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24 aprile 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

Qualche anno fa un importante dirigente d’azienda ha raccontato al giornalista che lo stava intervistando un’esperienza vissuta quand’era studente negli Stati Uniti. Era all’ultimo anno di college, gli mancava solo un esame per laurearsi. Aveva passato settimane a memorizzare formule ed esempi, ma all’esame l’unica domanda del professore fu: “Qual è il nome della signora che pulisce questo edificio?”. Lui non lo conosceva e la prova andò male. Frances Flanagan, autrice di Griffith Review, una rivista letteraria australiana, ha provato a fare la stessa domanda, adattandola, alla figlia di otto anni e neanche lei sapeva come si chiamassero le persone che pulivano la sua scuola. Ma non era colpa sua.

Kath Haddon, addetta alle pulizie, ha spiegato che gli studenti smisero di conoscere e ricordare il suo nome molti anni fa. Di preciso nel 1994, quando il governo del New South Wales (Nsw), lo stato australiano in cui vive anche la famiglia di Flanagan, decise di smantellare il servizio pubblico che garantiva le pulizie e di affidarle ad aziende private. “Da un giorno all’altro non eravamo più dipendenti della scuola”. Niente più riunioni sulla salute e la sicurezza negli istituti, o confronti con il preside.

Non tutti gli stati dell’Australia hanno fatto come il Nsw. Alcuni hanno mantenuto pubblico il servizio, altri, dopo averlo privatizzato negli anni novanta, ci hanno in parte ripensato. Altri hanno fatto peggio: nello stato di Victoria, le persone che svolgevano le pulizie furono licenziate da un giorno all’altro, e le loro mansioni vennero affidate a settecento imprese private, con contratti in 1.750 scuole. Secondo il sindacato United voice, fino al 2019 chi faceva pulizie a scuola per queste imprese prendeva molto meno del salario minimo. Nel 2020, con la pandemia, la situazione dovrebbe essere un po’ migliorata.

Un’addetta alle pulizie al lavoro nel patio di una scuola di Buenos Aires, Argentina, il 17 febbraio 2021 (Marcos Brindicci, Getty Images)

E in altri paesi come sta andando? Yvel, che lavora come collaboratore scolastico in una scuola secondaria di Montreuil, in Francia, ha descritto le difficoltà dell’ultimo anno al quotidiano Libération. “Il carico è enorme. Con i protocolli sanitari, gran parte del tempo va via a disinfettare le classi. A me toccano sette aule e due corridoi, ogni giorno. Dobbiamo igienizzare banchi, pavimenti, computer, è abbastanza faticoso. E dobbiamo fare tutto in fretta, perché poi ci aspettano i pasti da distribuire in mensa, a quattrocento studenti”. Questo sforzo, ha aggiunto Yvel, non viene riconosciuto in nessun modo. E poi il covid-19 ha colpito anche loro: su nove operatori, a un certo punto quattro erano a casa in malattia. Solo dopo molte richieste sono arrivati dei sostituti, ma non erano formati e avevano contratti di poche ore. 

Il problema non è solo la fatica fisica di fare le pulizie, ammette Tanya Hughes, che ha cominciato come addetta nel 1984 e oggi coordina i servizi in un grande dormitorio dell’università della Florida a Gainesville, negli Stati Uniti, gestendo una squadra di 120 persone. Soprattutto all’inizio, quando si pensava che le superfici fossero il principale veicolo di trasmissione del virus, il punto più delicato è stato convincere i dipendenti a venire al campus. C’è stato un lungo confronto, ma a un anno di distanza, dice Hughes con orgoglio alla radio pubblica Npr, nessuno nella sua squadra si è licenziato, e questo ha permesso all’università di restare aperta. “Il nostro lavoro è assicurare che il campus sia sicuro, e per sicuro intendo pulito. Due volte pulito. Tre volte pulito”.

