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30 giugno 2021

Mediorientale

La newsletter sul Medio Oriente a cura di Francesca Gnetti

Il caso di Evyatar “Siamo pionieri sionisti in prima fila per tutto il popolo ebraico”, assicura al quotidiano Haaretz Yehuda Ben David, 24 anni, arrivato a Evyatar insieme alla moglie all’inizio di giugno. “Abbiamo scalato con successo un altro gradino nella costruzione della terra d’Israele”, esulta parlando con il Jerusalem Post Daniella Weiss, una leader del movimento dei coloni e tra le prime a stabilirsi su questa cima del monte Sabih, in Cisgiordania. I coloni sono arrivati il 3 maggio 2021 portando con sé poche cose: qualche casa mobile, materiali da costruzione, le immancabili bandiere con la stella di David. L’insediamento, chiamato così in memoria di Evyatar Borovsky, pugnalato a morte da un palestinese nel 2013, è cresciuto velocemente durante il conflitto contro Hamas nella Striscia di Gaza e i disordini in Israele. I coloni hanno costruito case, trasportato mobili, pavimentato strade ed eretto cartelli. E hanno chiamato l’esercito a proteggerli.

Da chi? Dagli abitanti dei vicini villaggi palestinesi, Beita e Yatma, sulle cui terre sorge l’insediamento, che è illegale non solo in base al diritto internazionale ma anche alla legge israeliana. I palestinesi della zona hanno organizzato proteste quotidiane, durante le quali quattro di loro sono stati uccisi e molti feriti, e hanno sperimentato nuove tecniche di resistenza e di disturbo. Il caso di Evyatar ha tenuto impegnato il governo israeliano nelle ultime settimane. Molti osservatori l’hanno considerato un test per la coalizione che ha allontanato dal potere Benjamin Netanyahu a metà giugno ed è composta da formazioni con visioni opposte sulla questione: Naftali Bennet, il primo ministro ultranazionalista, è un sostenitore dei coloni, mentre i partiti di sinistra e arabi si oppongono agli insediamenti. Nel mezzo una serie di esponenti di vari gruppi e correnti che chiedono vagamente il rispetto della legge.

La soluzione trovata dal governo è stata un compromesso che, secondo il giornalista di Haaretz Amos Harel, è in realtà “una resa ai coloni della Cisgiordania”. In base all’accordo le cinquanta famiglie ebree hanno ricevuto un ordine di evacuazione il 27 giugno, ma le loro case resteranno sul posto e saranno usate come base militare e come scuola ebraica in attesa che lo stato riconsideri i diritti di proprietà sui terreni. “Ci vorranno molti anni prima che gli abitanti palestinesi dei villaggi vicini saranno in grado di tornare nelle terre su cui Evyatar è stato costruito, se mai riusciranno a farlo”, commenta Harel. “In questo senso, il furto di terra dei coloni è completo”.

L’insediamento di Evyatar, 26 giugno 2021 (A​mit Elkayam, The New York Times​/Contrasto)

La collera dei palestinesi In Palestina la settimana è stata calda anche sul fronte interno. Migliaia di persone sono scese in piazza per tre giorni in seguito alla morte il 24 giugno dell’attivista palestinese per i diritti umani Nizar Banat, 43 anni, che era stato arrestato dalle forze di sicurezza palestinesi vicino a Hebron. Il medico legale ha rilevato ferite alla testa, al petto, al collo, alle gambe e alle mani. Banat aveva più volte denunciato la corruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), contro cui si è rivolta la rabbia dei manifestanti. A essere criticato è soprattutto il presidente Abu Mazen, colpevole di aver cancellato le elezioni generali previste per maggio, le prime in quindici anni.

