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15 settembre 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

Scetticismo in Libano Migliaia di famiglie libanesi hanno lasciato il paese nell’ultimo anno. L’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio al porto di Beirut il 4 agosto 2020, che ha causato più di duecento morti e migliaia di feriti e ha distrutto interi quartieri della città, ha mandato in frantumi anche qualunque sentimento di ottimismo e fiducia rimasto nella popolazione. Provati dalle conseguenze della pandemia e da una grave crisi economica, e scoraggiati dall’indebolimento del movimento nato nell’ottobre del 2019 per protestare contro il governo e i politici, i libanesi hanno dovuto fare i conti con la svalutazione della moneta nazionale, l’aumento dei prezzi e la mancanza di prodotti di prima necessità e servizi. E sono rimasti senza un governo funzionante per più di un anno, mentre la politica era bloccata in una serie di trattative per sostituire l’esecutivo che si era dimesso in seguito all’esplosione. Così in molti, soprattutto giovani nati dopo la fine della guerra civile nel 1990, sono stati costretti a cercare una vita migliore altrove.

Il mercato del pesce di Beirut senza elettricità, l’8 settembre 2021 (Francesca Volpi, Bloomberg/Getty Images)

Dal 10 settembre il Libano ha un nuovo governo. È guidato da Najib Mikati, l’uomo più ricco del paese, che ha già ricoperto l’incarico due volte in passato. I 24 ministri sono per metà cristiani e per metà musulmani. Tutti hanno un’affiliazione politica. C’è una sola donna. Non proprio il tipo di cambiamento che volevano i manifestanti che hanno occupato le strade del paese per mesi gridando Kellon yani kellon (tutti significa tutti), e chiedendo la fine del sistema confessionale e il rinnovamento dell’intera classe politica. “Questo governo è formato esattamente allo stesso modo dei precedenti, seguendo la logica della divisione della torta. Non vedo come potrebbe risolvere la crisi o portare qualcosa di nuovo”, si lamenta l’attivista Camille Mourani su L’Orient-Le Jour, che ha raccolto le critiche di vari esponenti del movimento di ottobre.

La comunità internazionale ha accolto con favore la fine dello stallo politico libanese e ha esortato il nuovo governo a realizzare il programma di riforme per sbloccare i miliardi di dollari di aiuti internazionali promessi dal Fondo monetario internazionale, dagli stati del Golfo e da altri paesi vicini al Libano. Ma molti esperti e mezzi d’informazione sottolineano l’ardua impresa che il nuovo esecutivo dovrà affrontare per arginare la crisi e lo sgretolamento dello stato e delle istituzioni. “È solo un palliativo”, sostiene uno degli esperti intervistati da Al Jazeera. “Al massimo introdurrà cambiamenti di facciata per dare l’impressione di fare riforme”, commenta Arab News. “Non c’è un consenso politico su come far uscire il paese dal caos”, si legge su Al Araby al Jadid. D’altra parte, nota The National, “è meglio di niente”.

Insomma è improbabile che il nuovo governo fermi l’esodo dei libanesi. Tra loro c’è anche Lina Mounzer, scrittrice e traduttrice che in un toccante intervento su L’Orient-Le Jour dice che “lasciare il Libano, lasciare Beirut in questo momento, è come lasciare una persona cara gravemente malata e attaccata al respiratore”. Come lei centinaia di migliaia di libanesi nei prossimi anni potrebbero provare lo stesso conflitto interiore: da una parte il sollievo di andare in un posto dove la vita è più facile, le opportunità migliori e l’orizzonte più ampio, dall’altra l’angoscia, il senso di colpa e la paura, perché come racconta Mounzer, chi parte non sa cosa potrebbe trovare al suo ritorno.

Attualità

Egitto Il 14 settembre si è tenuta la prima udienza del processo contro Patrick Zaki, attivista egiziano e studente all’università di Bologna, arrestato al Cairo il 7 febbraio 2020 e da allora in detenzione preventiva. Il tribunale di Mansura, la sua città di origine, lo accusa di “diffondere notizie false” sulla base di un articolo pubblicato nel 2019 in difesa della minoranza copta, a cui appartiene Zaki. Altre accuse più gravi sono state lasciate cadere. L’udienza è durata pochi minuti e il processo è stato aggiornato al 28 settembre. Per la prima volta, come scrive Francesca Caferri su Repubblica, Zaki ha di fronte un giudice incaricato di decidere del suo caso e non solo un magistrato il cui unico compito era prolungare la sua detenzione. Rischia fino a cinque anni di carcere.

