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3 settembre 2021

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

Il dilemma dell’inflazione
Nel mondo si moltiplicano le notizie di aumenti dei prezzi di beni e servizi, facendo riapparire all’orizzonte lo spettro dell’inflazione. La Taiwan Semiconductor Manufacturing, il più grande produttore mondiale di processori, aumenterà i prezzi dei suoi prodotti: i rincari non supereranno il 10 per cento per i processori più avanzati, mentre i prezzi di quelli meno evoluti, usati da clienti come le case automobilistiche, cresceranno del 20 per cento. In Sri Lanka il governo ha deciso delle misure economiche d’emergenza dopo che la moneta nazionale,  la rupia, si è svalutata pesantemente in seguito all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Le autorità intendono mettere sotto controllo i prezzi di prodotti come il riso e lo zucchero, nella speranza di frenare l’inflazione. L’aumento dei prezzi mette in difficoltà soprattutto le famiglie più povere. In Russia “circa un terzo della popolazione non può permettersi di comprare tutti i beni di prima necessità di cui avrebbe bisogno”, scrive il Moscow Times. Lo conferma un’indagine realizzata a luglio dall’istituto di ricerche indipendente Levada center. Il reddito reale dei russi ristagna da anni, ma oggi la pandemia di covid-19 e l’inflazione stanno colpendo duramente le aziende e hanno spinto alle stelle i prezzi dei generi alimentari e di altri prodotti di base. Il 39 per cento del campione analizzato dal Levada center ha dichiarato che negli ultimi sei mesi non ha potuto comprare beni essenziali perché non aveva abbastanza soldi.

Il problema dell’inflazione riguarda anche le economie sviluppate. Negli Stati Uniti il tasso ha superato il 5 per cento, mentre nell’eurozona, secondo l’Eurostat, ad agosto dovrebbe arrivare al 3 per cento, contro il 2,2 per cento registrato a luglio. Sul dato ha pesato soprattutto l’aumento dei prezzi dell’energia (15,4 per cento, contro il 14,3 per cento di luglio), seguiti dai prodotti industriali diversi dall’energia (2,7 per cento, contro lo 0,7 per cento di luglio), da generi alimentari, tabacco e alcol (2 per cento, contro l’1,6 per cento di luglio) e dai servizi (1,1 per cento, contro lo 0,9 per cento di luglio). A questo punto le autorità monetarie sono di fronte a un dilemma. Dopo l’esplosione della pandemia, le banche centrali di molti paesi hanno deciso misure di politica monetaria straordinarie, soprattutto attraverso l’acquisto di titoli, per sostenere il sistema finanziario ed economico. Ora, davanti al pericolo dell’inflazione, devono decidere se cominciare a tornare alla normalità o continuare con le politiche straordinarie, perché potrebbe trattarsi di aumenti di prezzi transitori e soprattutto perché l’economia è ancora troppo debole e rischia ulteriori contraccolpi a causa della variante delta del covid-19. Qualche paese ha già deciso di tornare indietro. “La Corea del Sud è la prima grande economia asiatica ad aumentare il costo del denaro dopo l’esplosione della pandemia”, scrive il Financial Times. Il 24 agosto la banca centrale sudcoreana ha aumentato il tasso di riferimento dallo 0,50 allo 0,75 per cento, preoccupata dall’indebitamento privato e dall’aumento dei prezzi delle case. Questi fattori “superano il timore per la nuova ondata di contagi causata dalla variante delta del covid-19”. La Banca centrale europea (Bce) e la Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) dichiarano che il costo del denaro tornerà a crescere ma non dicono quando, sottolineando comunque che non avverrà in tempi brevi per paura che la ripresa non sia ancora solida. Il dilemma in questi giorni attanaglia soprattutto Jerome Powell, il presidente della Fed, che è anche al centro di un duro scontro politico. Repubblicano eletto da Donald Trump, ha il mandato in scadenza nel 2022. Secondo il Wall Street Journal, il presidente Joe Biden vorrebbe confermarlo, ritenendo che abbia fatto un buon lavoro, ma deve fare i conti con la sinistra del Partito democratico, che a capo della banca centrale vuole una personalità più attenta al cambiamento climatico e alle disuguaglianze sociali.