Su The Palestine Chronicle Iqbal Jassat parla di un “regime dittatoriale e deludente”, segnato dalle violazioni dei diritti umani, dalla repressione del dissenso e dagli scandali di corruzione, che hanno portato a un crollo della fiducia e del sostegno della popolazione. Secondo un sondaggio condotto dal Palestinian center for policy and survey research tra il 9 e il 12 giugno su 1.200 palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, il consenso nei confronti di Abu Mazen ha toccato un nuovo record negativo, mentre la popolarità di Hamas si è rafforzata. Per Al Quds al Arabi “la morte di Banat è un crimine politico e l’Autorità palestinese non sembra comprendere la collera popolare che ha provocato”. Il giornale panarabo sottolinea anche che l’Anp dovrebbe evitare le “pratiche usate dai regimi arabi autoritari che si sono alleati con il nemico” israeliano. Un riferimento ai paesi del Golfo che nell’ultimo anno hanno normalizzato le loro relazioni con Israele.

A questo proposito, il ministro degli esteri israeliano, Yair Lapid, è arrivato negli Emirati Arabi Uniti il 29 giugno, nella prima visita ufficiale di un esponente del governo dello stato ebraico dalla firma degli accordi di normalizzazione nel settembre del 2020. Lapid ha inaugurato la prima ambasciata d’Israele nel Golfo, ad Abu Dhabi, e il consolato a Dubai. Nelle stesse ore, a Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno demolito un negozio – secondo loro costruito senza permesso – nel quartiere di Silwan, dove 1.500 abitanti rischiano che le loro case siano rase al suolo per fare spazio a un parco archeologico israeliano. Il termine fissato dalle autorità israeliane per la demolizione delle case palestinesi è scaduto il 27 giugno, ma gli abitanti di Silwan hanno ottenuto la solidarietà internazionale, con molte organizzazioni che chiedono la sospensione delle demolizioni. Le forze israeliane hanno usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere i manifestanti.

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Attualità

Diritti Un rapporto pubblicato da Save the Children il 25 giugno denuncia che in Medio Oriente e in Nordafrica le ragazze e le bambine corrono un grande rischio di essere costrette a contrarre matrimoni temporanei a causa dell’aumento della povertà, dei trasferimenti forzati e della pandemia. In paesi come il Libano, l’Egitto, la Turchia e l’Iran spesso si usano delle falle nella legislazione contro i matrimoni minorili per costringere le bambine a sposarsi per brevi periodi (anche poche settimane) con uomini più vecchi di loro o con turisti stranieri, in cambio di soldi. Married by exception: Child marriage policies in Mena è stato diffuso alla vigilia del Generation equality forum, un incontro internazionale sull’uguaglianza di genere che si svolge a Parigi dal 30 giugno al 2 luglio.

Siria-Iraq Il 27 giugno l’aviazione statunitense ha condotto alcuni raid contro le milizie sostenute dall’Iran alla frontiera tra l’Iraq e la Siria, uccidendo almeno cinque persone. Secondo il Pentagono sono stati colpiti centri operativi e depositi di armi in due località in Siria e una in Iraq. I raid sono stati decisi in risposta a una serie di attacchi con droni contro obiettivi statunitensi in Iraq. È il secondo attacco contro le milizie vicine a Teheran autorizzato dal presidente Joe Biden da quando è entrato in carica a gennaio.

Paleoantropologia Un gruppo di antropologi dell’università di Tel Aviv ha annunciato il 24 giugno di aver identificato una nuova specie di umano preistorico che ha vissuto a fianco della nostra più di centomila anni fa. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Science, gli studiosi l’hanno nominato Homo di Nesher Ramla. I resti, che consistono in parte di un cranio e di una mascella, sono stati scoperti vicino alla città di Ramla, in Israele, e apparterrebbero a uno degli ultimi sopravvissuti di un gruppo umano molto antico. Hila May, dell’università di Tel Aviv, ha detto alla Bbc che la scoperta “potrebbe riscrivere la storia dell’evoluzione umana, in particolare la nostra idea di come è emerso l’uomo di Neanderthal”, la cui evoluzione è sempre stata strettamente legata all’Europa.

