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22 luglio 2021

Africana

La newsletter sull’Africa a cura di Francesca Sibani

Lo scrittore keniano Troy Onyango, 16 giugno 2021 (Brian Otieno, The New York Times/Contrasto). 

Cortocircuiti letterari Negli ultimi tempi in Africa sono nate nuove e interessanti riviste letterarie che cercano di promuovere gli scrittori del continente. Mi aveva molto incuriosito il lancio di Doek!, il primo magazine di letteratura della Namibia. La testata, si legge sul sito, riprende il nome del tipico foulard usato dalle donne del posto, ma è anche un’abbreviazione della capitale Windhoek. I suoi fondatori, Mutaleni Nadimi e Rémy Ngamije, spiegano di aver voluto emulare altre pubblicazioni come AFREADA, Bakwa Magazine, Brittle Paper, Chimurenga, Jalada, The Johannesburg Review of Books, Kalahari Review e Lolwe. Alcune sono riviste affermate e in circolazione da tempo, altre sono agli esordi.

Il giornale keniano Lolwe, per esempio, è arrivato al terzo numero, ma ha già un discreto seguito. La terza uscita comprende un bel racconto di Ngamije, The giver of nicknames, che è recentemente entrato nella shortlist del prestigioso Caine prize for African writing (i premi saranno annunciati il 26 luglio). Tra gli altri finalisti in concorso c’è Troy Onyango, il direttore di una nuova rivista culturale keniana, Lolwe, con un racconto pubblicato – con uno strano cortocircuito – su Doek!. Onyango ha raccontato al giornalista del New York Times Abdi Latif Dahir di essersi a lungo lamentato della carenza di riviste e pubblicazioni culturali dedicate a scrittori, poeti e fotografi neri. Ed è stato con questo pensiero che ha creato Lolwe (la testata è il nome del lago Vittoria nella lingua luo).

Un altro titolo interessante è Open Country Magazine, dalla Nigeria, su cui ho letto un lungo articolo sull’esperienza di un’altra rivista culturale, questa volta del Camerun: Bakwa Magazine, diretta da Dzekashu McViban. Il giornale viene definito “l’unica pubblicazione letteraria anglofona in un panorama prevalentemente francofono”. Con questa breve panoramica spero di aver solleticato la vostra curiosità, invitandovi a esplorare e a leggere i nuovi scrittori africani.

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Dopo le rivolte sudafricane Le violente proteste cominciate il 9 luglio, due giorni dopo l’incarcerazione dell’ex presidente Jacob Zuma per un’accusa di oltraggio alla corte, e durate più di una settimana hanno causato 215 morti. Almeno 2.500 persone sono state arrestate, in gran parte per aver saccheggiato negozi e centri commerciali nelle province del Gauteng e del KwaZulu-Natal. Il governo ha mandato i soldati nelle strade. La società di consulenza Intellidex stima che i danni all’economia siano di circa tre miliardi di euro. La popolazione è stata inoltre avvertita di possibili penurie di carburante e generi alimentari. Nelle due province si sono fermate le vaccinazioni anticovid e più di novanta farmacie, che partecipavano alla campagna d’immunizzazione, sono chiuse perché hanno subìto saccheggi. Sei persone sono state arrestate per aver istigato le violenze: tra loro, il noto dj radiofonico Ngizwe Mchunu. Il 19 luglio è ripreso il processo contro Zuma per un’accusa di corruzione riguardante una compravendita di armi di vent’anni fa. Il processo è stato aggiornato al 10 agosto e l’udienza si è svolta online per evitare lo scoppio di nuove violenze.

Nel mirino di Pegasus Un tribunale di Casablanca ha condannato il 19 luglio il giornalista e attivista per i diritti umani Omar Radi a sei anni di prigione per spionaggio e violenza sessuale. Radi, 35 anni, è in stato di carcerazione preventiva da un anno e sostiene di essere ingiustamente perseguito per le sue critiche al regime marocchino. L’inchiesta per spionaggio era stata aperta alla fine di giugno del 2020 dopo la pubblicazione di un rapporto di Amnesty international in cui si affermava che il telefono di Radi era stato controllato con il software spia Pegasus. Il governo marocchino smentisce di aver usato questo spyware prodotto dall’azienda israeliana Nso, che oggi è al centro di una grande inchiesta realizzata da un consorzio di mezzi d’informazione internazionali. In realtà, secondo le recenti rivelazioni, il Marocco avrebbe sorvegliato numerosi giornalisti, tra cui Taoufik Bouachrine, l’ex direttore del quotidiano indipendente Akhbar al Yaoum, e Hamid al Mahdaoui, fondatore del sito Badil, in carcere dal 2018 per aver partecipato al movimento di protesta del Rif. Sono stati spiati anche dei giornalisti francesi, tra cui Edwy Plenel, il direttore di Mediapart, e l’ex corrispondente dell’Afp Omar Brouksy. 

