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19 giugno 2021

Doposcuola

La newsletter sulla scuola e l’università a cura di Anna Franchin

“Mio figlio Nasir e io abbiamo fatto la nostra prima lezione di nuoto insieme subito dopo il suo primo compleanno. Gli era sempre piaciuto mettere i piedi in acqua quando eravamo in spiaggia o galleggiare sulla schiena di mio marito, ma quella sarebbe stata la prima volta in cui provava a immergersi. E anche se era un po’ distratto dai galleggianti e dai giochi, e provava a bere l’acqua, nuotare gli veniva naturale”, scrive Imani Bashir, autrice nera cresciuta negli Stati Uniti, sul New York Times. 

Il primo confronto di Bashir con una piscina era stato meno divertente: lei aveva quattro anni, e suo padre pensò d’insegnarle a nuotare facendola cadere nel lato profondo della vasca, dicendole di raggiungerlo dall’altra parte. Da adulta ha deciso d’imparare seriamente e si è iscritta a dei corsi. Ha preso anche un brevetto da sub (era l’unica nera della classe). Sapeva che suo figlio, che oggi ha 4 anni, avrebbe imparato a nuotare e non avrebbe avuto paura dell’acqua prima ancora che lui nascesse. 

C’era una ragione se era così determinata: l’annegamento è una delle principali cause di morte per incidente tra i bambini. E negli Stati Uniti i bambini neri dai 5 ai 19 anni hanno una probabilità di annegare in piscina 5,5 volte più alta rispetto ai loro coetanei bianchi.

Come spiega Bashir nel suo articolo, questa sproporzione può essere il risultato di un trauma che i neri si portano dietro da generazioni. Nel passato statunitense le piscine e le spiagge erano tra gli spazi più segregati: i neri non potevano frequentare quelle pubbliche insieme ai bianchi e quindi difficilmente imparavano a nuotare, e i bianchi a volte ricorrevano alla violenza per tenere i neri lontani. Alcuni per farli uscire dall’acqua versavano candeggina o acido muriatico, addirittura chiodi.

Il gestore di un hotel versa acido muriatico nella piscina per allontanare un gruppo di attivisti per i diritti civili (Horace Cort, Ap/Lapresse). La storia di questa foto è raccontata qui.

Il trauma collettivo legato all’acqua in realtà ha radici lontane. Secondo lo Slave voyages database (un progetto curato da una rete di ricercatori e università che documenta la tratta transatlantica degli schiavi dal 1514 al 1866), su più di dodici milioni di africani caricati sulle navi dirette negli Stati Uniti, quasi due milioni non sopravvissero al viaggio.

Oggi alcune organizzazioni provano ad aiutare gli afroamericani, bambini e adulti, a vincere la paura dell’acqua. A New York c’è la Black people will swim. Offre corsi di nuoto a prezzi accessibili e lavora con i centri comunitari per includere sempre più persone nelle lezioni. Sul sito dell’organizzazione si legge: “Il nostro obiettivo è chiaro e semplice: abbattere lo stereotipo che i neri non nuotano. E puntiamo a raggiungerlo attraverso il divertimento, la consapevolezza, la comunità e l’istruzione”.

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Sotto esame

Manuali I libri di testo gratuiti (ltg) sono entrati nelle scuole messicane nel 1960. Sono curati da una commissione apposita del ministero dell’istruzione e sono usati in tutte le realtà pubbliche, dagli asili agli istituti di secondo grado, dalle scuole in cui s’insegna nelle lingue dei nativi alla telesecundaria (il sistema di classi a distanza creato per le aree rurali). Nel corso degli anni la commissione si è messa più volte al lavoro per ripensare e aggiornare i testi, e ora dovrebbe farlo di nuovo. La notizia ha acceso il dibattito in Messico, ma non è una sorpresa.

“È quasi una regola che ogni volta che si parla di nuove edizioni degli ltg ci siano polemiche”, spiega Otto Granados, presidente del consiglio consultivo dell’Organizzazione degli stati iberoamericani per l’educazione, la scienza e la cultura, in un articolo scritto per il mensile messicano Nexos. È successo, per esempio, durante la riforma del 1972, quando i manuali furono il bersaglio di alcune associazioni di genitori che li definivano antigiuridici (perché andavano contro il loro “diritto naturale” di scegliere l’educazione dei figli), antidemocratici (perché stabilivano una “verità ufficiale e unica”) e antipedagogici (perché riducevano l’insegnante a un semplice ripetitore di contenuti). Nel 1975 le illustrazioni di un libro per la prima media in cui erano raffigurati Lenin, Fidel Castro e Che Guevara furono criticate perché troppo colorate e sostituite da altre più discrete. Nel 1993 un nuovo libro di storia quasi costò il posto a Ernesto Zedillo, allora ministro dell’istruzione e l’anno dopo presidente del Messico, per come raccontava la vicenda dei niños héroes, e soprattutto il ruolo dell’esercito nei fatti del 2 ottobre 1968.