Iran Il 12 settembre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha raggiunto un accordo con Teheran per la manutenzione delle apparecchiature di sorveglianza che servono a monitorare le attività nucleari del paese. A febbraio il governo iraniano aveva limitato l’accesso degli ispettori dell’Aiea ad alcuni impianti nucleari. Il compromesso potrebbe favorire la ripresa dei negoziati internazionali a Vienna sul programma nucleare del paese. I colloqui si erano interrotti in seguito alla vittoria alle presidenziali dello scorso giugno dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi, che è succeduto al moderato Hassan Rohani, artefice da parte iraniana dell’accordo sul nucleare del 2015.

Giordania Gli stranieri possono ottenere un passaporto giordano se investono almeno un milione di dollari nel paese, in base ad alcuni emendamenti fatti il 12 settembre alla legge sulla cittadinanza. La misura gli consentirà anche di depositare denaro nella banca centrale, avviare un’attività, comprare proprietà e altro. In un paese che ha sempre fatto molto affidamento sul turismo ed è stato pesantemente colpito dalle conseguenze della pandemia, la decisione ha lo scopo di attirare investimenti stranieri e risollevare l’economia.

Il mercato Khan al Harir di Aleppo, il 29 agosto 2021 (Afp)

Siria Lo storico suq di Khan al Harir, uno dei 37 mercati che circondano la famosa cittadella di Aleppo, ha riaperto ufficialmente il 5 settembre, in seguito ai lavori di ristrutturazione per riparare i danni subiti durante la guerra. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco), i combattimenti tra i ribelli e le forze del regime di Bashar al Assad hanno danneggiato circa il 60 per cento della città vecchia di Aleppo, la seconda città più importante della Siria. Cinque anni dopo la riconquista di Aleppo da parte del regime, sessanta negozi a Khan al Harir hanno riaperto, ma molte delle persone che ci lavoravano e animavano il mercato sono ancora in esilio.

Politica Il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid ha presentato il 12 settembre un progetto che punta a migliorare le condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia di Gaza in cambio dell’impegno del movimento Hamas, al potere nel territorio, ad “abbassare le tensioni”. Il piano prevede in una prima fase la riparazione delle linee elettriche, il ripristino delle forniture di gas e la costruzione di un impianto di dissalazione dell’acqua, e in seguito il rafforzamento dei collegamenti tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Israele-Palestina Quattro dei sei detenuti palestinesi evasi la settimana scorsa da un carcere israeliano sono stati catturati. La fuga rocambolesca ha tenuto banco sui mezzi d’informazione e ha diviso l’opinione pubblica in Israele, in Palestina e in tutta la regione. C’è chi ha acclamato “la grande evasione”, come l’ha definita il giornale palestinese Al Ayyam, che secondo Al Araby al Jadid “umilia l’occupazione israeliana”. Su Al Jazeera la scrittrice palestinese Susan Abulhawa scrive che questa storia “dovrebbe ispirare speranza e azione”. I giornali israeliani si sono interrogati sulla necessità d’indagare “le pecche nel sistema” che hanno reso possibile la fuga. La vicenda ha portato l’attenzione anche sulla questione delle condizioni dei prigionieri politici palestinesi in Israele. Più di mille detenuti hanno annunciato uno sciopero della fame per protestare contro la repressione attuata in seguito all’evasione. Al Araby al Jadid denuncia che le carceri israeliane sono “una zona di guerra”. Un’infografica di Al Jazeera sui 4.650 detenuti politici palestinesi in Israele.

Cronaca Un’altra vicenda di cui si è discusso sui mezzi d’informazione israeliani negli ultimi giorni è quella che riguarda Eitan Biran, il bambino di sei anni unico sopravvissuto dell’incidente della funivia del Mottarone avvenuto lo scorso maggio in Piemonte, in cui sono morti anche i suoi genitori. L’11 settembre il nonno materno, l’ex militare dell’esercito israeliano Shmuel Peleg, ha portato in Israele il bambino, che ha la doppia nazionalità ed era stato affidato alla zia paterna che vive a Pavia. La procura della città ha aperto un’indagine per sequestro di persona. Le due famiglie si lanciano accuse reciproche e il Jerusalem Post si chiede se dietro ci sia “una guerra tra sefarditi e aschenaziti”, cioè ebrei discendenti da esuli provenienti dalla penisola iberica o dall’Europa centrale e orientale. Il ramo materno, sefardita, ha rivendicato idee di destra, accusando l’altra parte della famiglia di disprezzarlo per motivi politici.

Arabia Saudita Il governo statunitense ha reso pubblico un documento dell’Fbi finora coperto dal segreto di stato che rafforza i sospetti secondo cui l’Arabia Saudita potrebbe essere implicata negli attentati commessi da Al Qaeda l’11 settembre 2001, senza però fornire le prove di un effettivo coinvolgimento. La nota, diffusa in occasione del ventesimo anniversario degli attacchi, risale all’aprile del 2016 e analizza i legami tra Omar al Bayoumi, un presunto agente saudita in California, e due degli attentatori sauditi che hanno dirottato gli aerei, a cui avrebbe fornito un sostegno logistico. Riyadh ha sempre negato ogni contatto tra il regno e i dirottatori, e l’ha ribadito anche in questa occasione. Tra i 19 esecutori degli attentati, quindici erano di nazionalità saudita.

