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4 marzo 2022

Economica

La newsletter su economia e lavoro a cura di Alessandro Lubello

Mosca, Russia, 28 febbraio 2022. Monitor con la quotazione del rublo davanti a un ufficio di cambio (Andrey Rudakov, Bloomberg/Getty Images)

Un salto nel buio
L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto scattare una serie di sanzioni finanziarie senza precedenti contro il regime di Mosca. Il 27 febbraio gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno deciso di rimuovere alcune banche russe dal Swift, il sistema di messaggistica usato per comunicare i dettagli dei pagamenti transfrontalieri tra le banche. Gli istituti di credito colpiti sono la Otkritie Bank, la Novikombank, la Promsvyazbank, la banca Rossiya, la Sovcombank, la 
Vnesheconombank (Veb) e la Vtb Bank. Nella lista, tuttavia, non ci sono la Sberbank, la più grande banca russa, e la Gazprombank. In un comunicato congiunto, inoltre, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, la Francia, la Germania, l’Italia e la Commissione europea hanno annunciato il congelamento delle riserve valutarie estere della banca centrale russa, che ammontano a circa 630 miliardi di dollari. I paesi occidentali potranno continuare ad assicurarsi le forniture di energia russe, ma Mosca non potrà usare i soldi incassati.

Queste misure sono state recepite anche dalla Svizzera e da Singapore, due centri importanti della finanza globale, soprattutto nella gestione di ricchi patrimoni privati: in Svizzera tra il 2016 e il 2020 sono confluiti capitali russi per un valore di circa 7,6 miliardi di dollari. L’obiettivo è isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale e indebolirne l’economia. In molte città russe molte persone, prese dalla paura di perdere tutti i loro risparmi, hanno formato lunghe file davanti ai bancomat. Il 28 febbraio, per evitare la fuga di capitali, la banca centrale russa ha aumentato il costo del denaro dal 9,5 al 20 per cento e ha introdotto controlli sui flussi di capitale. Il ministero dell’economia ha imposto alle aziende russe di convertire in rubli l’80 per cento delle loro entrate in valuta estera. Nello stesso giorno il rublo si è svalutato del 20 per cento rispetto al dollaro statunitense. Sono crollate anche le azioni di aziende russe quotate a Londra: quelle della Sberbank hanno perso il 74 per cento. I colossi energetici Gazprom e Rosneft hanno perso rispettivamente il 53 e il 42 per cento. Il 4 marzo la borsa di Mosca non aveva ancora riaperto le contrattazioni.

Le conseguenze delle sanzioni, però, non ricadranno solo sulla Russia. Fino a pochi giorni fa gli esperti che cercavano di prevedere l’andamento dell’economia parlavano di covid-19, problemi alla catena delle forniture e inflazione. L’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto tutto, scrive la Süddeutsche Zeitung. “Nessuno riesce a capire come cambierà la situazione, perché non sta nella testa dell’autocrate russo Vladimir Putin: si accontenterà di qualche concessione territoriale? Occuperà tutta l’Ucraina? Vuole conquistare anche altri paesi? Userà le armi nucleari? E inoltre: gli eventi di questi giorni provocheranno un crollo dell’economia globale?”. Questa guerra è arrivata proprio mentre molti paesi cominciavano a pensare all’uscita dall’emergenza legata alla pandemia. Ora dovranno affrontare l’emergenza umanitaria provocata dall’invasione russa, oltre alle difficoltà di approvvigionamento energetico, al rincaro dei prezzi del gas e del petrolio e a quello di molte altre materie prime, tra cui il grano. Alcuni esperti, conclude il quotidiano tedesco, temono l’arrivo di una fase in cui coesisteranno l’inflazione elevata e un rallentamento della crescita, la cosiddetta stagflazione. In un post su Twitter il campione di scacchi e dissidente russo Garry Kasparov ha scritto che questa crisi inaugura per tutti una fase piena di sacrifici e di rischi che non produrranno solo alti “prezzi del gas e del grano, chalet vuoti e lobbisti senza lavoro” ma cambieranno molti aspetti della nostra vita, e non in meglio.