Libano Le conseguenze dell’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, in termini di perdita di case e di posti di lavoro, sono state particolarmente devastanti per la comunità queer, ha denunciato un rapporto dell’ong Oxfam pubblicato il 23 giugno. Il 40 per cento delle 101 persone intervistate che s’identificano come lgbt+ e vivono nei quartieri più colpiti dall’esplosione hanno riferito che le loro condizioni di vita sono molto peggiorate. Intanto il paese continua a sprofondare nella crisi economica. A causa della svalutazione record della moneta locale, il 26 giugno alcuni manifestanti hanno preso d’assalto le agenzie della Banca centrale a Tripoli, nel nord del paese, e a Sidone, nel sud. Le mobilitazioni sono continuate in tutto il paese nei giorni successivi.

Diplomazia Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, il primo ministro iracheno Mustafa al Kadhimi e il re di Giordania Abdallah II si sono incontrati il 27 giugno a Baghdad, nella prima visita di un capo di stato egiziano in Iraq dall’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990. Il summit s’inserisce all’interno di un meccanismo di cooperazione tripartita avviato per la prima volta nel marzo del 2019 al Cairo. I tre leader hanno discusso diverse questioni d’interesse regionale, dando priorità alla cooperazione economica e alla lotta contro il terrorismo.

Pandemia Il ministero della salute dell’Oman ha reso noto il 27 giugno che nei tre giorni precedenti il paese ha registrato 5.517 nuovi casi di covid-19, un numero record di contagi da quando il virus si è diffuso nel sultanato. Nello stesso periodo sono morte 119 persone. Finora, secondo i dati della Johns Hopkins University, in Oman sono stati registrati in tutto 266mila contagi e più di tremila morti. Intanto in Israele si sta diffondendo il panico per la quarta ondata della pandemia, soprattutto a causa della variante delta del virus. Il 25 giugno è stato reintrodotto l’obbligo, eliminato dieci giorni prima, d’indossare la mascherina nei luoghi pubblici chiusi. Lo stesso giorno il leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha ricevuto la dose di un vaccino prodotto dalla Repubblica islamica, ha riferito la tv di stato.

Siria Si avvicina il voto al Consiglio di sicurezza dell’Onu che potrebbe chiudere il valico di frontiera di Bab al Hawa, tra Turchia e Siria, l’ultimo a garantire il passaggio di aiuti umanitari per i 4,4 milioni di sfollati nelle zone controllate dall’opposizione nel nordovest del paese. La Russia e la Cina probabilmente voteranno contro il rinnovo dell’autorizzazione al corridoio umanitario, che scade il 10 luglio. Mosca, alleata del regime di Bashar al Assad, vorrebbe chiudere il valico e far passare il flusso degli aiuti attraverso Damasco. Ne parlano un editoriale di The National e un approfondimento di Enab Baladi.

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Una buona notizia

Due attiviste saudite liberate
L’Arabia Saudita ha liberato due attiviste per i diritti delle donne in carcere da quasi tre anni. L’ha confermato su twitter l’ong Alqst il 27 giugno. Samar Badawi e Nassima al Sadah erano state arrestate nell’agosto del 2018 con accuse legate alla sicurezza nazionale insieme a una decina di altre attiviste, durante un’ondata di repressione delle autorità. La maggior parte di loro aveva partecipato a una campagna a favore del diritto delle donne a guidare e della fine del sistema di tutela maschile.

Amnesty international ha fatto appello al re Salman perché annulli il divieto di lasciare il paese imposto a Badawi, Al Sadah e ad altre attiviste liberate, tra cui Loujain al Hathloul, scarcerata il 10 febbraio. Raif Badawi, fratello di Samar, resta in prigione: è stato condannato a dieci anni nel 2014 per aver “insultato l’islam” sul suo blog.

