso mese del 2021. Nel medesimo periodo i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti dell’8,8 per cento. L’aumento dei prezzi al consumo non riguarda però solo gli Stati Uniti, spiega Le Monde. Si fa sentire anche in Europa e sta colpendo in misura maggiore i paesi dell’Europa centrale e orientale: “A febbraio l’inflazione era all’8,5 per cento in Romania e all’11,1 per cento nella Repubblica Ceca. A marzo era al 10,9 per cento in Polonia”. Già prima della guerra in Ucraina, in questi paesi l’aumento dei prezzi destava preoccupazione, trainato soprattutto dalla carenza di manodopera. Ma ora le pressioni inflazionistiche si sono intensificate. La spesa per il riscaldamento e l’energia costituisce il 25 per cento del bilancio di una famiglia in Romania e il 22 per cento in Ungheria, contro il 7 per cento in Germania. Le misure adottate dai governi, come il tetto ai prezzi dei prodotti alimentari, osserva il quotidiano francese, “avranno solo un effetto a breve termine”.

L’aumento dei prezzi dell’energia, che colpisce soprattutto le fasce sociali più deboli, sta facendo crescere il malcontento in Europa. Una situazione, spiega il Wall Street Journal, che mette alla prova la tenuta delle democrazie occidentali. Il 10 aprile, al primo turno delle presidenziali francesi, la populista di estrema destra Marine Le Pen ha preso il 22,9 per cento dei voti alla fine di una campagna elettorale incentrata sulla riduzione del potere d’acquisto dei cittadini. Il candidato dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon è arrivato al 22 per cento parlando di prezzi, salari e welfare. Ma anche in altri paesi, dalla Spagna alla Germania fino alla Grecia, la combinazione di salari stagnanti e inflazione sta provocando proteste e mettendo sotto pressioni i governi, già provati da due anni di restrizioni impopolari decise per contenere la diffusione del covid-19. “Il crescente malcontento”, conclude il quotidiano statunitense, “solleva l’interrogativo su quanto gli elettori europei siano disposti a sopportare i costi economici dello scontro con la Russia, che sembra destinato a durare a lungo” e che sta dando ai populisti l’opportunità di “tornare a lanciare messaggi contro l’immigrazione e riproporre programmi basati sullo slogan ‘legge e ordine’”.

Russia

Professionisti in fuga
“Centinaia di professionisti, in gran parte giovani, hanno lasciato la Russia da quand’è cominciata l’invasione dell’Ucraina, accelerando la fuga di talenti dal paese e danneggiando ulteriormente un’economia già presa di mira dalle sanzioni occidentali”, scrive il Wall Street Journal. Si tratta di esperti d’informatica, scienziati, banchieri e medici. Secondo un sondaggio condotto a marzo da Ok Russians, un’ong che aiuta i cittadini russi a fuggire all’estero, dalla metà di febbraio sono partiti trecentomila lavoratori. La Russia di solito incoraggia la fuga dei dissidenti, ma cerca di trattenere i professionisti. A marzo il governo ha emesso un decreto che assicura l’esonero militare ai dipendenti del settore tecnologico.

Secondo i dati della Russian association for electronic communications, l’industria tecnologica russa, uno dei settori più in crescita dell’economia nazionale, ha già perso tra i cinquantamila e i settantamila lavoratori, che questo mese potrebbero superare quota centomila. In Russia l’alta tecnologia dà lavoro a circa 1,3 milioni di persone e contribuisce all’1,7 per cento del pil. “Ma questo esodo”, osserva il New York Times, “cambierà profondamente il settore, stando a quanto dichiarano gli addetti ai lavori, alcuni fuggiti in questi giorni. Un’industria considerata la forza nascente dell’economia russa sta perdendo ampie fette dei suoi lavoratori, soprattutto giovani talenti che costruivano le aziende del futuro”.

Turchia

Un paradiso per i soldi russi
La Turchia è sempre più un paradiso per il denaro dei russi: dagli oligarchi, che parcheggiano i loro yacht sulle coste del paese, ai giovani dissidenti e ai lavoratori del settore tecnologico, che arrivano da Mosca con valigie piene di contanti. “I russi”, spiega il Wall Street Journal, “usano diversi mezzi per aggirare sia le sanzioni occidentali sia il controllo ai flussi di capitale imposto dal Cremlino. Tra i più diffusi ci sono le aziende russe per il trasferimento di denaro che operano in Turchia, le criptovalute e i dollari in contanti, che superano i controlli in aeroporto”. Secondo persone informate dei fatti, riferisce il quotidiano, in una singola filiale di una banca pubblica a Istanbul nelle ultime settimane i russi hanno aperto più di seicento conti.