Stavolta la discussione sugli lgt sembra meno aspra, ma deve tenere insieme aspetti nuovi: il peso dei contenuti online, le scoperte sui meccanismi cognitivi dei bambini e delle bambine, una concezione diversa dell’istruzione. “Gli ltg sono stati uno strumento di equità e per decenni sembrano aver avuto un impatto positivo, ma possono ancora servire a migliorare la qualità dell’apprendimento?”, si chiede Granados.

Economia “Gli economisti sono grandi fan del dinamismo, ma di questo nell’insegnamento della loro materia non c’è praticamente traccia”, scrive l’Economist. Un sondaggio del 2020 ha riscontrato che il modo in cui si studia economia nelle università degli Stati Uniti – lezioni frontali e lettura dei manuali – è praticamente lo stesso da 25 anni. Altre ricerche mostrano che spesso i libri di testo sono rimasti indietro anche nei contenuti: danno per valide politiche monetarie abbandonate da più di dieci anni, toccano solo superficialmente problemi centrali come la disuguaglianza, conservano pregiudizi razziali e di genere. 

Queste critiche hanno smosso qualcosa. L’American economic association ha riconosciuto che per molto tempo l’insegnamento non è stato considerato una priorità dal settore, e ora sta proponendo ai docenti corsi di formazione più in linea con il presente. Nel Regno Unito un’associazione di cui fanno parte ricercatori e docenti ha scritto un manuale che è usato nella maggior parte delle università britanniche e sta dando buoni risultati in Australia. È un libro di testo gratuito, e alla disuguaglianza è dedicato il primo capitolo.
 
Matematica “Una docente può insegnare statistica fornendo alcuni dati agli studenti e chiedendogli di calcolare media e deviazione standard. Oppure può spiegargli a cosa serve la statistica chiedendogli chi è il miglior giocatore dell’Nba. Una studente potrebbe scegliere quello che ha segnato più punti della media, un suo compagno invece quello che ha dimostrato più costanza (una minore deviazione standard), perché alla fine ha sbagliato di meno”, scrive Javier Sampedro sul quotidiano spagnolo El País. Questa proposta non è farina del suo sacco, ma viene da un documento che il Comitato spagnolo di matematica (Cemat) ha presentato al ministero dell’istruzione per il prossimo anno scolastico in Spagna.

L’idea centrale è che molto del tempo che gli studenti passano a risolvere algoritmi si potrebbe usare per far capire i concetti dietro quelle operazioni. Il documento s’ispira alle linee guida dell’ultimo rapporto Pisa (il Programme for international student assessment dell’Ocse, che misura le capacità degli studenti di 15 anni in scienze, comprensione alla lettura e matematica). E guarda anche all’esperienza decennale di paesi come il Canada, che ha trasformato l’insegnamento della materia legandolo di più ai problemi quotidiani.

E poi:

  • Anche la Germania ha un problema con il nuoto: un quarto delle scuole elementari non ha accesso alle piscine comunali, nelle strutture private i prezzi sono alti e le liste di attesa lunghissime, e chi segue i corsi per diventare bagnino o istruttore spesso non riesce a ottenere il brevetto. Nuotare ha sempre fatto parte della cultura tedesca, ricorda un articolo del settimanale Die Zeit uscito a marzo del 2021, ma oggi rischia di non essere più così.
  • Una ricerca pubblicata su International Studies in Sociology of Education analizza il rapporto tra il successo in Cina delle scuole internazionali (istituti privati che offrono programmi ed esami previsti dai sistemi scolastici occidentali) e l’aumento di “consulenti” che supportano gli studenti cinesi nelle domande di ammissione alle università straniere. Queste figure, però, non si limitano a consigliare: in cambio di tariffe maggiori, preparano lettere di raccomandazione, garantiscono stage prestigiosi, scrivono le tesine al posto dei candidati. In Cina le scuole internazionali sono quasi mille e contano in tutto circa 400mila iscritti, precisa Times Higher Education.
  • In Francia un alunno su cinque viene da famiglie povere. Vuol dire circa 3 milioni di giovani, che sono lasciati ai margini dalle scuole francesi. Il quotidiano Le Monde ne ha parlato con il sociologo Choukri Ben Ayed, che ha curato il saggio collettivo Grande pauvreté, inégalités sociales et école. Sortir de la fatalité (articolo riservato agli abbonati).