Persone

Hind al Eryani durante una conferenza Ted ad Aden, nello Yemen, nel 2013 (Ted)

Hind al Eryani
Fino a una certa età Hind al Eryani ha seguito il destino segnato per le giovani nella società yemenita: si è sposata a vent’anni con un uomo che aveva visto due volte e che non amava, ha avuto una figlia, ha rinunciato a studiare, a lavorare e a guidare perché il marito era contrario. Ma poi ha deciso di prendere in mano la sua vita, ha rinunciato a tutti i suoi diritti ottenendo in cambio il divorzio, si è trasferita con la famiglia di origine in Libano, poi è andata in Turchia e infine in Svezia. Oggi, a 42 anni, Al Eryani è una giornalista e attivista, una delle principali voci in difesa dei diritti delle donne e della comunità lgbt+ del suo paese. I suoi articoli contribuiscono a far luce sui problemi che devono affrontare e con il suo aiuto diverse persone vulnerabili sono riuscite a lasciare lo Yemen e a trovare rifugio all’estero.

L’impegno di Hind al Eryani risale all’epoca in cui lavorava come giornalista a Beirut. Prima è riuscita a far licenziare un reporter dell’agenzia di stampa britannica Reuters che lavorava anche per l’ufficio dell’allora presidente yemenita Ali Abdullah Saleh. Poi ha lanciato una campagna contro il qat, una droga molto consumata nel paese. Nel 2016, mentre ormai lo Yemen sprofondava nella guerra, da Istanbul Al Eryani ha partecipato al Patto delle donne yemenite per la pace e la sicurezza, una piattaforma promossa dall’Onu per migliorare la condizione delle donne nel paese e aumentare la loro partecipazione al processo di pace. Nei suoi articoli e sui social network si scaglia contro diversi leader religiosi che incolpano le donne per le violenze che subiscono, e viene spesso insultata e accusata di voler distruggere la società yemenita.

Ma il polverone più grande l’ha sollevato scrivendo l’articolo intitolato “Perché temere gli omosessuali”, pubblicato sul sito di radio Monte Carlo Doualiya, dove Al Eryani conduce una trasmissione settimanale. Il pezzo denuncia le incomprensioni e i pregiudizi delle società arabe nei confronti dell’omosessualità, dopo che l’elezione nel dicembre del 2019 della prima ministra finlandese Sanna Marin, cresciuta da una coppia lesbica, aveva scatenato le critiche di molti utenti arabi sui social network. Da quel momento Al Eryani si batte per sensibilizzare il mondo sulla sorte della comunità lgbt+ nello Yemen. Grazie anche alla sua attività, nel 2020 l’Onu ha deciso di preparare un rapporto sulle discriminazioni, le violenze e le incarcerazioni che gay, lesbiche e persone transgender subiscono nel paese.

Consigli

Da leggere Dal 20 giugno è disponibile nelle librerie Libertà: casa, prigione, esilio, il mondo, un saggio del dissidente siriano Yassin al Haj Saleh, pubblicato dalla casa editrice indipendente Terre Somnia Editore, nella collana Nuoveterre. La traduzione è di Monica Ruocco, che insegna lingua e letteratura araba all’università L’Orientale di Napoli.

Da ascoltare In un episodio del podcast L’Heure du monde, il corrispondente di Le Monde a Beirut Benjamin Barthe racconta il declino del Libano negli ultimi anni. La crisi finanziaria scoppiata nel 2019 ha messo in evidenza la cattiva gestione e la corruzione delle autorità, spingendo la popolazione a lanciare una mobilitazione contro il governo a ottobre. A questo si sono aggiunti nel 2020 la pandemia di covid-19 e l’esplosione al porto di Beirut. Oggi il paese, senza un governo pienamente funzionante da agosto, rischia di sprofondare nella miseria.

Questa settimana su Internazionale

Sul sito Zuhair al Jezairy sulle madri dei manifestanti uccisi che chiedono giustizia. Pierre Haski racconta l’intifada interna contro l’Autorità Nazionale Palestinese. Amira Hass ricostruisce l’uccisione di quattro palestinesi durante le proteste contro l’insediamento di Evyatar. Un video sulla strada di Gaza in cui sono stati uccisi 43 civili in un bombardamento israeliano il mese scorso.

Sul settimanale Due pagine di attualità con un’analisi sulla vittoria di Ebrahim Raisi in Iran da L’Orient-Le Jour e i commenti della stampa conservatrice, riformista e della diaspora.

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