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10 aprile 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

Negli Stati Uniti la discriminazione sessuale nelle scuole e nelle università è vietata dal Titolo IX. Si tratta di una legge federale, quindi tutti gli stati devono rispettarla. Dalla sua approvazione, nel 1972, il numero delle iscritte all’università è schizzato alle stelle. Ed è cresciuto molto anche quello delle studenti che partecipano alle attività sportive: nel 1971 le ragazze erano solo il 7 per cento degli atleti delle superiori, mentre nel 2018 erano il 43 per cento. Per gestire meglio le attività e favorire l’accesso delle bambine e delle ragazze, nel 1979 i legislatori presero un’altra decisione: le scuole dovevano prevedere squadre femminili, accanto a quelle maschili. Nonostante i dibattiti sull’opportunità di organizzare gli sport in base al sesso, questa regola è tuttora valida. Ha favorito l’inclusione, ma non sembra aver contribuito molto a quella delle bambine e delle ragazze transgender (persone in transizione da maschio a femmina).

Secondo l’organizzazione Human rights campaign, solo il 12 per cento delle ragazze trans che frequentano le superiori praticano sport con le compagne (mentre tra tutti gli studenti la percentuale è del 68 per cento). Quindi colpisce ancora di più l’impegno con cui i parlamenti di almeno trenta stati stanno discutendo 56 proposte di legge per escludere le bambine e le ragazze transgender dalle competizioni sportive scolastiche. Dalle scuole secondarie di primo grado fino alle università. Per ora in quattro stati – Mississippi, Tennessee, Arkansas e South Dakota – le proposte sono diventate leggi.

(Johnce/Getty Images)

Dalla capitana della nazionale di calcio Megan Rapinoe alla rivista them., che si occupa di tematiche legate alla comunità lgbt, in tanti hanno definito le norme una “soluzione a un problema che non esiste”. Oltre a essere poche, le atlete transgender non fanno incetta di premi e raramente le avversarie contestano la loro partecipazione alle gare. I parlamentari che difendono le leggi hanno ammesso di non essersi imbattuti in neanche una situazione simile a quelle che vorrebbero impedire. Ma il loro intervento, spiegano, serve a evitare che ce ne siano in futuro.
 
La battaglia politica sugli studenti transgender va avanti da anni negli Stati Uniti. Nel 2016 al centro dello scontro c’erano i bagni che queste persone potevano usare, poi le terapie ormonali a cui si sottoponevano durante la transizione. Decidere se ammettere le atlete trans agli eventi sportivi sembra più complicato, perché pesano, oltre agli aspetti culturali e alle convenienze politiche, anche le valutazioni su presunti vantaggi fisici.
 
Su quest’ultimo punto interviene la rivista Scientific American: “L’idea che le ragazze trans abbiano un vantaggio sleale nasce dalla convinzione che il testosterone produca cambiamenti fisici come l’aumento della massa muscolare. Ma le ragazze trans non sono le uniche ad avere livelli alti di testosterone. Anche le atlete che soffrono di sindrome dell’ovaio policistico, per esempio, hanno livelli alti di questo ormone. Eppure non sono escluse dalle competizioni”. 
 
La stessa convinzione che il testosterone comporti un vantaggio fisico è poco solida (lo spiegava nel 2019 anche un articolo su Internazionale). Inoltre leggi come quelle appena approvate in Mississippi e in Arkansas daranno a chiunque la possibilità di mettere in dubbio il sesso di una studente, che a quel punto dovrà sottoporsi a esami invasivi e umilianti o a test genetici. Nasceranno altri problemi etici e scientifici. E le atlete trans si sentiranno ancora più escluse.

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Notizie

La politica nelle parole Come altri dizionari della lingua inglese, il Merriam-Webster attribuisce più significati alla parola racism (razzismo). Fino a pochi mesi fa il primo era: “convinzione che la razza (race) sia il principale elemento a determinare i tratti e le capacità di una persona, e che le differenze razziali diano una superiorità intrinseca a una razza particolare”. Il secondo, che rimanda a espressioni come institutional racism o societal racism: “sistema politico o sociale fondato sul razzismo”. E il terzo, più sintetico: “pregiudizio razziale o discriminazione”. Su questo si è impuntata Kennedy Mitchum, un’attivista di 22 anni appena laureata alla Drake university, in Iowa. L’estate scorsa, nel pieno delle proteste del movimento Black lives matter dopo la morte di George Floyd a Minneapolis, Mitchum ha scritto varie email ai redattori del Merriam-Webster chiedendo di correggere la voce. Il razzismo “è un sistema che offre un vantaggio basato sul colore della pelle”, ha spiegato, non è solo il frutto di un pregiudizio personale. E ha sottolineato quanto fosse frustrante, quando partecipava ai dibattiti all’università o si confrontava con gli studenti bianchi, sentirsi dire che la sua definizione (condivisa da molti, negli ultimi cinquant’anni) era sbagliata perché sul dizionario non c’era. 
 
