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17 luglio 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

In un villaggio sperduto nella campagna cinese c’è un problema con la scuola. L’insegnante, il maestro Gao, deve andare dalla madre gravemente malata e ha chiesto di trovare qualcuno che lo sostituisca per un mese. Il capo villaggio gli propone una ragazza, Wei. Il maestro è perplesso: Wei ha solo tredici anni, non ha esperienza con i bambini, come può gestire una classe di 28 alunni? Il capo villaggio però è deciso: nessuno vuole venire a fare una supplenza in un posto così isolato, dentro una scuola che cade a pezzi. Il maestro dovrà accontentarsi. Gao allora istruisce la ragazza come può: dovrà copiare i testi alla lavagna, uno al giorno; userà un gessetto per ogni testo; la lezione finisce quando la luce del sole cade sul chiodo appeso al muro. “Già dieci bambini hanno lasciato la scuola, fa’ che al mio ritorno ci siano tutti, non uno di meno. Se sarà così aggiungerò io dieci yuan alla tua ricompensa”, dice il maestro a Wei.

Non uno di meno, di Zhang Yimou (Af Archive/Alamy)

Comincia così Non uno di meno, film del 1999 del regista cinese Zhang Yimou. La figura della giovane supplente Wei è raccontata da Zhang con molta delicatezza e non può che suscitare empatia. Ma non sempre gli insegnanti rappresentati sullo schermo hanno ricevuto lo stesso trattamento. Tre ricercatori dell’università di Mons, in Belgio, hanno provato a capire quali tipologie di maestro il cinema ha esaltato e quali ha screditato, analizzando duecento film. Il risultato delle loro riflessioni è un libro, L’ecole à travers le cinéma (Mardaga 2020). Gli studiosi – Antoine Derobertmasure, Marc Demeuse e Marie Bocquillon – citano i professori indifferenti e severi di Zero in condotta (1933) e dei 400 colpi (1959); quelli incompetenti e da ridicolizzare di Les profs (2013); il “maestro salvatore” di Ricomincia da oggi (1999). Il più famoso forse è il professore carismatico dell’Attimo fuggente (1989), John Keating, interpretato da Robin Williams. “In effetti è l’immagine del buon insegnante, nei film”, precisa Derobertmasure sul quotidiano francese Le Monde. “Capisce l’importanza del rapporto con gli studenti. Ma è anche un professore che cambia il programma a suo piacimento, che fa a pezzi i manuali. È un cane sciolto”. 
 
Che sia l’eroe o il cattivo della situazione, l’insegnante sullo schermo incarna una visione della scuola poco realistica, scrive la sociologa Nada Chaar in un articolo pubblicato nel 2017 sul sito Nonfiction.fr. Secondo lei un’eccezione è La classe (2008): “Mostra, in modo credibile e senza iperboli, cosa significa insegnare”.

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Dagli archivi

Homeschooling con la zia, New York, Stati Uniti, 1968 Quando aveva sette anni Charles Busch perse la madre, colpita da infarto, poi i nonni paterni e due zii (e anche il barboncino di famiglia). Tempo dopo suo padre se ne andò di casa, e a occuparsi di lui fu la zia Lil, una donna particolare. “Sapeva riparare una radio rotta, aveva imparato da sola il francese e il tedesco, e riusciva a creare magnifici costumi medievali per le recite scolastiche”. Un giorno del 1968 la zia Lil andò a parlare con gli insegnanti di Charles. Le dissero che il nipote viveva in un mondo tutto suo, che andava male in quasi ogni materia e che avrebbe dovuto ripetere l’anno. La zia fece un patto con gli insegnanti: Charles avrebbe studiato duramente durante l’estate, e se avesse superato gli esami di riparazione avrebbe evitato la bocciatura.
 