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Notizie

Sempre aperti Ad aprile è cominciato il nuovo anno scolastico in Giappone e, come l’anno precedente, quasi tutti gli istituti prevedono che le lezioni si seguano a scuola. Eppure le aule giapponesi sono affollatissime: secondo l’Ocse, nel 2018 le elementari contavano in media 27,2 alunni per classe, contro 23,5 in Australia, 20,9 negli Stati Uniti e 19 in Italia (poche settimane fa il parlamento ha approvato una legge che riduce il numero massimo di studenti per classe, da 40 a 35). E gli insegnanti non hanno avuto la priorità nelle campagne di vaccinazione. 

Il Japan Times scrive che se le lezioni sono continuate in presenza è soprattutto per tre ragioni. La prima è che negli ultimi dodici mesi il numero di positivi in Giappone è rimasto piuttosto basso e, anche ora che i casi stanno aumentando, le restrizioni decise dalle prefetture non riguardano le scuole. La seconda ragione è che il principale sindacato degli insegnanti, la Jtu, non ha fissato dei paletti. La linea, condivisa dalla gran parte dei maestri e professori, è che serve responsabilità e molto, molto sacrificio. E infine sarebbero stati tutti, o quasi, impreparati alle alternative. Secondo un sondaggio del ministero dell’istruzione, a giugno del 2020 solo l’8 per cento delle scuole elementari e il 10 per cento delle medie erano in grado di usare dispositivi e strumenti digitali per l’apprendimento. E con gli studenti più grandi le cose non andavano meglio.

Un quarto motivo, aggiunge il quotidiano giapponese, potrebbe essere legato alla scelta di Shinzō Abe (primo ministro fino all’agosto 2020) di chiudere le scuole per alcune settimane quando la pandemia era ancora agli inizi, a febbraio dell’anno scorso. Insegnanti, genitori e alunni sono rimasti talmente traumatizzati da quel periodo a casa da non voler sentire più parlare di chiusure.

O vaccinata, o niente La prima è stata la Rutgers university, nel New Jersey, poi altre l’hanno imitata. Oggi sono una settantina le università statunitensi che chiedono agli studenti di essere vaccinati contro il covid-19 per poter vivere nei campus il prossimo autunno. E il loro numero continua a crescere, soprattutto dal 19 aprile, quando in tutti gli Stati Uniti si è cominciato a vaccinare le persone dai sedici anni in su. Tanti college stanno facendo di tutto per somministrare il vaccino ai ragazzi e alle ragazze prima della pausa estiva. Alcuni si sono trasformati in centri vaccinali. Per esempio, l’università della Florida a Gainesville (l’abbiamo citata anche prima): conta 52mila iscritti e, scrive il Chronicle of Higher Education, vuole vaccinarne almeno 30mila in sei settimane. “Immunizzare gli universitari fa un’enorme differenza”, dice Ashish Jha, direttore della scuola di salute pubblica della Brown university, nel Rhode Island. “I giovani sono grandi diffusori del virus, quindi assicurargli il vaccino è molto importante per tutti”.

È legale costringere gli universitari a vaccinarsi? L’obbligatorietà non è una cosa nuova, molti college chiedono certificati vaccinali contro alcune malattie. E non è neanche la prima volta che un’epidemia ha portato a vaccinazioni di massa nei campus: nel 2015, per esempio, un focolaio di meningite ha spinto l’università dell’Oregon a organizzare una campagna al volo (chi s’immunizzava mostrava un cerotto con il logo dell’università). La maggior parte degli atenei ha il potere di richiedere agli studenti di vaccinarsi, spiega Dorit Reiss, che insegna diritto a San Francisco. Ma bisogna considerare anche le leggi statali, oltre a quelle federali, e come le università si sono comportate in passato. Per Reiss “ci saranno sicuramente dei ricorsi in tribunale”. E probabilmente ci sarà anche uno scontro politico serrato.

Un’altra questione sono gli studenti internazionali. Alcune università si sono dette pronte a immunizzare chi viene da paesi dove non ci sono vaccini disponibili. “La facciamo noi, non c’è problema”, dichiara Antonio Calcado, responsabile della campagna vaccinale alla Rutgers university. Per chi invece è stato vaccinato con un preparato che non è stato approvato negli Stati Uniti, come l’AstraZeneca, è più complicato. In ogni caso misure di sicurezza come le mascherine, i test rapidi e il distanziamento fisico resteranno valide per molti mesi.