Un secolo fa era proprio la parola racism a mancare nei vocabolari. Entrò nell’Oxford english dictionary nel 1903, ma per decenni sarebbe stata poco usata (chi lottava per i diritti civili parlava di race hatred o race prejudice, odio o pregiudizio razziale). Nell’edizione del Merriam-Webster del 1934 non c’era. Se ne accorse una dipendente della casa editrice, Rose Frances Egan, anche lei da poco laureata. Egan, racconta il mensile statunitense Atlantic, stava lavorando al nuovo dizionario dei sinonimi e dei contrari e chiese d’inserire il termine racism in un lemma in cui si mettevano a confronto i termini national (cittadino), citizen (abitante) e subject (soggetto, sottoposto). Quando Egan si attivò, nel 1938, racism era una parola ormai diffusa negli Stati Uniti, ma nessuno prima di lei si era preoccupato di controllare se fosse anche nel vocabolario. 
 
La voce fu aggiunta come integrazione nel 1939 e in modo definitivo nel 1961. A settembre del 2020 è stata modificata. Il primo significato resta legato a convinzioni o capacità individuali, mentre il secondo è diventato: “la repressione sistematica di un gruppo razziale per il vantaggio sociale, economico e politico di un altro; nello specifico, suprematismo bianco”. 

L’unione fa il pranzo In Guatemala, per legge, almeno il 50 per cento della frutta e della verdura usate per preparare i pasti delle mense scolastiche dev’essere acquistato dai produttori locali. Così si cerca sia di aiutare un settore in difficoltà sia di abbassare uno dei tassi di malnutrizione più alti del mondo. Nel comune rurale di Tamahú la collaborazione tra i contadini e la scuola è continuata anche con le aule chiuse per la pandemia. “Il lunedì, il giorno della consegna dei prodotti alle famiglie, è sempre una festa”, scrive El País.

Un gruppo di studenti partecipa a una protesta a Hong Kong, 26 settembre 2019. (Chan Long Hei, Bloomberg via Getty Images)

A lezione di sicurezza Dal prossimo settembre, nelle scuole secondarie di Hong Kong si studierà una nuova materia, chiamata “cittadinanza e sviluppo sociale”. E sparirà l’insegnamento delle scienze umane, che negli ultimi anni è stato preso di mira da gruppi e politici vicini a Pechino. Le scienze umane erano state introdotte nel 2009 per educare al pensiero critico gli studenti e riuniscono sei discipline: relazioni interpersonali, Hong Kong nel presente, la Cina moderna, salute pubblica, globalizzazione e tecnologia e ambiente. La nuova materia invece sarà organizzata in tre grandi moduli – Hong Kong, lo stato e il mondo contemporaneo – e approfondirà temi come la sicurezza nazionale, il patriottismo e la legalità. 
 
La modifica fa parte di un piano più ampio per adeguare il sistema scolastico della città alla legge sulla sicurezza imposta da Pechino nel 2020. A febbraio, per esempio, un’altra misura ha stabilito che i bambini e le bambini a sei anni devono conoscere i nomi dei quattro reati previsti dalla legge: secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze esterne.

E poi:

  • “L’ecologia è il futuro. Ed è anche il futuro dell’istruzione”, sostiene il politologo francese Edouard Gaudot in un’intervista pubblicata sul Green European Journal. 
  • A fine marzo è uscito il rapporto della commissione voluta dal premier Boris Johnson per indagare sulle discriminazioni etniche nel Regno Unito. Il testo, in cui la scuola occupa uno spazio importante, è stato criticato da molti perché non riconoscerebbe il razzismo “sistemico” nel paese. 
  • Sempre nel Regno Unito, la casa editrice Pearson, la più grande al mondo per i libri scolastici, ha sospeso la distribuzione di due testi sul conflitto israelo-palestinese pensati per le scuole secondarie. Nel 2020 questi libri erano stati corretti dopo le sollecitazioni del Board of deputies of british jews, la principale organizzazione ebraica del paese. Ma secondo un rapporto della commissione britannica per le università della Palestina (Bricup) le modifiche, in media tre per pagina, favorirebbero la versione israeliana della storia a danno di quella palestinese.
  • Nel mondo scientifico le “fabbriche di articoli falsi o fuorvianti” non sono una novità, scrive Nature. Lo è l’impegno di alcuni editori ad affrontare apertamente il problema.
  • Alcuni universitari yemeniti si sono messi in affari con i colleghi, più ricchi, del Golfo. Gli offrono dei servizi a pagamento: risolvono esercizi, scrivono tesine o articoli, sostengono esami al posto loro. Ormai sono conosciuti come “gli aiutanti”.