Per tutta l’estate zia e nipote fecero i compiti assegnati dalla scuola. Ma non solo: ogni mattina Lil leggeva ad alta voce la prima pagina del New York Times. Era l’anno degli omicidi di Martin Luther King e di Robert Kennedy e delle proteste contro la guerra in Vietnam. Insieme parteciparono a una marcia pacifista. Soprattutto, Lil incoraggiò il talento artistico del nipote e gli diede sicurezza: “Ero sicuro che non sarebbe successo niente di brutto finché la zia era su questa Terra”. 
 
Charles superò gli esami, ma per paura di perdere i progressi fatti durante l’estate cambiò scuola. Entrò in un liceo di musica e arte, dove il suo talento era incoraggiato. Da adulto è diventato un artista: attore, romanziere, sceneggiatore e drag queen. Nel 2020 Busch ha raccontato quell’estate con la zia sul New Yorker.

Campi estivi a Parigi, Francia, 1977 “Portate i vostri bambini nel verde dei campi estivi”, consigliava un manifesto del comune di Parigi nel 1977. Un articolo di Le Monde di quell’anno notava che nelle zone intorno alla città c’erano 37 centri diurni per più di diecimila bambini di famiglie che non potevano permettersi una vacanza. Un minore su tre partecipava sia alla sessione di luglio sia a quella di agosto. Per molti di loro andare al campo significava assicurarsi un pasto completo al giorno.
 
La reputazione dei campi estivi parigini era arrivata al suo punto più basso l’anno precedente, nel 1976: intossicazioni alimentari, pranzi consumati sotto tendoni, in luoghi senza pavimento, mancanza di acqua potabile. Nel 1977 erano stati riservati ai centri diurni 15 milioni di franchi, non abbastanza per garantire un buon servizio. Senza risorse, il numero dei responsabili e degli assistenti medici era stato ridotto e i laboratori erano stati cancellati. Il consiglio scolastico parigino (Dasco) ripeteva che gli animatori avrebbero potuto fare bene, serviva solo più immaginazione. “Una fervida immaginazione…”, commenta il giornalista: nei campi si giocava con la verdura scartata, si faceva il tiro alle lattine. “Giochi da poveri”, scrive. Non era una sorpresa che alcuni ragazzi preferissero la strada. Quell’anno, il numero di minori che frequentavano i centri scese del dieci per cento.

Arte per gli insegnanti, Ndaleni, Sudafrica, 1952-1982 Sulla cartina del Sudafrica, la Ndaleni era un puntino a meno di cento chilometri da Durban, la più grande città della provincia del KwaZulu-Natal. Probabilmente in questi giorni avrete sentito parlare del KwaZulu-Natal per gli scontri molto violenti che sono scoppiati lì, mentre Ndaleni non vi dirà nulla, come alla maggior parte dei sudafricani.  
 
La Ndaleni era una scuola pubblica che formava insegnanti d’arte negli anni dell’apartheid. Tutti i suoi studenti erano adulti neri, mentre i professori erano bianchi. Dopo il corso di un anno i diplomati dovevano svolgere almeno un altro anno di servizio all’interno del sistema scolastico segregato, la cosiddetta istruzione bantu.
 
Perché un governo fondato sulla subordinazione dei neri si preoccupava della loro educazione artistica? Lo storico Dan Magaziner, che alla scuola di Ndaleni e alle vite dei suoi studenti ha dedicato il libro The art of life in South Africa (2016), lo ha spiegato nel 2016 al sito Africa is a country. La Ndaleni fu aperta nel 1952. Nei decenni precedenti erano state formulate varie teorie sul ruolo dell’arte nell’istruzione di massa. Una sosteneva che l’arte contribuisse ad “armonizzare la società”: più le persone potevano esprimersi – nella scrittura, nella pittura, nella musica – più la convivenza sarebbe stata facile. Parallelamente, un’altra tesi spiegava che governare significa fare tutto il possibile per assicurare la differenza culturale, e l’arte in questo può essere essenziale. I razzisti dell’apartheid combinarono le due idee.