E poi:

  • Il 12 aprile in Grecia insegnanti e studenti degli ultimi tre anni delle superiori sono tornati in classe. Per restarci, devono fare a casa, due volte alla settimana, il test per il covid-19, prendendo il kit in farmacia, una soluzione che non convince tutti. Il quotidiano Ekathimerini precisa che dopo la pasqua ortodossa, il 2 maggio, il governo dovrebbe annunciare il rientro a scuola anche per le altre fasce d’età.
  • Per far fronte alla domanda di educatori e insegnanti nelle scuole, lo stato del Massachusetts, negli Stati Uniti, ha sospeso il test per l’abilitazione professionale e ha cominciato a rilasciare licenze temporanee. L’esperimento ha portato a buoni risultati, tanto che si è deciso di prolungarlo per un anno, racconta la radio pubblica Wbur.
  • L’Honduras è il più importante produttore di caffè dell’America Centrale. Ogni anno, secondo la rivista Forbes, ne fornisce più di 7 milioni di quintali. Una delle condizioni fissate dall’Istituto hondureño del café (Ihcafe) per certificare una coltivazione è che non ci lavorino dei bambini. Ma con le scuole chiuse da marzo del 2020, si legge sul sito Contracorriente, molti coltivatori non hanno rispettato la regola.
  • L’università di Saragozza, nel nord della Spagna, porta avanti dal 2018 un programma di “erasmus rurale”: offre agli studenti tirocini nelle parti meno popolate della provincia, coprendo le spese di soggiorno. Ora la ministra spagnola per la transizione ecologica, Teresa Ribera, vuole estendere questa possibilità agli universitari di tutto il paese. L’idea, spiega il sito El Confidencial, è di coinvolgere i 6.800 comuni spagnoli che hanno meno di cinquemila abitanti.

In prima persona

Francesco Cambuli, ricercatore al Memorial Sloan Kettering cancer center di New York, negli Stati Uniti, e divulgatore scientifico con l’associazione Know science

Organoidi epiteliali (Francesco Cambuli/Msk)

Non so se avete mai usato lo smartphone per fotografare quello che si vede dentro gli oculari di un microscopio. A me capita certe notti che si fa tardi in laboratorio, e non c’è il tempo d’impostare la videocamera professionale. Provo a far combaciare la lente del telefono con quella degli oculari, spostandola o inclinandola finché il percorso ottico si allinea perfettamente, e un nitido cerchio luminoso appare sullo schermo del telefono, con al centro (o quasi) proprio quel gruppetto di cellule che m’interessa. È una foto scattata al volo ma sarà quella di cui parleremo al lavoro il mattino dopo, ancora un po’ assonnati e con in mano un caffè lungo americano – qui a New York non è così facile trovare un buon espresso.

Sono un biologo cellulare. Significa che studio le cellule e i tessuti che le cellule formano interagendo tra di loro. Studio anche le malattie che emergono quando per qualche ragione questa organizzazione si perde, e in particolare il cancro. Cerco di concentrarmi su aspetti delle cellule che non si conoscono ma che sembrano dare buoni indizi per terapie future. 

Lo faccio da un po’: ho cominciato da studente all’università di Bologna e a quella di Cambridge (nel Regno Unito), e poi ho continuato come ricercatore a Trento e a New York. Lavoro al Memorial Sloan Kettering cancer center, che tutti qui chiamano semplicemente Msk. È un istituto con molte foto in bianco e nero alle spalle, che ha contributo allo sviluppo delle principali terapie oncologiche usate nel mondo. Il centro ha molti medici, tecnici e infermieri che curano i vari tipi di tumori. E, dall’altra parte della strada, circa mille ricercatori che studiano le basi molecolari della malattia.

