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22 aprile 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

Shanghai, Cina, 18 aprile 2022 (Zhu Difeng, Vcg/Getty Images)

Capitalismo e libertà in Cina
A marzo in Cina i consumi sono calati ed è aumentata la disoccupazione a causa delle severe restrizioni imposte dal governo a Shanghai e in altre città per contenere la diffusione del covid-19. L’aumento dei contagi costringe in quarantena milioni di persone, producendo danni notevoli all’economia e alla società in generale. Le vendite al dettaglio sono diminuite del 3,5 per cento rispetto al marzo del 2021 (è la prima volta dal luglio del 2020). La disoccupazione è invece salita al 5,8 per cento, il livello più alto dal maggio di due anni fa. Nei primi tre mesi del 2022, inoltre, l’intera economia cinese è cresciuta del 4,8 per cento, un dato superiore alle previsioni degli esperti ma a un ritmo più lento rispetto allo stesso periodo del 2021. A Shanghai, una metropoli che ha 25 milioni di abitanti, la carenza di prodotti alimentari ha costretto alcune persone a ricorrere al baratto. Sono esplose proteste, che la censura di regime non riesce a tenere nascoste: su internet i cittadini mettono apertamente in discussione le misure del governo e protestano contro la narrativa di Pechino, che enfatizza la necessità di tutelare il bene comune.

Nonostante tutto, il presidente Xi Jinping ripete che il governo non intende fare alcun passo indietro rispetto alla politica “zero covid”, le severe restrizioni decise per contenere e, se possibile, azzerare i contagi di covid-19. Questo fa pensare che nelle prossime settimane i lockdown non diminuiranno, anche a costo che Pechino manchi l’obiettivo di crescita fissato per il 2022: il 5,5 per cento. A meno che lo stato non apra il cordone della borsa per finanziare gigantesche opere pubbliche, forse in molti casi inutili ma buone per far alzare il pil. Una soluzione adottata con successo in passato.

La politica zero covid cinese, tuttavia, deve far riflettere sui limiti del cosiddetto capitalismo autoritario. Davvero un’economia di mercato può essere conciliata con una forma di governo dittatoriale? Probabilmente il connubio può reggere a due condizioni: innanzitutto che l’economia vada bene e poi che l’iniziativa imprenditoriale non tracimi nella sfera politica e sociale, spingendo all’emancipazione dell’individuo. Un regime come quello cinese (ma per molti versi il ragionamento può essere esteso alla Russia) si basa sul controllo assoluto della società, dove solo lo stato sa quello che è bene per i cittadini. Quest’assunto sembra inattaccabile finché l’economia cresce garantendo un buon welfare, sia pure senza libertà. I limiti vengono fuori quando ci sono i problemi: una società davvero libera, con tutte le sue imperfezioni, si mette in discussione e il dibattito pubblico permette di trovare soluzioni e anche nuovi governanti; in una società chiusa non è possibile che lo stato sia in qualche modo responsabile. Nel caso della politica contro il covid, Pechino difficilmente ammetterà che forse qualcosa va cambiato (e che magari bisogna cercare di convivere con il virus), anche a costo di continuare a rinchiudere in casa milioni di cittadini. Un altro esempio dell’incompatibilità tra un’economia di mercato e i regimi autoritari è la recente guerra sferrata dalle autorità cinesi al settore dell’alta tecnologia. Negli ultimi due anni quest’industria, colpita da un’ondata di inchieste antitrust e leggi restrittive, è stata nettamente ridimensionata. I suoi protagonisti legati alle attività su internet, come il colosso del commercio online Alibaba, hanno perso valore. Eppure si tratta di un settore ricco, in forte crescita e altamente dinamico e innovativo. Anche qui entra in gioco il controllo assoluto alla base di un regime autoritario: Pechino si è resa conto che è quasi impossibile dominare tutto ciò che nasce su internet, non solo perché si basa su aziende che rischiano di diventare troppo potenti ma soprattutto perché la rete offre servizi e strumenti (dalle banche online fino alle semplici chat sui social network) che emancipano i cittadini, facendogli scoprire la libertà d’espressione.

Russia

Il peso delle sanzioni
L’economia russa non può vivere in eterno delle sue riserve valutarie, ma deve cambiare per adattarsi alle sanzioni internazionali. Lo ha dichiarato il 18 aprile Elvira Nabiullina, la governatrice della banca centrale russa, in un intervento alla Duma, la camera bassa del parlamento, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. La ricerca di nuovi modelli dovrebbe cominciare già questa primavera o al massimo in estate. Finora, ha aggiunto Nabiullina, le sanzioni hanno avuto effetti soprattutto nel mercato finanziario, “ma si faranno sentire sempre di più nell’economia reale”. I problemi principali potrebbero arrivare dalle restrizioni alle importazioni e dalle difficili condizioni della logistica nel commercio estero. Anche i limiti alle esportazioni dovrebbero cominciare a produrre effetti negativi. Praticamente ogni prodotto fabbricato in Russia, ha dichiarato la governatrice, dipende da componenti importate. In queste settimane le aziende sono andate avanti facendo leva sulle scorte di magazzino, ma a breve potrebbero essere costrette a procurarsi da sole alcuni prodotti. Non bisogna trascurare infine l’inflazione, che ora è al 17,5 per cento, il valore più alto del 2002, e che secondo Nabiullina non tornerà a valori accettabili (l’obiettivo è il 4 per cento) prima di due anni.