Aziende

Il ritorno del rischio geopolitico
Le sanzioni cominciano ad avere conseguenze gravi anche per le aziende occidentali, che devono affrontare i costi maggiori dell’energia e delle materie prime e tagliare o ridimensionare i legami con l’economia russa, quasi sicuramente andando incontro a forti perdite. Il 27 febbraio il colosso energetico Bp ha dichiarato che venderà la sua quota del 20 per cento nell’azienda petrolifera di stato russa Rosneft. Come spiega il Washington Post, la Bp “ha ricevuto forti pressioni dal governo britannico. Infatti il suo amministratore delegato Bernard Looney e il suo ex amministratore delegato Bob Dudley hanno rassegnato le dimissioni dal consiglio d’amministrazione della Rosneft con effetto immediato”. Il fondo sovrano norvegese, inoltre, ha annunciato che intende liberarsi dei suoi investimenti in Russia, che ora hanno un valore di circa tre miliardi di dollari. La tedesca Daimler Truck Holding smetterà di inviare in Russia componenti per la fabbricazione di veicoli, mentre la svedese Volvo ha deciso di bloccare ogni attività nel paese. La banca statunitense Citigroup “rischia di perdere circa quattro miliardi”, scrive il Financial Times. L’istituto di credito ha rivelato che alla fine del 2021 aveva in Russia crediti e investimenti per 9,8 miliardi di dollari, cifra che rende la Citigroup la banca statunitense più vulnerabile alle sanzioni.

Nonostante le forti esportazioni di materie prime, l’economia russa ha dimensioni relativamente piccole, dal momento che contribuisce solo all’1,7 per cento del pil globale. Secondo la banca centrale russa, alla fine del 2021 gli investitori stranieri detenevano titoli di debito denominati in dollari per venti miliardi e obbligazioni in rubli per circa 37 miliardi di dollari. In ogni caso, spiega il New York Times, il mondo degli affari deve cominciare a fare i conti il rischio geopolitico, un fattore di cui gli investitori non hanno dovuto preoccuparsi eccessivamente dopo la fine della guerra fredda, ma che da qualche tempo è tornato a farsi sentire.

Energia

La dipendenza da Mosca
La guerra in Ucraina ha inasprito la crisi energetica in Europa. Il prezzo del petrolio è ormai stabilmente sopra i cento dollari al barile, il livello più alto dal 2014, mentre quello del gas registra rialzi del 60 per cento sul mercato di Amsterdam. E la situazione è destinata a peggiorare, soprattutto se la Russia deciderà di ridurre drasticamente o interrompere del tutto le forniture di gas e petrolio o se saranno i paesi occidentali a rinunciarvi per aumentare ulteriormente la pressione sul Cremlino. Il problema si ripercuoterebbe innanzitutto sull’Europa e in particolare sull’Italia. Come ha sottolineato il presidente del consiglio italiano Mario Draghi nell’intervento al Senato il 1 marzo, “l’Italia importa circa il 95 per cento del gas che consuma e oltre il 40 per cento proviene dalla Russia. Nel breve termine anche una completa interruzione dei flussi di gas dalla Russia, a partire dalla prossima settimana, non dovrebbe di per sé comportare seri problemi. L’Italia ha ancora 2,5 miliardi di metri cubi di gas negli stoccaggi e l'arrivo di temperature più miti dovrebbe comportare una significativa riduzione dei consumi da parte delle famiglie. La nostra previsione è che saremo in grado di assorbire eventuali picchi di domanda attraverso i volumi in stoccaggio e altre capacità di importazione. Tuttavia, in assenza di forniture dalla Russia, la situazione per i prossimi inverni, ma credo anche per il prossimo immediato futuro, rischia di essere più complicata”. Le opzioni al vaglio, ha spiegato Draghi, riguardano le importazioni di gas da altri fornitori, come l'Algeria o l'Azerbaigian, un maggiore uso dei terminali di gas naturale liquido esistenti, il ricorso alla produzione di energia con centrali alimentate dal carbone e dal petrolio e, se necessario, sarà opportuno adottare una maggiore flessibilità sui consumi di gas.

La crisi ha messo l’Italia e l’intera Europa davanti alle conseguenze di un errore strategico: ottenere la sicurezza energetica creando una forte dipendenza da un unico fornitore e in particolare da un paese che ora minaccia le democrazie europee. Uscire da questa situazione richiederà tempo e notevoli sacrifici. L’obiettivo principale è diversificare i fornitori e soprattutto sviluppare la produzione di energie rinnovabili, che al momento non possono sostituire del tutto le fonti fossili. Come scrive Foreign Policy, “il settore energetico e l’economia mondiale potrebbero subire uno shock simile a quello petrolifero del 1973”, quando le economie occidentali capirono che non potevano dipendere eccessivamente dal petrolio e cominciarono a investire sulla diversificazione delle fonti e sull’efficienza energetica. “I governi occidentali”, sostiene la rivista statunitense, “devono essere onesti con i loro cittadini, spiegando l’assoluta necessità di ristabilire la sicurezza energetica su basi diverse”.