Nel mio gruppo di ricerca, composto da dieci persone, stiamo indagando i meccanismi biologici che portano alla formazione delle metastasi nei pazienti con cancro al colon. Le terapie attuali, soprattutto basate sulla chemioterapia, hanno un’efficacia limitata e molti effetti collaterali, quindi l’obiettivo è trovare nuove strategie di cura. Per farlo, deriviamo colture cellulari “in vitro” a partire dai tessuti dei pazienti: ricreiamo in provetta – o, meglio, nelle piastre di coltura – dei piccoli frammenti di tessuto o dei piccoli tumori in modo da poterli poi studiare al microscopio o attraverso analisi molecolari come il sequenziamento dei geni. Questi tipi di colture cellulari si chiamano organoidi o, se si tratta di tumori, tumoroidi.

A volte sto fino a tardi sotto la cappa sterile a ricavare organoidi o tumoroidi. Dipende da come vanno le operazioni chirurgiche, da cui otteniamo i tessuti. Capita che gli interventi vadano per le lunghe e si finisce di lavorare quando fuori è buio pesto, in quelle poche ore in cui le strade di New York sono quasi deserte. Ma spesso lavoro al buio anche di giorno, nella sala dei microscopi, dove con dei sottili raggi laser osservo i tessuti o le cellule per colorarne certi componenti (lì ci si sente un po’ come degli artisti, certe immagini sono davvero belle). Quando non faccio questo, leggo, analizzo i dati, scrivo delle mie ricerche o mi confronto con i collaboratori su quelle degli altri. Infine, una parte del mio tempo è dedicata alla formazione dei colleghi più giovani. È un lavoro tecnologico ma anche artigianale, e s’impara soprattutto seguendo i ricercatori più esperti, in inglese si direbbe shadowing (affiancamento).

Know science, invece, è uno spazio per vivere ciò che è il mio lavoro – ma anche una passione – fuori dei laboratori. È un’associazione che prova a raccontare la ricerca scientifica in modo accurato ma accessibile. Prima dell’emergenza causata dal covid-19 facevamo tanti incontri di persona: ai festival, nei circoli associativi, nei locali, anche nelle scuole. Al momento, come tutti, abbiamo spostato le attività online, sul nostro blog. Le iniziative nascono spesso in maniera spontanea, ma sono unite da un filo comune. La scienza corre veloce e rischia di parlare solo agli addetti ai lavori, lasciando indietro tanti. Invece ha un ruolo nella vita di tutti, anche quando voti, compri qualcosa, in generale quando partecipi alla vita sociale. A noi piace pensare che un poco di scienza possa stare nel bagaglio di ciascuno, funzionare come una bussola.

Consigli

Un po’ di podcast da ascoltare:

  • The root of the science. Ricercatrici e ricercatori africani che lavorano in ambito scientifico e tecnologico raccontano i loro progetti in giro per il mondo. Ogni settimana, in inglese.
  • La última guardia de Jorge. In Messico quasi 300mila operatori sanitari sono risultati positivi al sars-cov-2 e almeno 3.699 di loro sono morti a causa dell’infezione. Per fronteggiare l’emergenza, il sistema sanitario ha chiesto aiuto a circa 60mila studenti di medicina. Di El Hilo, in spagnolo.
  • Wie die Pandemie Studierende belastet. Solitudine, paura del futuro, nessuno spazio in cui rifugiarsi: le sensazioni di alcuni adolescenti, raccolte dalla Süddeutsche Zeitung, in tedesco.
  • Play to learn. Il rapporto tra pedagogia, educazione culturale e design negli anni sessanta e settanta, in Italia e nel mondo. Si parla del Movimento di cooperazione educativa, dei libri illeggibili di Munari, dei 16 animali di Enzo Mari, dei Push Pin Studios. Un progetto realizzato da Corraini Edizioni per l’Istituto italiano di cultura di Londra, con la collaborazione di Radio Raheem. Cinque puntate, in Italiano.

“In questa tragedia tutti hanno ragione e tutti hanno torto perché alla fine tutti hanno un po’ sbagliato a non ascoltare gli altri”, dice Marta, 11 anni. Sul sito di Internazionale Franco Lorenzoni parla dell’incontro, a Palermo, tra un gruppo di bambini e bambine e l’Antigone di Sofocle. 

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