Ma se da un lato esprimeva questa logica, la Ndaleni rappresentava anche un’opportunità unica. Prima di tutto di spostarsi, in anni in cui per i sudafricani neri i movimenti erano molto limitati, e di guadagnare qualcosa in più. Poi d’imparare la storia dell’arte, di esprimersi come artisti (la prima scuola d’arte per neri sarebbe stata aperta in Sudafrica solo alla fine degli anni settanta). E infine di creare con quello che si ha. La preside della scuola, Lorna Peirson, “una liberale rosa pallido”, come si definiva lei, sapeva che i suoi studenti avrebbero lavorato con pochissimi mezzi a disposizione. Così adattò il programma per aiutarli: un po’ di formazione classica e molta pratica. Peirson, afferma lo storico, “non era eroica, aveva atteggiamenti paternalistici e a volte razzisti. Ma a suo modo era apprezzata”.
 
Con le proteste scoppiate alla fine degli anni settanta, il sistema dell’istruzione bantu decadde rapidamente. Nel 1982 la scuola fu chiusa, e successivamente una parte fu incorporata in un istituto per persone sorde. Qualcosa – affreschi, statue, mosaici – è rimasto, ma i nuovi studenti non sanno nulla delle persone che li realizzarono. Sono convinti che gli autori fossero dei bianchi, ammette Magazinier.

In breve

  • Il 9 luglio è stata aperta in Pakistan una scuola pubblica per studenti transgender. Si trova nella città di Multan, nella provincia del Punjab, e per ora conta diciotto iscritti. Gli attivisti dei diritti umani hanno accolto con favore l’iniziativa, riporta l’Ap: le persone transgender, soprattutto nelle zone più conservatrici del paese, vivono emarginate, subiscono abusi di ogni tipo e, per evitare discriminazioni, non vanno quasi mai a scuola.
  • Marcus Rashford è uno dei giocatori della nazionale inglese che nella finale del campionato europeo, l’11 luglio, ha sbagliato a tirare il rigore. Dopo il gol mancato è stato coperto d’insulti razzisti perché giovane (ha 23 anni) e nero, e molti hanno criticato anche il suo impegno politico. Nel 2020 il calciatore aveva promosso una campagna nel Regno Unito per chiedere che le mense scolastiche distribuissero buoni pasto ai bambini delle famiglie a basso reddito anche durante le vacanze estive. E nel 2021 ha continuato a fare pressioni sul governo perché rivedesse il sistema dei pasti gratuiti nelle scuole. The Conversation ripercorre la storia di questo sistema, che va dal “latte per tutti” alle privatizzazioni del governo Thatcher.
  • Una delle misure contenute nel piano da 1.900 miliardi di dollari approvato dal congresso degli Stati Uniti a marzo del 2021 è l’estensione del Child tax credit (credito d’imposta per bambino). Prima questo strumento permetteva alle famiglie di ottenere per ogni figlio fino a duemila dollari di sconto sulle tasse, ma i genitori più poveri, che non pagavano le tasse sul reddito, non potevano approfittarne. Con la modifica tutte le famiglie riceveranno, per i figli con cittadinanza statunitense, tremila dollari (3.600 per bambini e bambine sotto i sei anni). I contributi arriveranno un po’ alla volta, ogni mese. Il governo ha cominciato a versare la prima rata il 15 luglio. Il Washington Post spiega gli effetti che può avere la misura. 

In prima persona

Nel numero precedente di questa newsletter un professore e psicologo di Pordenone ha raccontato il suo esperimento di supporto agli studenti, sottolineando anche l’importanza della collaborazione con altri professionisti del territorio. Uno di questi professionisti è Paolo Bergamasco, operatore di un progetto di educativa di strada dal 2013 al 2018

“Buongiorno, parlo con Paolo del progetto Top?”. Era un’insegnante di un istituto superiore della città, mi chiamava perché era molto preoccupata per uno studente di quinta, già maggiorenne: non riusciva nello studio, in classe aveva dei comportamenti bizzarri, alcuni genitori si erano lamentati. A scuola temevano facesse grosso uso di stupefacenti. 
 