In prima persona

Chiara De Paoli, insegnante d’italiano in un istituto tecnico e in uno professionale, Cittadella (Pd)

“Devi augurarti che la strada sia lunga. / Che i mattini d’estate siano tanti”. Le lezioni di poesia erano riuscite particolarmente bene, così mi è venuto in mente di organizzare un laboratorio virtuale con la classe, una terza. Ho diviso gli studenti in piccoli gruppi creando delle room, delle stanze, con l’app Meet di Google, e ho affidato a ognuno un certo numero di testi raggruppati per tema: il viaggio, l’amore, la guerra, la malattia… tutto in versi. Poi ho chiesto ai singoli gruppi di analizzare le poesie che avevano e d’interpretarle, discutendone insieme. Per esempio, secondo loro è utile esprimere artisticamente la sofferenza? Se potessero mettersi in viaggio, cosa cercherebbero? Per ora l’esperimento procede bene: se non altro ho intravisto, sbirciando tra le room, molti sorrisi e sguardi incuriositi.
 
Una risposta del genere non era affatto scontata. Insegno italiano in un istituto tecnico e in uno professionale, e dopo mesi a distanza vedo gli studenti sempre più stanchi e demotivati. Quasi tutti, soprattutto ora con le scuole chiuse, esprimono un forte disagio e un senso d’insofferenza. Un anno fa era diverso.
 
Mi avevano assegnato delle ore in una scuola media e in un corso serale di un istituto per geometri, ed ero alla prima esperienza. Come inizio non è stato semplice, ma neanche drammatico. Forse in un anno tanto eccezionale la poca familiarità con l’insegnamento mi ha aiutata, invece che essere un limite. Il lavoro m’impegnava parecchio, soprattutto alle medie: trascorrevo ore e ore a correggere testi e a rispondere ai commenti che quelle correzioni scatenavano. Ma lo scambio con gli alunni colmava la distanza, sono perfino riuscita a costruire un buon rapporto con studenti “difficili”: forse perché le dinamiche di classe erano sospese, o perché loro avevano più bisogno di essere ascoltati. Per la classe del serale, una quinta, fare lezione a distanza non è stato troppo complicato: alcuni la preferivano dopo una giornata di lavoro, e se avevamo dei problemi tecnici li risolvavamo insieme.
 
La situazione era difficile per tutti, drammatica per alcuni, ma se ripenso al 2020 mi vengono in mente anche cose belle. Invece quest’anno l’apprendimento a distanza ha mostrato tutte le sue fragilità. Gli studenti hanno dovuto affrontare ostacoli personali e familiari sempre più grandi, sono sfiniti e abbattuti. Solo nei pochi mesi passati con loro a scuola mi è sembrato di essere riuscita a trasmettergli qualcosa come insegnante.

Consigli

  • La storia (anche italiana) di Rose Reilly, prima scozzese a vincere i mondiali di calcio femminile nel 1984, raccontata dal sito Glorious.
  • “Una ragazza che paga l’affitto alla madre con i risparmi per il college, un bambino che aiuta un compagno di classe a coprire il debito con la mensa”. Sulla scuola le inspirational news, le storie raccolte per motivare o ispirare il pubblico, abbondano. Sarebbe ora di pensare alle implicazioni politiche che hanno, dice Kiran Misra sul mensile statunitense New Republic. Vale anche per l’accoppiata disabilità-scuola. Stella Young – comica, giornalista e attivista australiana – definiva questo tipo di contenuti inspirational porn, perché riduce a oggetto le persone che hanno una disabilità a beneficio di chi non ne ha. Scrivere di disabilità non è facile, ammette Amy Silverman in un articolo riproposto di recente sul sito The Grade, ma ci sono degli strumenti che possono aiutare. Il National center on disability and journalism (Ncdj) dell’università dell’Arizona offre molto materiale, tra cui una guida di stile (in inglese e in spagnolo) per i giornalisti. In Italia resta sempre valido Parlare civile, un progetto di Redattore sociale.
  • Crip camp, un documentario molto bello su un campo estivo per adolescenti disabili gestito da hippie, salta le mediazioni e affida il microfono direttamente ai ragazzi e alle ragazze. Siamo all’inizio degli anni settanta, tra i monti Catskill, nello stato di New York, e si discute di classi separate e istituti speciali, del desiderio di solitudine, di fidanzati, di diritti. Lo trovate su Netflix.
  • Sempre sulla logica del “separati ma uguali”, vi consiglio di recuperare su Teche Rai questa puntata di Az. Un fatto, come e perché, stagione 1969/70.
  • Mentre più in generale sul ruolo della scuola come bene pubblico e strumento democratico ragiona un piccolo libro scritto da Chiara Foà e Matteo Saudino, Cambiamo la scuola (Eris 2021).
  • Sul sito di Internazionale trovate un articolo di Valentina Pigmei sul disagio psicologico che stanno provando gli adolescenti, e potete leggere l'editoriale della scorsa settimana del direttore Giovanni De Mauro, sulla riapertura delle scuole

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