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Numeri

381,75

Il 4 marzo il prezzo di una tonnellata di grano ha raggiunto i 381,75 euro. Il 24 febbraio, all’inizio dell’invasione, era di circa 316 euro. La Russia e l’Ucraina sono due importanti fornitori di cereali per l’Europa, il Nordafrica e il Medio Oriente. Paesi come l’Egitto, l’Iraq, l’Algeria, la Tunisia e il Libano, già alle prese con problemi d’inflazione, potrebbero veder compromessa la loro sicurezza alimentare. Il rincaro dei prodotti alimentari, inoltre, rischia di provocare una nuova ondata di instabilità politica e tensioni sociali.

Inoltre, scrive il Wall Street Journal, “si sta rivelando un ostacolo significativo alla ripresa economica dalla pandemia, soprattutto nei paesi in via di sviluppo”. Nelle economie più povere la spesa per nutrirsi assorbe la maggior parte del reddito di una famiglia: in media più della metà delle entrate, contro il 15 per cento delle economie sviluppate. Il prezzo di materie prime come il grano o la soia è cresciuto nel 2021 e ora sta provocando i rincari dei prodotti alimentari in tutto il mondo. “In genere”, spiega il quotidiano statunitense, “l’andamento dei prezzi al dettaglio dei generi alimentari segue di alcuni mesi quello dei prezzi degli ingredienti. Quindi, anche se l’inflazione delle materie prime dovesse rallentare come prevedono gli esperti, il conto della spesa continuerà a restare alto per un bel po’”. Tutto questo potrebbe aumentare il divario tra paesi ricchi e poveri, con i primi che registrano una ripresa più veloce grazie all’accesso più rapido ai vaccini e agli aiuti pubblici.

Cina

Il soccorso di Pechino
Il tentativo occidentale di isolare l’economia russa non trova, per ora, l’appoggio della Cina, che a questo punto potrebbe diventare un’ancora di salvezza per il Cremlino. Pechino conserva il 17 per cento delle riserve in valuta estera della banca centrale russa (la quota più grande tra i paesi che le detengono) e inoltre dispone del Cross-border interbank payment system (Cips), un canale per i pagamenti internazionali lanciato nel 2015 e alternativo al Swift. In realtà il sistema cinese regola attualmente il 2 per cento degli scambi internazionali, contro il 40 per cento del dollaro.

Ma il sostegno della Cina, ammesso che sia pieno e incondizionato, sarebbe davvero la soluzione di tutti i mali per la Russia? Secondo Asia Times, il Cremlino farebbe bene a non contarci troppo. L’intesa strategica firmata da Mosca e Pechino in occasione delle Olimpiadi invernali potrebbe effettivamente alleggerire la pressione delle sanzioni occidentali. Un esempio è la recente approvazione di accordi per lo scambio di materie prime. Tuttavia, osserva il sito, il vero nodo sono le enormi esportazioni russe di gas verso l’occidente. “Non è facile per il Cremlino dirottare il gas dall’Europa alla Cina”. L’unico gasdotto utilizzabile, il Power of Siberia 1, porta nel paese asiatico il gas della Siberia. Ora Mosca e Pechino vogliono realizzare il Power of Siberia 2, ma non lo possono certo costruire in tempi brevi. L’invasione dell’Ucraina, aggiunge il Wall Street Journal, ha fatto sorgere dei dubbi ai vertici cinesi, che non vogliono rischiare di “danneggiare le relazioni con l’occidente guidato dagli Stati Uniti, annullando tutti gli sforzi fatti per dipingere la Cina come un leader mondiale responsabile”.

Questa settimana su Internazionale

Sul settimanale

  • Tra gli articoli della copertina sull’invasione dell’Ucraina c’è un’analisi sulle sanzioni finanziarie contro la Russia. La decisione dell’occidente di congelare le riserve russe di valuta straniera, scrive lo storico britannico Adam Tooze, ha portato il conflitto ucraino nel cuore del sistema monetario.
  • Il quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung spiega che la ripresa economica della Spagna sembra non portare benefici ai lavoratori, costretti ad accettare condizioni di lavoro precarie. Madrid sta cercando di rimediare al problema.

Sul sito
  • Il settimanale tedesco Die Zeit spiega che le sanzioni occidentali escludono la Russia dai grandi flussi finanziari globali, ma le conseguenze peggiori ricadranno sui cittadini comuni.

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