Cina

L’era della prosperità comune
Prosperità comune è lo slogan che domina in questi giorni la politica e l’economia della Cina. Forse queste due parole coniate dal presidente Xi Jinping, scrive Le Monde, “segnano la fine di un’epoca”. Più di quarant’anni fa, sotto la presidenza di Deng Xiaoping, il regime di Pechino fece sapere ai cinesi che “diventare ricchi non è peccato” e che per favorire il benessere di tutti “alcune persone possono arricchirsi prima”. Nell’arco di una generazione l’apertura all’iniziativa privata ha fatto passare i cinesi “dalla ciotola di riso alle borse Vuitton”, aggiunge il quotidiano francese. Ma un altro risultato è che il paese ha scoperto di essere molto disuguale: “Secondo la Credit Suisse annual survey, l’1 per cento più ricco dei cinesi possiede il 30,6 per cento della ricchezza nazionale, un aumento di 10 punti percentuali in vent’anni. E le previsioni dicono che il numero di milionari dovrebbe aumentare del 92 per cento nei prossimi cinque anni, mentre oggi seicento milioni di cinesi vivono con meno di 130 euro al mese”. Per adesso la misura più immediata di Pechino per assicurare la prosperità comune è quella di far pagare di più ai ricchi. Sono finiti nel mirino i colossi di internet. Il 18 agosto la Tencent ha annunciato che raddoppierà le sue attività a favore del sociale fino a cento miliardi di yuan (circa tredici miliardi di euro). “Le sue priorità corrispondono esattamente a quelle del governo: aumentare i redditi dei poveri, migliorare la sicurezza sociale, promuovere l’economia rurale e finanziare l'istruzione”. Anche Jack Ma, il fondatore del colosso del commercio online Alibaba, e altri miliardari legati a internet “hanno abbracciato la missione urgente di dimostrare il loro spirito socialista attraverso donazioni”, aggiunge il Financial Times.

Quest’ondata di generosità per compiacere Xi Jinping arriva dopo mesi di nuovi regolamenti e azioni antitrust che hanno colpito duramente le aziende del settore tecnologico cinese, danneggiando il loro valore in borsa e il patrimonio personale dei loro manager. “Agli occhi degli investitori occidentali”, commenta il Wall Street Journal, “quello di Pechino può sembrare un comportamento suicida”. Perché frenare lo sviluppo di alcune delle aziende più floride del mondo (solo per fare un esempio, Alibaba gestisce un volume di vendite online doppio rispetto a quello di Amazon), che hanno dato vita a un settore da quattromila miliardi di dollari? “Xi Jinping”, continua il quotidiano statunitense, “distingue la tecnologia in due categorie: quella che è bene avere e quella di cui bisognerebbe liberarsi”. Alla prima categoria appartengono tecnologie come i processori, le batterie per le auto elettriche, le telecomunicazioni, indispensabili all’industria manifatturiera, il settore che Pechino considera il pilastro dell’economia nazionale, fondamentale per raggiungere l’indipendenza dai fornitori stranieri. Alla seconda categoria appartengono i social network, il commercio online e app come quelle di ride sharing, che secondo il governo generano spesso problemi economici e sociali. È il caso della Ant, una diffusissima app di finanza online legata ad Alibaba di cui a novembre del 2020 Pechino ha bloccato la quotazione in borsa sostenendo che metteva a rischio la stabilità finanziaria, o della recente decisione di regolamentare l’uso dei videogiochi online nelle case dei cinesi. Ma oltre alle valutazioni di carattere strettamente economico, dietro l’attacco al settore tecnologico c’è probabilmente un altro motivo: un regime dispotico come quello di Pechino si basa sul controllo tendenzialmente totale delle azioni e dei pensieri nella società, un controllo che per anni è stato più agevole finché le attività economiche erano incentrate sulle fabbriche e le campagne. Oggi invece il controllo rischia di diventare impossibile (o forse lo è già diventato) se si dà troppo spazio a internet, ai social network e al commercio online.

El Salvador

Tutto pronto per il bitcoin
Tra pochi giorni, il 7 settembre, il Salvador diventerà il primo paese ad adottare il bitcoin come valuta nazionale. “E nessuno sa bene come finirà”, commenta il Wall Street Journal. Il governo del paese centramericano spenderà fino a 75 milioni di dollari per dare trenta dollari a ogni cittadino salvadoregno che aprirà un portafoglio digitale chiamato Chivo, con cui si potrà gestire la criptovaluta. L'obiettivo è portare 2,5 milioni di cittadini a usare il bitcoin o il dollaro statunitense (da circa vent’anni la valuta ufficiale del paese) per comprare prodotti e servizi. Il presidente Nayib Bukele è convinto che la criptovaluta attirerà gli investitori stranieri, permetterà agli emigrati salvadoregni di spedire rimesse più velocemente e a costi più bassi e farà nascere nuovi servizi finanziari.