Il governo turco non si oppone al denaro russo, anche quello che appartiene agli oligarchi, e spesso chiude un occhio sui controlli. Il paese, alla prese con un’inflazione record e la pesante svalutazione della lira, ha bisogno di valute straniere. Tra gli oligarchi che hanno spostato le loro ricchezze in Turchia c’è Roman Abramovich, avvistato con il suo yacht nei porti turchi. A Istanbul è ormeggiato anche Universe, una barca lunga 74 metri che appartiene all’ex presidente russo Dmitrj Medvedev. I comuni cittadini russi, invece, devono escogitare metodi ingegnosi per sfuggire alle sanzioni occidentali. Non potendo più usare Visa e Mastercard, molti scelgono il circuito di pagamenti Russian Mir, che è attivo in alcune località turche, compresa Istanbul. Poi c’è il servizio per il trasferimento del denaro KoronaPay, che permette di farsi mandare soldi (fino a quindicimila euro) fuori dalla Russia verso alcuni paesi, tra cui la Turchia.

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Numeri

110.000

La catena di magazzini Walmart ha deciso di aumentare lo stipendio d’ingresso per gli autisti dei suoi mezzi di trasporto, a cui promette tra i 95mila e i 110mila dollari all’anno (in precedenza la media era di 87mila dollari). Inoltre ha proposto dei corsi d’aggiornamento di dodici settimane ai dipendenti che vogliono passare alla guida dei veicoli aziendali. È un tentativo di rimediare alle difficoltà del settore statunitense dei trasporti e più in generale della logistica, che non ha un numero sufficiente di autisti per assicurare al meglio i servizi richiesti, anche se da due anni i salari sono in crescita. A marzo l’industria dei trasporti di merci ha perso 4.900 dipendenti, dato in contrasto con la crescita occupazionale registrata nel settore dei servizi.

La carenza di manodopera che sta colpendo l’economia statunitense è legata a una molteplicità di fattori. I trasporti, insieme a comparti come l’edilizia e la logistica, risentono della minore disponibilità di lavoratori immigrati, per esempio. Fino al 2017, scrive il Wall Street Journal, negli Stati Uniti entrava ogni anno un milione di lavoratori. Il flusso ha cominciato a frenare sotto l’amministrazione di Donald Trump e poi con l’esplosione della pandemia. Oggi il paese ha 2,4 milioni di immigrati in meno tra le persone in età da lavoro rispetto a quelli che ci sarebbero state senza il rallentamento. Un altro aspetto interessante, aggiunge il quotidiano, è che sempre più colletti blu fanno il salto verso mansioni intellettuali e pagate meglio. “Negli ultimi due anni è successo a più di un decimo degli statunitensi che svolgono lavori poco retribuiti nei magazzini, nelle fabbriche o nel settore dell’ospitalità. Lo sostiene uno studio condotto dalla società di consulenza Oliver Wyman su un campione di su ottantamila persone tra l’agosto del 2020 e marzo del 2022. Molti di questi lavoratori si sono spostati nel settore tecnologico o comunque hanno trovato impieghi non manuali nella logistica, nella finanza e nella sanità”. Dopo l’esplosione della pandemia è aumentata la richiesta di lavori che prevedono l’uso di strumenti tecnologici, ma negli Stati Uniti molte aziende fanno fatica a trovare il personale necessario e hanno deciso di ridimensionare i requisiti richiesti per alcuni impieghi, come l’esperienza lavorativa o la laurea universitaria.

Brasile

Cosa c’è dentro un hamburger
La catena statunitense di fast food McDonald’s è legata alla deforestazione e allo sfruttamento del lavoro nella parte brasiliana della pianura alluvionale di Pantanal e dell’Amazzonia, due aree fondamentali per gli equilibri del clima globale. Lo sostiene un rapporto di Reporter Brasil, un gruppo di ricerca indipendente che si occupa di ambiente e lavoro. L’organizzazione denuncia diversi casi in cui i bovini allevati in fattorie illegali (ricavate disboscando la foresta) sono arrivati, attraverso complicati passaggi per nasconderne l’origine, nei macelli di aziende che riforniscono McDonald’s. Sul suo sito l’azienda sostiene che più del 99 per cento della carne di manzo che si è procurata entro la fine del 2020 proveniva da catene di fornitori estranei alle attività di disboscamento.