Il giorno dopo sono andato a parlare con due professori della classe e poi con il ragazzo, a scuola. Il confronto con lui è stato brevissimo ma è bastato a convincermi che ci potesse essere un problema diverso, così gli ho proposto di fare un’altra chiacchierata, stavolta in Top room, uno spazio neutro a disposizione del progetto. Ci siamo rivisti lì. Lui sapeva dei sospetti della scuola, e insieme abbiamo incontrato, in quell’ambiente informale, prima un medico del servizio per le dipendenze e poi un altro specialista, stavolta del dipartimento di salute mentale, che ha confermato che c’era un problema ma di tipo psichiatrico, le sostanze psicotrope non c’entravano. A quel punto è stata coinvolta la famiglia e il ragazzo è stato indirizzato verso il servizio che poteva aiutarlo. Dalla telefonata dell’insegnante alla soluzione dell’emergenza sono passati meno di cinque giorni. Se la scuola avesse agito d’istinto o avesse ceduto alle pressioni dei genitori avrebbe dovuto fare una denuncia o una segnalazione alle forze dell’ordine, mancando completamente il centro della questione.
 
Il progetto Top è stato attivo dal 2013 al 2018. Era un progetto di educativa di strada realizzato dai Ragazzi della panchina, un’associazione che si occupa di dipendenze, e finanziato prima dal comune di Pordenone e poi dal servizio sociale dei comuni della zona. Si rivolgeva a ragazzi e ragazze dai 13 ai 28 anni, cercando di entrare in contatto con loro nei contesti che frequentavano. Questo permetteva sia di avere una visione d’insieme sia d’individuare eventuali problemi di disagio. Noi educatori (due, poi tre) facevamo attività di strada, lavoravamo con istituzioni e con gli adulti (allenatori sportivi, baristi, figure che erano a contatto con i giovani) e collaboravamo con le scuole del territorio. 
 
La scuola era un luogo strategico per “agganciare” ragazzi in difficoltà, soprattutto quelli che non uscivano molto di casa e quindi che avremmo individuato con difficoltà. Con gli insegnanti e i dirigenti scolastici avevamo costruito un buon sistema di comunicazione, molto informale. La base era la stessa a cui facevano riferimento i ragazzi e le ragazze: tre numeri di telefono, attivi 24 ore su 24, sette giorni su sette. Si poteva chiamare o mandare un messaggio. Le scuole sapevano che la nostra risposta sarebbe stata veloce, come quella della rete di servizi dell’azienda sanitaria che avremmo eventualmente coinvolto. Cosa ci chiedevano? Un punto di vista diverso su una questione, un'opinione, una chiave di lettura per interpretare certi atteggiamenti o segnali; oppure un aiuto per affrontare situazioni complicate o in qualche modo rischiose. Con la scuola cercavamo di mettere in moto processi educativi, non punitivi: al centro c’erano i ragazzi prima che le loro azioni, nessuno era giudicato e il cambiamento era una proposta, non un’imposizione.

Consigli

Il coinvolgimento degli educatori è uno dei tanti temi trattati nel libro La scuola oltre la pandemia (Altreconomia 2021), a cura di Cristiana Mattioli, Federica Patti, Cristina Renzoni e Paola Savoldi. Parlano dirigenti scolastici, funzionari dei servizi educativi comunali, assessori all’istruzione. Quali soluzioni sono state prese nell'ultimo anno e mezzo? Com’è cambiato il rapporto tra scuola e territorio? I punti di vista diversi compongono una mappa di riflessioni e buone pratiche, da Palermo a Reggio Emilia, da Torino alla Puglia. 

La copertina

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