Geopolitica

Vent’anni dopo
In una settimana in cui si è celebrato il ventennale degli attacchi dell’11 settembre 2001 in molti hanno riflettuto sulle conseguenze che quell’avvenimento ha avuto sul Medio Oriente. La guerra al terrore scatenata dall’amministrazione statunitense contro l’Afghanistan e poi contro l’Iraq ha avuto ripercussioni dirette, e in gran parte negative, sulle popolazioni dei due paesi e sul mondo arabo in generale. Shadi Hamid scrive su Foreign Affairs che in Medio Oriente gli ultimi due decenni sono stati “i più costosi e tragici nella storia contemporanea della regione”. Secondo il ricercatore del Center for Middle East policy del Brookings Institution, “gli attacchi dell’11 settembre hanno mobilitato un’eccezionale quantità di attenzione globale e di azione sul Medio Oriente, in parte radicate in un genuino interesse per la regione e i suoi abitanti, ma motivate soprattutto dalla paura e dalla rabbia. In qualche momento c’è stato spazio per la speranza. Ma è stato breve. Invece di tendere verso la giustizia, l’arco di questa storia recente si è piegato verso la disperazione”.

Anche secondo Rami Khouri la vita nei paesi arabi si è notevolmente deteriorata negli ultimi vent’anni dal punto di vista della libertà, della sicurezza e delle condizioni materiali. In particolare Khouri individua “un ciclo storico di sei tendenze distruttive” che già esistevano nella regione e che “l’era post 11 settembre ha rapidamente e significativamente peggiorato”, gettando le basi per altri anni o decenni di insicurezza e sofferenza. La disuguaglianza tra una minoranza ricca e una maggioranza sempre più povera; il declino dei servizi sociali; l’impotenza politica dei cittadini; il senso di alienazione dallo stato; gli interventi militari stranieri e la colonizzazione illegale delle terre arabe da parte di Israele: sono tutti elementi strutturali precedenti al 2001 ma in seguito alle ingerenze statunitensi sono “andati fuori controllo”. E hanno innescato nuovi pericolosi sviluppi, come la nascita e l’espansione del gruppo Stato islamico, il ritorno dei taliban in Afghanistan, la sopravvivenza di Al Qaeda, il rafforzamento dei regimi autoritari e la riduzione dei diritti umani e della libertà di espressione in molti paesi.

Su The Conversation Tony Walker s’interroga su come cambieranno gli equilibri di potere nella regione ora che l’influenza degli Stati Uniti “si è ridotta a causa della sua malaugurata decisione di invadere l’Iraq prima di completare la missione in Afghanistan”. “La risposta breve è: non lo sappiamo. Tuttavia è chiaro che l’era dell’impegno americano nel volatile Medio Oriente ha fatto il suo corso”.

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Consigli

Da leggere Il 16 settembre esce per Utopia Editore il libro Allah 99, di Hassan Blasim, poeta, regista e scrittore iracheno rifugiato in Finlandia dal 2004 e in passato ospite al festival di Internazionale a Ferrara. La traduzione è di Barbara Teresi. Anche il protagonista del libro, Hassan Owl, è un iracheno che vive in esilio in Finlandia, e raccoglie nel suo blog Allah 99 – un riferimento al numero dei nomi che il Corano attribuisce alla divinità islamica – novantanove interviste a persone le cui vite sono segnate dalla guerra, dalla povertà e dall’emigrazione. A queste storie s’intrecciano le riflessioni tra Owl e un’enigmatica traduttrice sull’arte e sulla letteratura. Sullo sfondo c’è un Iraq devastato dal fanatismo e dalle lotte intestine.

Da ascoltare Un’inchiesta sulla crisi del captagon, una droga molto diffusa in Medio Oriente, di Beyond the Headlines, il podcast del quotidiano emiratino The National. Secondo gli esperti oggi il captagon, diventato popolare nei primi anni della guerra siriana perché usato dai combattenti per non sentire la paura e la fatica, è la droga più diffusa nella penisola arabica. Conducendo indagini in sei paesi per mesi, i reporter di Beyond the Headlines hanno seguito il percorso della sostanza dai produttori siriani ai trafficanti libanesi fino alle dogane di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, “svelando un gioco del gatto e del topo che sta danneggiando migliaia di persone nella regione e arricchendo signori della guerra e criminali”.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale Nell’inserto sul festival di Internazionale a Ferrara si parla del dissidente siriano Yassin al Haj Saleh, uno degli ospiti dell’edizione di quest’anno.

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