Il settore della carne brasiliano, uno dei più importanti del mondo, è considerato uno dei principali responsabili della distruzione dell’Amazzonia. Nel paese sudamericano ci sono circa 2,5 milioni di allevatori che in alcuni casi sfruttano illegalmente la superficie ricavata abbattendo la foresta e riforniscono grandi aziende provenienti da ottanta paesi. Secondo Bloomberg Businessweek, il passaggio del bestiame dall’allevatore brasiliano ai produttori di carne avviene spesso senza alcun controllo. Reporter Brasil accusa la Jbs, uno dei maggiori esportatori brasiliani di carne, di aver macellato bestiame proveniente da allevamenti nel mirino delle autorità ambientali. La Jbs, precisa il settimanale, è un fornitore di McDonald’s, ma non ha mai fornito all’azienda statunitense la carne degli allevamenti indicati da Reporter Brasil. “In tutti i casi contenuti nel rapporto è impossibile stabilire se il bestiame allevato nelle fattorie sotto accusa sia effettivamente finito nei ristoranti McDonald’s, perché in Brasile gli animali non sono tracciati individualmente da quando nascono fino all’arrivo al macello. Inoltre, il governo ha limitato l’accesso ai documenti di trasporto, che potrebbero fare luce sui movimenti del bestiame”.

Aziende

Ora Elon Musk vuole Twitter tutto per sé
Il 14 aprile Elon Musk, fondatore e amministratore delegato della casa automobilistica Tesla e dell’azienda aerospaziale SpaceX, ha annunciato un’offerta di 43 miliardi di dollari (54,20 dollari per azione) per comprare l’intero capitale di Twitter. Il 4 aprile il manager aveva ha rivelato di aver acquisito il 9 per cento delle azioni del social network, diventando il suo maggiore azionista. Il giorno successivo aveva anche annunciato il suo ingresso nel consiglio d’amministrazione dell’azienda, ma in seguito ci ha ripensato.

Nella sua offerta Musk non ha spiegato dove e come troverà i soldi necessari per comprare Twitter. Alcuni ritengono grazie al suo patrimonio personale (secondo Forbes, circa 260 miliardi di dollari, che lo rendono l’uomo più ricco del mondo) non dovrebbe avere difficoltà a trovare una soluzione, ma gli ostacoli non mancheranno, anche perché Twitter potrebbe chiedere più soldi. Il manager per ora ha dichiarato che venderà la sua quota attuale del 9 per cento se non raggiungerà i suoi obiettivi.

Per quanto riguarda quello che intende fare dopo aver preso il controllo dell’azienda, Musk ha dichiarato che “Twitter ha bisogno di essere trasformata in un’azienda non quotata. Ha un potenziale straordinario, e io lo libererò”. Il social network è alle prese da tempo con gravi problemi, come la lentezza nello sviluppare nuovi servizi e l’incapacità di ampliare il numero di utenti. Molti esperti sono convinti che Musk sia la persona adatta a favorire il cambiamento. In passato il manager ha criticato più volte Twitter, accusandolo tra l’altro di essere una piazza pubblica che non garantisce la libertà d’espressione e quindi mette a rischio la democrazia. In effetti il tentativo di moderare e spesso censurare i post con l’obiettivo di frenare l’ondata di notizie false e contenuti violenti è una delle sfide che negli ultimi anni hanno messo di più sotto pressione Twitter e gli altri social network. “La libertà d’espressione è un valore fondamentale, e Musk ha ragione quando dice che i social network hanno un potere enorme di cui non rispondono a nessuno”, scrive il mensile statunitense The Atlantic. “Ma se pensate che rendendo questa ‘piazza pubblica’ un’azienda non quotata e prendendone il controllo Musk in qualche modo rafforzerà la libertà d’espressione e proteggerà la democrazia, resterete delusi”.

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Sul settimanale

  • Le severe restrizioni imposte a Shanghai e in altre grandi città cinesi per contenere la pandemia potrebbero causare gravi danni all’economia interna, e perfino a quella globale, scrive il Financial Times.

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