Le sue parole, scrive il New York Times, confermano le previsioni di molti esperti, secondo i quali quest’anno l’economia russa dovrebbe registrare un crollo del 10-15 per cento, e smentiscono Vladimir Putin, convinto (almeno così fa credere ai cittadini russi) che il paese stia reggendo bene il peso delle sanzioni occidentali. Anche il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin la pensa come Nabiullina. Il primo cittadino della capitale russa ha dichiarato che nella città sono a rischio duecentomila posti di lavoro. Sobjanin ha annunciato un programma da quaranta milioni di dollari per aiutare le persone licenziate dalle aziende straniere a trovare un nuovo lavoro. Secondo il sindaco, molte di loro potrebbero essere reimpiegate nei parchi e in altri servizi pubblici.

Regno Unito

Opportunità nei Paesi Bassi
Il governo britannico è in cerca delle nuove opportunità aperte dalla Brexit, ma qualcuno sembra averne scoperta una grossa fuori dal Regno Unito, per la precisione nei Paesi Bassi, scrive il Financial Times. Si tratta dei proprietari olandesi di magazzini per merci, che accolgono numerose aziende britanniche in fuga dai problemi burocratici e doganali provocati dall’uscita dall’Unione europea. Secondo l’agenzia governativa Invest in Holland, negli ultimi cinque anni più di novanta investitori hanno costruito o affittato magazzini. L’idea piace agli esportatori britannici, a cui costa meno tempo e denaro spostare le merci nei Paesi Bassi invece che spedire singoli prodotti nell’Unione europea.

Huboo, un’azienda di logistica con sede a Bristol, guardava inizialmente alla Germania, ma la pandemia e le procedure burocratiche rendevano difficile il progetto. Così si è spostata nei Paesi Bassi, a Eindhoven, dove nel giugno del 2021 ha aperto una struttura di 32mila metri quadrati che dà lavoro a quaranta persone e offre servizi a più trecento aziende. Martin Bysh, l’amministratore delegato di Huboo, ha dichiarato che molti imprenditori britannici si stanno adattando al nuovo sistema. Ora l’azienda vuole rafforzare la sua presenza nei Paesi Bassi e aprire centri anche in Spagna e in Germania. Huboo ha anche lanciato un nuovo servizio per i clienti britannici: possono mettere in vendita i loro prodotti direttamente con prezzi in euro su Bol.com, un grande negozio online olandese.

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Numeri

107

Le Nazioni Unite avvertono che l’aumento dei prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari, aggravato dall’aggressione della Russia all’Ucraina, rischia di peggiorare le condizioni già precarie delle persone che vivono nell’Africa occidentale. Lo stesso vale per il resto del mondo, osserva il quotidiano tedesco Die Tageszeitung. Secondo il Palazzo di vetro, nell’ultimo anno i prezzi dei cereali sono cresciuti del 34 per cento a livello globale. Il rincaro dei fertilizzanti, inoltre, quest’anno potrebbe dimezzare i raccolti. Sono a rischio circa 1,7 miliardi di persone in 107 paesi. Molti stati potrebbero affrontare anche una crisi finanziaria, perché l’aumento dei prezzi dell’energia colpisce duramente economie povere già molto indebitate.

Giappone

Aziende senza eredi
Nei prossimi anni in Giappone decine di migliaia di aziende potrebbero chiudere perché i loro proprietari non riescono a trovare un successore a cui affidare la guida. Secondo i dati ufficiali, scrive il Financial Times, i giapponesi che oggi hanno 69 anni costituiscono il gruppo che comprende più imprenditori, mentre più di quarantamila piccole imprese sono alla ricerca di un successore. “Da tempo la demografia rappresenta un problema per l’economia giapponese, costretta a far fronte al calo e all’invecchiamento della popolazione. Ma la carenza di eredi per le aziende è un tema largamente ignorato”, scrive il quotidiano finanziario britannico. Due anni di pandemia hanno aggravato la situazione: molti proprietari che hanno superato i settant’anni hanno deciso di accelerare i piani per cedere il controllo della loro azienda o semplicemente chiuderla per sempre.

La conseguenza potrebbe essere la sparizione di un’enorme patrimonio imprenditoriale in un paese la cui cultura è profondamente legata all’attività delle sue aziende. Questa prospettiva sta creando anche forti fratture generazionali. “I giovani giapponesi”, osserva il Financial Times, “sono motivo di orgoglio per i loro genitori, ma in una cultura che enfatizza l’unità della famiglia la loro scelta di voltare le spalle alle aziende di casa sta creando tensioni. Molti giovani si trasferiscono nelle grandi città e non hanno alcun interesse a occuparsi delle fabbriche o dei negozi dei genitori nelle località d’origine, che cominciano a spopolarsi”. E quando lo fanno, spesso si scontrano con una mentalità conservatrice. Negli ultimi anni sui mezzi d’informazione giapponesi è andato in scena un vero e proprio dramma famigliare che ha coinvolto Katsuhisa Otsuka, fondatore della Otsuka Kagu, una grande catena di negozi d’arredamento. Nel 2015 l’imprenditore ha cercato di cacciare la figlia Kumiko dall’azienda, dove ricopriva la carica di presidente, perché aveva allargato (con successo) la clientela dei negozi lanciando prodotti più economici con cui affrontare la concorrenza di rivali come la svedese Ikea. Da sempre, invece, il padre puntava solo alla vendita di prodotti di qualità ma costosi. Alla fine Kumiko era stata richiamata alla Otsuka Kagu, ma nel 2021 l’azienda, a causa di un rapido declino, è stata costretta a fondersi con la Yamada Denki, una catena di negozi di elettronica.

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