La terza ondata “Molti paesi in Africa stanno affrontando una terza ondata di covid-19, più ampia e più gravosa per i sistemi sanitari delle precedenti. Questa situazione prevedibile è dovuta a una riprovevole mancanza di vaccini”, scrive la rivista scientifica The Lancet. Meno dell’1 per cento degli africani ha ricevuto le dosi necessarie di vaccino. Intanto la variante delta del virus si è diffusa in 21 paesi e sta diventando dominante in Sudafrica, che resta uno dei paesi del continente dove la situazione è più grave. Da un mese e mezzo anche il numero dei morti continua a salire in modo costante: secondo i dati dell’Oms, nella settimana dal 5 all’11 luglio è aumentato del 43 per cento rispetto ai sette giorni precedenti. Dall’inizio della pandemia in Africa sono stati registrati 6,2 milioni di contagi e quasi 159mila decessi. Oltre il Sudafrica, tra i paesi più colpiti ci sono la Tunisia, la Namibia e la Libia.

E poi:

  • L’attivista ambientalista Joannah Stutchbury è stata uccisa il 15 luglio vicino alla sua abitazione in Kenya. Si batteva da anni per la salvaguardia della foresta di Kiambu, a pochi chilometri da Nairobi. Il quotidiano keniano The Standard pubblica un articolo in suo ricordo e si chiede chi siano i mandanti. 
  • Il 19 luglio l’Etiopia ha annunciato di aver terminato la seconda fase del riempimento del bacino della diga Gran ethiopian renaissance, che ora è pronta a entrare in funzione. Il 18 luglio i ribelli del Tigrai avevano affermato di aver condotto un’operazione contro le forze governative nella regione di Afar, nel nord del paese.
  • In Mali il presidente della transizione Assimi Goita è scampato a un tentato omicidio il 20 luglio nella Grande moschea di Bamako, dove è stato assalito da un uomo armato di coltello.

Società

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir a Juba, nel 2015 (Ashley Hamer, Afp).

Look presidenziali “Cosa dice lo stile di un capo di stato della sua politica?”, si chiede il giornalista ugandese Eric Mwine-Mugaju su The Continent, in un articolo che esamina le scelte sartoriali di alcuni presidenti famosi della storia africana. Parte dall’ex leader zambiano Kenneth Kaunda, recentemente scomparso, diventato “un’improbabile icona di stile” per il suo completo con giacca a maniche corte e doppio taschino, e pantaloni in tinta: un capo di abbigliamento ispirato a Mao Zedong, con il quale aveva un’affinità anche ideologica. Il presidente keniano Jomo Kenyatta portava sempre con sé uno scacciamosche, segno di autorità presso i masai. Le coccarde e le medaglie sfoggiate dal dittatore centrafricano Jean-Bédel Bokassa, invece, fecero tanta presa sull’autocrate ugandese Idi Amin, che quest’ultimo decise di non poterne fare a meno. In tempi più recenti, il presidente sudsudanese Salva Kiir non si mostra mai in pubblico senza il suo cappello da cowboy, regalo dell’ex presidente statunitense George W. Bush. Segno di un’alleanza indistruttibile o forse del fatto che Kiir possiede la più grande mandria del paese?

  • Sempre per la serie delle curiosità panafricane, Jeune Afrique pubblica un articolo sui nomi delle monete del continente. A parte il noto franco Cfa (che nacque come valuta delle “colonie francesi in Africa”), da dove vengono termini come metical (Mozambico), cedi (Ghana), nakfa (Eritrea), birr (Etiopia), rand (Sudafrica), pula (Botswana)? Alcuni indicano cose preziose, come le conchiglie cauri in Ghana o la pioggia in Botswana, o perfino il nome della città dove lesercito eritreo riportò una famosa vittoria. Altri, come il birr, indicano l’argento (in questo caso, in amarico). Il metical viene invece dall’unità di misura araba mithqal (4,25 grammi).

Da leggere

  • Il realismo magico del romanzo storico di Wayétu Moore She would be king ben si sposa con la storia della fondazione della Liberia. In questo paese s’intrecciano le storie di tre persone dotate di poteri speciali: Gbessa è una giovane del popolo nativo vai, ripudiata dalla sua comunità, che non può morire; June Dey è nato in America tra gli schiavi e ha una forza straordinaria; Norman Aragon viene dalla Giamaica, è figlio di uno studioso britannico e di una maroon, e può sparire a suo piacimento. Un romanzo avvincente e piacevole, che racconta la storia degli schiavi africani da un nuovo punto di vista.

  • Esce oggi Le stazioni della luna, il nuovo romanzo ambientato tra Italia e Somalia di Ubah Cristina Ali Farah per 66thand2nd. Non ho ancora avuto modo di vederlo, ma scrittrice e casa editrice sono una certezza. 

Questa settimana su Internazionale

  • Sul settimanale pubblichiamo un articolo del sito sudafricano New Frame sulle rivolte e i saccheggi che hanno sconvolto il Sudafrica, e un ritratto di Pathé’O, lo stilista burkinabé diventato famoso per le camicie che disegnò per Nelson Mandela.
  • Sul sito abbiamo pubblicato due articoli di Pierre Haski, uno sul Sudafrica e uno sull’emergenza covid in Tunisia; e un’analisi di Annalisa Camilli sui finanziamenti italiani alla guardia costiera libica.

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Africana va in vacanza, tornerà il 2 settembre. Buona estate!

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