In prima persona

Anna Pollio, insegnante di grafica e marketing in un istituto tecnico-professionale di Genova e documentarista

Un’immagine tratta dal progetto Making (of) love (Laura Guida)

“Bambini, state zitti e fermi”. Quante volte abbiamo sentito questa frase. Un altro classico è “dai un bacino alla zia”. O “ma che bella bambina, ha proprio delle belle guance!”, e quasi percepiamo il rumore del pizzicotto. Ma siamo sicuri che questo modo di entrare in relazione con il corpo degli altri sia corretto? 
 
A quattro anni scappai dalla scuola materna che frequentavo insieme a mia sorella, perché le suore non apprezzavano la mia vivacità e oltre a etichettarmi come “maschiaccio” mi obbligavano a stare in castigo, ferma e zitta, mentre gli altri erano fuori a giocare. Ma a parte quell’episodio, il mio percorso scolastico è sempre stato buono e rispettoso degli adulti che lo hanno accompagnato. All’università ho lavorato come baby-sitter e ho dato ripetizioni, anni dopo ho accettato un lavoro part-time come insegnante. Insomma, sono passata dall’altra parte. Quando sono diventata madre di una bambina e si è trattato di mandarla a scuola, però, i miei ricordi sono tornati lì, al momento di quella fuga dalla materna. 
 
Cosa fare? Con mio marito Lucio abbiamo deciso di avventurarci in un viaggio di sei mesi tra realtà familiari che sperimentavano modi di apprendere e di vivere diversi da quelli che noi conoscevamo e che stavamo trasmettendo a nostra figlia. Abbiamo scoperto l’educazione parentale pura (homeschooling) e condivisa (scuole parentali, democratiche, libertarie). Alcuni chiamano questo tipo di scelte “cambio di paradigma”, altri “pedagogia attiva”, altri ne sottolineano gli aspetti elitari. Per me è stata un’occasione per fare i conti con gli stereotipi educativi e cominciare una ricerca personale che avrebbe portato a due documentari: Unlearning (2015) e Figli della libertà (2017). 
 
Non ho smesso di confrontarmi con questo immaginario educativo, in cui si sceglie cosa studiare, quando e come, e il corpo è un alleato nell’apprendimento. Un alleato importante, da esplorare. 
 
Sul rapporto con il nostro corpo siamo tutti un po’ autodidatti, ma il diritto alla conoscenza? Perché non si può discutere apertamente di come il corpo cambia, di attrazione, di masturbazione? E chi deve parlare di educazione al piacere e alla sessualità ai ragazzi e alle ragazze? 
 
In Italia, contrariamente a quello che succede nel resto d’Europa, l’educazione alla sessualità e all’affettività non è ancora considerata nei piani di studio. Oltre a essere una mancanza grave, nega la possibilità di affrontare temi complessi come l’identità, il genere, il consenso. Da genitore mi sono chiesta come introdurre argomenti così delicati; da insegnante ho capito che è urgente farlo e che è necessario vincere l’imbarazzo con una formazione adeguata. Gli studenti hanno bisogno di questo tipo di conoscenza di sé e dell’altro.
 
Making (of) love è un progetto nato nel 2018 con l’obiettivo di usare il cinema e l’arte per aprire un dialogo su educazione sessuale, identità e consenso nelle scuole italiane. Abbiamo coinvolto otto ragazzi e ragazze tra i 18 e i 24 anni (che poi si sono chiamati MOLesti) in una settimana di laboratori con professionisti del settore e attivisti. Per esempio, abbiamo chiesto a tre persone transgender di raccontare la loro transizione; con una neuroscienziata abbiamo approfondito il tema del linguaggio e del consenso, e con una coppia il fetish; un uomo con una disabilità motoria ci ha descritto la sua esperienza con il bdsm (bondage, dominazione, sadomasochismo).

Dopo quella settimana ci siamo resi conto che dovevano essere i MOLesti a parlare direttamente agli adolescenti, non noi. Il risultato è un film fatto da loro, Edoné, che in modo provocatorio è vietato ai maggiori di 18 anni, e un libro, Making of love (Fabbri 2020). Agli adulti è riservata una serie: cinque puntate da trenta minuti che raccontano lo sviluppo del progetto.

Consigli

  • Sul ruolo dei genitori nel percorso educativo dei figli potete leggere due libri scritti dal pedagogista Daniele Novara: Punire non serve a nulla (Rizzoli 2016) e Organizzati e felici (Rizzoli 2019). 
  • Nel 2020 ho seguito per un mese una studente che si preparava all’esame di stato. Il risultato è stato un articolo-diario, che potete recuperare qui.

La copertina

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