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Non tutti sono convinti del progetto. Di recente il Fondo monetario internazionale ha sottolineato che l’adozione delle criptovalute come moneta nazionale può mettere a rischio la stabilità economica e finanziaria. Innanzitutto c’è il rischio di subire gli effetti della nota volatilità del bitcoin. Se, come avviene spesso, il valore della criptomoneta dovesse calare bruscamente spingendo i salvadoregni a rifugiarsi nel dollaro, la banca centrale del Salvador (un paese già molto indebitato che non può stampare una propria moneta) dovrebbe usare molte delle sue riserve per comprare bitcoin e sostenerne il valore. Un altro problema è l’enorme consumo di energia richiesto dall’uso di una criptovaluta, a cui il governo pensa di ovviare sfruttando l’energia geotermica ricavata dai vulcani del paese. Inoltre, un sistema decentralizzato come quello del bitcoin, che sfugge ai controlli di una banca centrale e di altre autorità, potrebbe prestarsi a transazioni anonime e illegali, come il riciclaggio di denaro sporco o il pagamento di riscatti.

Numeri

8

Nel 2024 la Maersk, il più grande armatore di navi mercantili del mondo, lancerà otto nuove navi portacointainer che potranno funzionare sia con il carburante tradizionale sia con il metanolo. L’azienda danese ha spiegato che le nuove imbarcazioni sostituiranno altre vecchie navi e faranno i primi viaggi commerciali “a emissioni zero” dalla Cina all’Europa. Ogni portacontainer, prodotta dalla sudcoreana Hyundai Heavy Industries, costerà circa 175 milioni di dollari, il 10-15 per cento in più di una nave tradizionale, e sarà in grado di trasportare fino a sedicimila container. La Maersk si dice sicura che “clienti come Amazon e H&M sono disposti a pagare di più per assicurare ‘trasporti verdi’” alle loro merci.

“Quando si tratta di ridurre le emissioni di anidride carbonica, la navigazione marittima presenta particolari problemi”, osserva il Financial Times. Responsabile del 7 per cento delle emissioni globali, questo settore è difficile da regolare, perché le sue aziende agiscono per lo più in acque internazionali, quindi sospese tra diverse legislazioni nazionali. L’International maritime organization, l’agenzia delle Nazioni Unite che regolamenta la navigazione, vorrebbe dimezzare le emissioni del settore entro venti o trent’anni, ma è bloccata dai contrasti tra i suoi 174 paesi membri. Inoltre, le alternative al carburante tradizionale finora si sono dimostrate troppo costose o non sono ancora ben sviluppate. Da questo punto di vista la navigazione marittima ha ancora molta strada da fare, conclude il quotidiano britannico, ma la scelta della Maersk è comunque quella giusta.

Danimarca

Una ricetta per i giovani
Come in tutti i paesi nordici, anche in Danimarca la quota di giovani tra i 15 ei 29 anni non occupati, né scolarizzati né formati (i cosiddetti Neet, acronimo di Neither in employment or in education or training) è inferiore alla media europea. Nel primo trimestre del 2021, scrive Le Monde, era del 9,5 per cento, contro il 13,2 per cento della Francia, il 15 per cento della Spagna e il 24,2 per cento dell'Italia. Questo risultato è frutto di politiche basate su una filosofia molto diversa da quella che caratterizza gli interventi negli altri paesi, soprattutto quelli dell’Europa mediterranea. “In Francia, per esempio, il sistema si basa sul presupposto che la famiglia si prende cura dei giovani tra i 18 e i 25 anni, considerati figli grandi. Ecco perché l'importo delle borse di studio in Francia è definito in base al reddito dei genitori”. Nelle società nordiche, continua il quotidiano francese, “i giovani che hanno raggiunto la maggiore età sono considerati adulti a pieno titolo e ricevono un sostegno scollegato dal reddito dei genitori. Gli studenti danesi ricevono un reddito universale fino a 850 euro al mese. La Svezia offre anche generose borse di studio accompagnate da prestiti per gli studenti a tassi molto bassi. E tutti i benefici sociali sono disponibili a partire dai 16 anni”.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale In Germania le aziende non riescono a trovare i dipendenti, anche se ci sono centinaia di migliaia di disoccupati. Il problema, spiega il settimanale Die Zeit, è che oggi molti lavoratori non sono più disposti ad accettare qualunque lavoro, soprattutto se precario e pagato male. Un’analisi del quotidiano Süddeutsche Zeitung si occupa del dilemma con cui è alle prese la Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti): chiudere l’era del denaro a basso costo per scongiurare il rischio dell’inflazione o rimandare fino a quando l’economia non sarà abbastanza solida?

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